«Ho solo bisogno che esca l'inno della girlhood di Ele A», scrivevo a una mia amica su Whatsapp, poche ore prima dell'uscita di Pixel – il primo album in studio della rapper svizzera –, lo scorso 9 ottobre. Precedentemente, in chat, quasi come se fossero codici cifrati, avevo digitato: «Amo. ansia. forte e pianto», sotto: «Crisi per i tipi», sotto ancora: «Se non so gestire il peso di essere una bitch forse non dovrei mettermi nelle condizioni di farla». In pochi minuti e in modo totalmente random ma sensato (anche lei è una fan), mi erano tornati in mente alcuni frame dei trailer promozionali del disco di cui sopra, comparsi via social prima della release ufficiale. In quei pochi pixel, si poteva già avvertire tutto il peso di ciò che sarebbe uscito l'indomani, anche e soprattutto in termini di amicizia femminile e cultura delle ragazze.



«E sto con le mie G/Non serve che parliamo basta un battito di ciglia», ascoltavo in estasi, la mattina dopo, nel brano prodotto da Night Skinny, in collaborazione con Guè. La scelta di affiancare a un concetto tanto basilare quanto autentico – quello dell'amicizia, e ancora di più, di quella femminile, l'intesa e il legame viscerale che si crea tra ragazze, a volte, solo grazie ad alcune lash extension a ventaglio e a un lipgloss di Fenty –, un artista, se non un rapper, così crudo, raw, associato al maschile, a tratti sessista nei testi, ma affermato e ampiamente apprezzato, mi era davvero servita in cuffia. La musica mi aveva fatto stare un po' meglio, rispetto ai miei drammi da donna cis-etero, forzandomi a tornare nuovamente alla mia ossessione più genuina: le mie amiche, le ragazze.

Non che ci sia bisogno, ovviamente, di un uomo o di un cantante del calibro di Cosimo Fini per validare l'esperienza della giovane di Lugano, o di qualsiasi altra di noi; ma mentirei se dicessi che il vederli allineati, lì sulla stessa traccia – lei 23enne, lui, 45 – essere d'accordo sul fatto che le connessioni di cui ci circondiamo valgano «più di centomila» , non mi abbia, in qualche modo, gasata ancora di più. Forse anche questo fa parte dell'essere una donna cis-etero con daddy issues e una conseguente, anche se in cura, ricerca di validazione maschile in una società patriarcale, o forse è che da quel momento mi viene da considerare Guè qualcuno che sa di cosa stiamo parlando, quando parliamo di battiti di ciglia. Un po' come lo sapeva La Pina, nel 1995, quando rilasciava "Le Mie Amiche", di cui solo alcuni versi recitano: «Oggi non ce n'è, sto con le mie amiche/Quelle preferite, non so se mi capite (My home girl, see, that's right)/Andiamo in giro a piedi per negozi, sconti, saldi, vizi/Ho un paio di indirizzi nuovi, buoni/Di posti dove trovi le le scarpe proprio come quelle che cercavi (Girl, I like those shoes, where did you get those?)/In giro a chiaccherare per ore, ore e ore/E si respira un'aria che non vi so spiegare» – ma è un testo antologico tutto.

Poco sapevo, però, contattando la mia amica in preda al panico, dopo il date che mi aveva fatto questionare me stessa più della mia ex psicologa, che avrei passato l'intero mese di ottobre 2025 nello stesso costante stato di sospensione aerea, leggerissima ed extracorporea, fluttuante fuori dal tempo e dallo spazio, brutale e furiosamente instabile, ma in contatto estremo con le mie emozioni, che avevo provato sulle note di "Con Le Mie G" di Ele A. Nei giorni seguenti, infatti, una dopo l'altra, diverse altre artiste hanno pubblicato le proprie produzioni musicali mindblowing, dal carattere e dai testi empowering, di fatto annoverando così quest'ultimo come il mese della girlhood in musica. Tutti ne stanno parlando e ancora non sappiamo quando finiranno di farlo, ma qualcosa ci dice che queste uscite subiranno il BRAT effect (di cui effettivamente tutti stanno ancora parlando, un anno e mezzo dopo).

