Sembra che il fatto più scontato di tutti sia uno: vivere. Talvolta ce lo si dimentica tra le brutture del mondo. Jovanotti, invece, al Teatro Lirico Giorgio Gaber ci ha ricordato che dono stupendo è respirare nel nostro corpo umano, la macchina da cui ha preso vita il nome del suo nuovo disco dopo il grande infortunio che lo ha costretto a un percorso riabilitativo che ha coinvolto anche la sua mente. Il corpo umano vol. 1 è appunto. «Il titolo è la prima cosa che è nata del disco, poi ho pensato alla copertina - lo racconta Lorenzo in una cornice storica per Milano, per presentare il suo progetto a giornalisti e fan - La musica è un gioco, così ho pensato all’allegro chirurgo, come immagine di copertina. Ho fatto un sondaggio ed era un gioco dei ricordi dell’infanzia di tutti. Teresa mi ha suggerito di completare la mia immagine con i boxer a righe che aveva nel primo disco».
I quindici nuovi brani de Il corpo umano di Lorenzo, se messi insieme offrono l’immagine di una lunga ed emozionante lettera d’amore che tocca i toni dell’elettronica e accordi armonici, che raccoglie vari generi e sonorità, dal rap al sirtaki, alla ballad più classica. Con lui ci sono Dardust, Michele Canova, compagno di numerosi dischi e Federico Nardelli: tre diversi mondi musicali, capaci di creare un equilibrio tutto unico. Come quello di un corpo in salute. «Il corpo umano è stato la mia scoperta in questo periodo di fisioterapia, convalescenza, di due operazioni. Quando mi sono rimesso in piedi, le prime ad arrivare sono state le canzoni. Le cose le scopri quando si rompono o, quando ti mancano. Al corpo non pensavo mai. Poi il corpo si è rotto».
Jovanotti sul palco in un monologo, divenuto un inno al corpo, proprio del corpo trova un’infinità di caratteristiche. Di azioni che lo vedono protagonista. Di qualità. «Il corpo umano è il campo di battaglia, di interesse, di questo tempo in cui tutto si smaterializza. Sembra che il corpo sia un aggeggio superfluo. Il corpo è tutto, è il veicolo attraverso il quale siamo vivi», esplora così il tema. Jovanotti cita Omero, San Francesco, Oscar Wilde, Pinocchio. E poi lascia spazio alle canzoni. Dall’ultima del disco, sua omonima, “Il corpo umano”, che parte da un sirtaki e poi «esplode in un delirio», come dice lui. A “Un mondo a parte”, uno dei brani più commoventi. Fino a “Grande da far paura”, un inno al tornare. «Vivi la tua avventura, respira, canta».
Canzoni nate tra i boschi sopra Cortona in periodo di convalescenza, poesie d’amore venute fuori nella necessità e desiderio di essere, esserci. Tra le righe si attende anche il PALAJOVA, il suo tour nei palazzetti dove solo a Milano conta 12 date.
Di gratitudine, ottimismo, gentilezza, cura. Jovanotti illumina per una sera. «La realtà è stupefacente, il bene esiste, il bene trionferà», risponde Lorenzo a chi ogni anno gli domanda come faccia a essere sempre così ottimista, soprattutto oggi, soprattutto di questi tempi. Una lezione all’importanza dell’esserci, una lezione per ricordarci i "grazie". E grazie Jova per essere tornato.











