Della seconda serata del Festival di Sanremo 2025 rimarrà negli annali la co-conduzione di Bianca Balti. La modella ha saputo destreggiarsi sul palco con spontaneità assoluta, una genuina parola di riguardo per tutti (la meraviglia di quando è corsa ad abbracciare Rose Villain) e una voglia di divertirsi tale da riuscire a trasmetterla oltre lo schermo.
D'altronde, Bianca Balti aveva messo in chiaro le proprie intenzioni fin dalla conferenza stampa che ha preceduto la kermesse del 12 febbraio: «Quando ho deciso di partecipare ho detto: io non vengo a fare la malata di cancro. Sono una professionista, vengo in qualità di top model e a fare competizione con Cristiano. Ovunque ci giriamo vediamo dolore e non che non ci sia stato in questi mesi, voglio essere una celebrazione della vita e voglio essere così. Sono venuta qui per divertirmi».
Un messaggio forte e chiaro che, tuttavia, non è stato colto proprio dalla persona che ha invitato Bianca Balti al Festival, Carlo Conti. A più riprese, nel corso della serata, il direttore artistico ha definito la top model non per la sua carriera e professione ma come «una mamma e, in questo periodo, soprattutto una guerriera». E passi la prima volta, ma quando Conti fa nuovamente riferimento alla malattia della co-conduttrice «Devi essere un grande esempio per tante donne» lei risponde con un definitivo: «Soprattutto noi donne siamo d’esempio a molti uomini».
Bianca Balti non ci sta a essere intrappolata nello stereotipo della «guerriera» ed è stata pronta a dimostrarlo con tutta l'educazione e la fermezza che ha potuto trovare nella sua risposta prontissima sul palco dell'Ariston, davanti a milioni di telespettatori a cui, si spera, è riuscita a comunicare una piccola rivoluzione. Perché ce n'è davvero bisogno: le parole di Carlo Conti sono la dimostrazione di quanto sia tutt'ora difficile sradicare la retorica dal modo in cui le persone affrontano la malattia.
Lo ha spiegato benissimo Michela Murgia, in un'intervista del 2023 al programma RSI, Cliché: «Contro la malattia la retorica della battaglia non serve. Sono stata molto fortunata perché ho incontrato un medico che non ha mai usato con me la parola guerra. Non ha mai detto ‘combatteremo’, ‘devi essere una guerriera’ o ‘siamo in trincea'. Questa terminologia non aiuta a guarire, a me non interessava parlare della malattia ma della cura, e delle parole che usiamo per raccontare i percorsi».