Da Ele A a Princess Nokia, da Lily Allen a Rosalía, la musica di ottobre 2025 rappresenta le ragazze

Ha cominciato Princess Nokia, con GIRLS, il 10 ottobre – un album che è un vero e proprio anthem, una colonna sonora di tutta l'esperienza delle ragazze, soprattutto di quelle arrabbiate – e ha continuato Lily Allen, il 24, con il suo West End Girl, con cui ha ridefinito gli standard, innalzandoli, del break-up album confessionale: un vero e proprio fenomeno popolare, ad oggi inarrestabile. Alla ciliegina sulla torta ci ha pensato, il 27, Rosalía con "Berghain", il primo singolo estratto dal nuovo album, LUX (previsto per il prossimo 7 novembre). Va notato così che, in queste settimane, chi ama l'universo femminile, Hello Kitty, le mestruazioni, amare, la parità di genere, le lotte, le ciglia finte, Anna Pepe, i revenge-dress e i divorzi, ha sicuramente sublimato la sua essenza nelle composizioni liriche e sonore di queste quattro artiste.

Tanto dobbiamo a Charli XCX e alla sua hit dell'anno scorso "Girl, so confusing featuring lorde", prodotta da A. G. Cook: 3 minuti e 25 di infinita vulnerabilità che sono bastate, e bastano ancora oggi, più di tutta la musica mai uscita a spiegare quanto sia faticoso, ma anche eterno, essere delle ragazze moderne. Questa unione che ha fatto impazzire internet, come da loro predetto, ha in qualche modo appianato la strada ai dischi attuali, che la percorrono contribuendo al fenomeno: artiste che si e ci raccontano che si rifiutano di stare al proprio posto e da villain diventano icone.

Quello che succede in GIRLS di Princess Nokia (rapper di New York con origini portoricane, che già nel 2017 si era fatta notare grazie a 1992 Deluxe, con il flow aggressivo di "Kitana" e "Tomboy" e quello più rilassato, strumentale di "Saggy Denim") è quello che stiamo vivendo. Nelle prime tracce piene dell'album, Nokia si scaglia in una diatriba, violenta ma impassibile, contro i suoi abuser e i devastanti effetti del patriarcato sulle donne (il che funziona benissimo sul boom-bap rap tipico dei suoi luoghi). In "Blue Velvet" dice cose come: «If only I could understand the reason from my crying/If only I could stop the fear of dreaming that I'm dying», sottolineando che «This is for my rapist, and all of my abusers/You may have the world fooled, but I see right through you». E ancora: «If I was a man, they would have coddled me, adored me/But I am a girl, so they hate my fucking guts/They tell me I ain't shit and that i fucking suck/If I was a man, I could get away with murder/But I am a girl, so I have mental disorder». In "Medusa", continua a riarmare le donne elevandosi ancora di più a sacerdotessa, a metà tra il macabro mito greco e la mistica Santeria, presentandosi come una ragazza davvero «girly», ma anche una ragazza davvero «violent» – dopotutto, come vuole il meme, e lei lo conferma, «Girlhood is a spectrum». Princess Nokia non ha tempo di affrontare i gap di genere con cautela e delicatezza: «I'm the she-devil, the Jezebel, the tyrant/I'm the whistleblower when men try to make us silent/I'm the older woman, unmarried and undecided/And I don't want kids, wouldn't do it if you paid me/Refuse to be a servant to the modern day slavery». Per la rapper la rabbia femminile è una forza generatrice, soprattutto dal momento che è ancora un tabù, come del resto il "Period Blood" del terzo brano e dell'immagine di copertina mentre indossa biancheria macchiata di rosso. Qui Nokia, forte delle sue doti strega che un po' ti affibbiano e un po' rivendichi, ri-santifica e ri-purifica, il sangue mestruale, genesi della vita, levando i layer di vergogna a lungo voluti e perpetrati dagli uomini, riappropriandosi di fatto di ciò che non avremmo mai dovuto odiare. Una sacralizzazione che è politica.

