Guè entra in sala stampa a poche ore dal Red Bull 64 Bars Live di Napoli, addenta una sfogliatella, lui può. Pensava fosse una rassegna stampa di gruppo, con altri artisti, ma è comunque pronto a rispondere alle nostre domande sul concerto che sta per tenere sotto le Vele, in piazza Ciro Esposito, a pochi passi dalle residenze popolari che fra qualche mese verranno abbattute per far posto a qualcos'altro. Un luogo simbolo del rap che qui nasce, il genere che Guè, nella sua Milano, ha costruito insieme ai Dogo superando il pregiudizio di un suono non familiare e poco capito. Mentre il mercato del rap in Italia conquista sempre più pubblico, affermandosi come uno dei generi più ascoltati sulle piattaforme di streaming, Cosimo Fini ci ricorda che in realtà forse, la cultura del rap vero, purista, noi non lo avremo mai. In pochi minuti di intervista, Gué ha tenuto una lezione sul rap di oggi e di ieri, senza badare a francesismi. Lui può.
Stasera ti esibisci in un luogo simbolico, quasi politico. Il vostro è stato un rap politico?
«Siamo stati la generazione di mezzo, prima di noi c'erano i nostri riferimenti, Articolo 31 e Sottotono che sì, avevano anche dei riferimenti politici, ma non erano politici nemmeno loro. Vent'anni fa, quando abbiamo iniziato, eravamo quelli del gangsta rap ed è stato difficile farci accettare. Personalmente non ho mai sopportato chi faceva del rap una questione politica, mi sembrano solo ipocriti e non credibili, ma questa è una mia opinione».
Oggi sembra difficile spiegare al pubblico generalista che il rap, così come lo hai portato tu dagli Stati uniti, non deve per forza sempre avere rime impegnate, non è che ogni verso deve avere sempre un significato profondo. Come la vivi tu?
«Ti faccio una piccola precisazione, non mi sento di averlo portato io. Lo abbiamo fatto noi, coi Club Dogo, quindi voglio dare crediti anche a loro. Col senno di poi, vedendo come le nuove generazioni hanno emulato gli Stati Uniti, noi di americano non abbiamo preso proprio niente in confronto (ride, nde). In Italia non c'è una vera cultura del rap, da noi gli artisti rap che vendono di più sono quelli più pop e melodici. E vale per tutti, anche per quelli molto bravi a rappare. Io stesso sono conosciuto come un rapper, che ha il suo stile unico, ma i pezzi con cui fatturo sono quelli più mainstream. Il fatto che non ci sia una cultura rap lo dimostra il fatto che i dissing recenti (vedi Tony Effe e Fedez, nde), la gente li ha vissuti come se fossero Temptation Island, senza avere una cultura del dissing. Se dici che "i figli non si toccano", significa che non hai mai sentito il dissing tra Jay-Z e Nas, in cui sui figli si dicono cose ben peggiori. La gente non sa un c***o, non capirà mai. Mi spiace, loro ci provano a fare dissing, ma se il pubblico non capisce nascono le critiche. L'italiano deve cantare, solo così è contento e quello gli basta».
Come ti senti ad essere ospite di Red Bull 64 Bars Live, a due passi dalle Vele di Scampia?
«Quando diventi un artista di successo ti capita sempre più spesso di presenziare ad eventi più pop, i concerti delle radio ecc. Io sono molto più felice qui, questo è il mio mondo. Mi piace che sia un format che non è mai cambiato: il contesto è uguale, il parco è lo stesso così come l'entusiasmo, l'emozione, l'approccio. E mi fa piacere essere circondato da talenti giovani che rappresentano il top del genere rap in Italia, vuol dire che sto facendo bene il mio lavoro da anni. Quando non mi chiameranno più vorrà dire che me ne andrò in vacanza da qualche parte».
A Sanremo è diventato iconico il gesto che hai fatto a Geolier sul palco, in cui lo invitavi a guardare solo te, non il pubblico, mentre lo fischiavano.
«Io non voglio fare discorsi su favoritismi, razzismi, ma a Sanremo canti in un teatro di fronte a 1500 persone che sono 1500 str***i. Perché comunque uno che compra biglietti Sanremo, cioè, chi è? Con tutto il bene. Non è un pubblico ricettivo, il più giovane ha 65 anni, cosa ne vuole capire della musica di oggi?».
A chi ti ha detto, in passato, che il rap si fa solo se si viene dalle periferie, tu che sei cresciuto a Milano, in centro, cosa rispondi?
«Per il contesto sociale, penso che non avrei nulla da rispondere, né da giustificare, perché penso che non abbia niente a che vedere con la mia esperienza di vita, la mia scelta di vita, il mio curriculum. È pieno di artisti che hanno fatto il liceo classico, che hanno una cultura alta e vengono da contesti non popolari. Io ho sempre detto la verità con la mia musica, non ho mai venduto o detto delle cose che non erano quelle che rappresentavo e penso che la gente lo abbia capito se no non sarei dove sono ora. Il pubblico mi ha abbracciato nel senso più letterale del termine».