Essere una ragazza, per lei, è un film horror, ma è anche l'unica cosa che vorrebbe essere. Diventa chiaro nella produzione eterea e sontuosa, con archi sovrapposti che ne avvolgono la voce in "Matcha Cherry". L'esplosione del ritornello: «I'm in love with her, see myself in her, I think am that girl/Girls are so pretty, girls are so sweet», riassume quasi religiosamente l'ammirazione che proviamo l'un l'altra, quando notiamo qualcuna che ci piace particolarmente, di cui apprezziamo l'estetica: il suo nuovo set di unghie, quel taglio di capelli così cool, gli accessori così chic. Vogliamo subito diventarci amiche. È adorazione: «And I'm obsessed with them, I love everything about them/Their hair, their nails, their accessories/Their poetry, their songs». Nokia le ama tutte «The cherry girls, the latte girls, the lemon girls, the coconut girls, the tropical girls/The girls who get it/the girls who don't get it/The girls who rot in bed all day, the girls who get up and go to Pilates and yoga», a dimostrazione che la lotta è universale, anche per chi non ci sta simpatica. Prima, un elenco poetico e infinito delle cose che le ragazze amano: «Strawberry cream/Lip gloss and berries/Pink colored cheeks/Songs make me blush/Listened to Chappell and I feel so in love/Lemon girl kiss kiss/She's so sorbet/Lip gloss glass skin and a doll-like face/Bows tied mini skirt/Skirt skirt ballet/Iced chai stardew/Internet café/Hello kitty on my gun but I pressed the safe/I'm a Pinterest girl with a stripper name/Brow tint, lash lift, nails done, life's great». Non è solo una serie di oggetti idilliaci – ancora una volta, il concetto è semplice per chi sa capirlo: la vita è anche bella con il gloss sulle labbra, le unghie fatte, e le ciglia liftate, poi sbattute. Magari mentre streamiamo la nostra popstar preferita o mentre facciamo skincare, indossiamo una minigonna a fiocchetti e delle ballet shoes o arrossiamo mentre ascoltiamo una canzone che ci parla. O mentre siamo a bordo piscina e ci sentiamo sirene che non possono allontanarsi dall'acqua, come in "Beach babe".

In mezzo alla dolcezza, l'obiettivo rimane chiaro, feroce e furioso, a tratti ironico: «Practice your witchcraft, kill your abuser»/«Rebuke the bad dick», «Free the girls/Hope they all get divorced», sono solo alcune delle frasi manifesto predicate all'interno delle dodici tracce. Princess Nokia, in definitiva, sa cosa vuole e cosa non vuole: in "Phoebe Phelo" critica il femminile «male-centered» (è chiaro come il binarismo di genere ormai sia sfumato), perché la strada per essere sé stessa è una, la liberazione dai ruoli e dagli stereotipi imposti dalla società. La priorità e la concentrazione su sé stessa, il self-love come forma di resistenza, e invita tutte noi a fare lo stesso, a conoscerci e a fidarci del nostro percorso. Boys are out, girls are in: il resto viene dopo.

Nonostante gli abusi e le fatiche, l'interprete di GIRLS non è mai una vittima, un po' allo stesso modo di Lily Allen, forse la più grande rivelazione di questo ottobre, o anche: la cosa migliore successa allo storytelling nel 2025. Se Nokia si riappropria dell'esperienza a 360°, Allen trasforma in una lunga confessione (14 brani), intima, vulnerabile e autentica, il racconto della fine devastante del suo matrimonio con la star di Stranger Things, David Harbour. E lo rende universale, un vero e proprio registro emotivo, ma puntualissimo, di cosa significhi divorziare nella modernità.

La narrazione, un po' auto, un po' fiction, sbalorditiva per la sua sincerità e franchezza, è mischiata a sentimenti di confusione, tristezza, dolore, impotenza. L'album si apre con la title track che si distende su un ritmo bossa nova soleggiato, mentre ci presenta un immaginario familiare quasi perfetto: la protagonista si è trasferita a New York per seguire suo marito, in una casa importante e costosa, ma ritorna improvvisamente a Londra per un'opportunità lavorativa, che l'uomo sembra non sostenere. Diventa così una "West End Girl" e inizia a crescere fra i due un distacco emotivo. Il ritmo si interrompe bruscamente quando il suo telefono squilla, prima di tornare più ovattato e sinistro, quando lei, trattenendo le lacrime, sostiene quella che sembra una telefonata dolorosissima. Per amore o per non affrontare le cose brutte della vita, la protagonista accetta una situazione di cui non è sicura. Da un lato vuole che il suo compagno sia il più felice possibile ed è disposta a fare di tutto perché lo sia, dall'altra non dà peso, pur notandole, determinate, non ignorabili, red flag. Con le canzoni successive si delinea una narrazione sempre più concreta: lui le ha chiesto di aprire la relazione: hanno stabilito delle regole, ma qualcosa va storto. La loro non riesce a rimanere una non-monogamia propriamente etica. Se lui infrange un codice, lei si rende sempre più conto di non poterlo sostenere. In "Ruminating", dal ritmo incessante e ansiogeno, è rappresentata la paranoia che assale chi, nella coppia, è lasciato a immaginare cosa stia succedendo dall'altra parte. Gelosia a causa di livelli comunicazioni interrotti. «And I can't shake the image of her naked/On top of you, and/I'm disasocciated», «And Im not hateful but/You make me hate her/She gets to sleep/next to my medicator/You're mine, mine, mine, mine», dove questo aggettivo possessivo, "mio", si ripete in modo quasi maniacale, stridendo un po' con le concezioni più comuni di open relationship. Perché non mi dici che sono ancora io la tua numero uno? Non mi ami, non scopiamo, non ti interesso ma non vuoi lasciarmi. In qualche modo, però, riesci a far ricadere la colpa di tutto su di me. Questo, Allen ce lo dice in, "Sleepwalking", quello che dovrebbe essere un walzer romantico, se solo non si stesse consumando davanti ai nostri occhi, e orecchie, la frantumazione millimetrica di un matrimonio.

Poi arriva "Tennis", una delle tracce liricamente e musicalmente più riuscite, e con lei, anche una prima rivelazione distruttiva (qui Allen conquista definitivamente il suo pubblico, già ampiamente dalla sua parte): «Who the fuck is Madeline?». «Da da-da, da-da, da-da, Who's Madeline?». Il seguente brano flamencheggiante, "Madeline" – il crescendo emotivo e narrativo qui è ai massimi storici –, ce lo spiega: il partner, che le aveva promesso relazioni occasionali con estranee, discrete e puramente sessuali, sembra avere a tutti gli effetti una vita sentimentale parallela (lei gli ha guardato il telefono). L'ansia, anche ritmica, ritorna, perché ogni certezza è crollata. Arriva così il confronto con l'altra donna, ma non c'è fiducia per nessuno. «You tell me he's telling the truth, is that the case or a line that he fed you?/Wanna believe you, but is it a ruse? Lie to me, babe, and I'll end you/I can't trust anything that comes out of your mouth/I'm not convinced that he didn't fuck you in our house/Do you two ever talk about me? Has he told you that he doesn't love me?/I bet he tells you, tells you he loves you, I've gotten old, gotten ugly/I wouldn't trust anything that comes out of his mouth/Now why would you trust anything that comes out of his mouth?».

Con influenze dalla two-step garage, di sintetizzatori, archi, violini, celli e introspezione, "Relapse" ci presenta una sofferenza che raggiunge il picco dell'annientamento, della self-distruction: sopra una melodia tesa, che riesce nell'impresa di rendere un senso di stordimento da club night-out, Allen ripete una costante fino allo sfinimento: «I need a drink/I need a Valium», simbolo di quanto si è persa nuovamente, a causa del suo amore. Collocata al centro esatto del disco, "Pussy Palace" è il vero punto di rottura, di non ritorno, incredibilmente affiancato da accezioni neon e glossy – l'artista dimostra qui quanto sia capace di rendere equilibrato un contrasto così netto tra suoni e argomenti. Allen abbina infatti contenuti strazianti a una strumentazione leggera in modo straordinario (dopotutto non abbiamo davvero mai smesso di cantare le sue intramontabili "Fuck You" e "Smile"). Il castello di carta del marito crolla e con lui le sue bugie: «I didn't know it was your pussy palace/I always thought it was a dojo/So am I looking at a sex addict/Oh, talk about a low blow». La protagonista sfodera l'artiglieria pesante, allude a molteplici tradimenti, incazzata, miserabile, ma sempre con un certo aplomb, per poi tirarlo per il culo davanti a tutti in "4chan Stan". Lei non ha mai voluto tutto ciò e ora, di continuo, si ripete di essere troppo vecchia e troppo esausta per risultare ancora desiderabile (arriva persino a rifarsi il viso per conquistare nuovamente il suo amore) – «I don't wanna fuck with anyone else, I know that's all you wanna do/I'm so committed that I'd lose myself 'cause I don't wanna lose you/I changed my immigration status for you to treat me like a stranger/Why do I feel like such a failure? A life with you looked good on paper (I love you)/I've been trying to be open/I just want to meet your needs/And for some reason I revert to people pleasing/», ammette quasi silenziosamente in "Nonmonogamummy".

Un altro dardo che non sbaglia la mira e ci colpisce dritto in fronte è "Beg For Me": con il sample di un classico R&B ("Never Leave You" dei Lumidee, 2003), snocciola il tipo di richieste che le ragazze non dovrebbero mai permettersi di esprimere, ma per cui esiste forse più di una ragione sociale se incessantemente si ritrovano a desiderarle. L'onestà qui è brutale: «I feel embarrassed, I feel ashamed/You're so indifferent and that's insane/Where's all your empathy for, for all my pain?/My friends all tell me you are deranged/I wanna feel held/I wanna be told I'm special and I'm unusual/I want your desire, I wanna be spoiled/I wanna be told I'm beautiful/Why won't you beg for me?». Gli ultimi due brani reggono il confronto con il resto del progetto, dimostrandosi se non oltre, almeno dello stesso livello. In "Let you W/In", l'artista rivela l'obiettivo principale di tutto quello che ha detto e fatto finora, una specie di vendetta che può sembrare plateale e irreversibile, ma è davvero così meschina? Lui le ha tolto tutto, l'unica cosa che le rimane è dire la verità, almeno la sua, cantandola: «What is it you sacrifice? I'm protecting you from your secrets/Don't tell the children, the truth would be brutal/Your reputation's unstained/God knows how long you've been getting away with it/Already let you in, all I can do is sing/So why should I let you win?», mentre nella ballata finale agrodolce che è "Fruityloop", torna finalmente a se stessa, con un grido liberatorio e aereoso, in cui cita il suo secondo album – quello che l'ha consacrata come star internazionale –, realizzando, «It's not me, it's you». Questo verso la eleva, suggerendo che sta tornando a essere la donna che avrebbe potuto essere senza di lui: è finalmente libera dalla maledizione.

Parte della bravura di Allen risiede proprio nel modo in cui riesce a consegnarci tutto il suo tormento senza vergogna, rivendicandolo, non solo nei testi, ma attraverso il suo falsetto grazioso e cadenzato, quasi fanciullesco e innocente, e una voce cremosa che non perde la speranza, nonostante ammetta di aver sopportato tutto. Con questo tesoro ritmico e sonoro, ci vuole dire che sì, possiamo aver decostruito l'amore romantico in tantissimi modi (o almeno averci provato), ma abbiamo tutto il diritto di rimanere ancorate, finché ce ne sarà bisogno e finché saremo immersi in una società simile, alla tossicità dei nostri sentimenti; di sbagliare, di stare male per questi sbagli, di sentirci ancora bambine, di protestare per le cose che non ci stanno bene, di esporre un uomo solo perché ci ha fatto soffrire. E non lo dobbiamo fare per forza con maturità («I tried to be your modern wife/But the child in me protests», "Relapse"): possiamo ancora essere distruttive e non chiedere scusa, né tantomeno permesso. West End Girl è la dimostrazione che le ragazze possono essere confuse e disordinate, che non devono per forza diventare "la versione migliore di se stesse!", come richiesto invece da chiunque.

Nel farlo, reclamiamo tutto quel sesso che vogliamo fare, furioso, anche da spose, spesso silenziato anche nel pop: «I know you've made me your Madonna/I wanna be your whore/Baby, it would be my honour/Please, sir, can I have some more?/I could preserve all of your fantasiеs/If only you could act them all out with me» ("Sleepwalking"); una richiesta che arriva tagliente come una preghiera, quasi umiliante, ma divina nella sua purezza, schiava e allo stesso tempo dedicata, devota, ma infine: indomabile.

L'immaginario simile a quello dei mille archi proposto da Rosalia in "Berghain", uno degli scenari più affascinanti e contradditori della girlhood. L'esperienza femminile (e perciò di per sé universale) di farsi spezzare il cuore e soffrirne nella maniera più drammatica possibile è resa ancora più drammatica, a livello sonoro dalla precisione lirica della London Symphonic Orchestra, a livello testuale dai versi quasi ululati in tedesco, e a livello simbolico dalla dualità fra spiritualità cattolica e desiderio, pace e tormento, in un singolo che è «una storia di mistero femminile, trasformazione e trascendenza», che si muove «fra intimità e grandiosità operistica». La sua paura è la mia paura, la sua rabbia è la mia rabbia, il suo amore è il mio amore, il suo sangue è il mio sangue. L'unica via per salvarci è un intervento divino: affidati a Björk, questi versi lamentano un cuore insanabile, rotto, in delirio emotivo, che culmina nella potentissima outro dal grido straziante e graffiato di Yves Tumor, violento e disperato, ma così sensato: «I'll fuck you till you love me». Non c'è rimedio all'ossessione, forse dobbiamo solo attraversare cerebralmente la psicosi religiosa che accompagna la follia dell'innamoramento, macchiando l'amore con la vita. Cupa, oscura, ma comunque vita.

A inizio ottobre ho avuto bisogno dell'inno della girlhood di Ele A. Mi ha rimesso in vita, facendomi rivedere me stessa in quei battiti che così tanto amo – del ritmo rap e delle ciglia. Ma questo mese mi ha donato tanto altro e tutto il resto. La sua musica mi ha fatto sentire di essere al mondo e di esserlo nel modo, nel posto e nel tempo più giusto possibile: una ragazza che vive, abita l'amicizia, la femminilità, le lotte, l'amore, l'ironia e la venerazione, ascoltando le canzoni delle ragazze nel 2025.