Quando, nel 2016, è uscito Storie della buonanotte per bambine ribelli, è stato tradotto in 50 lingue, ed è diventato un best seller da 8 milioni di copie vendute, l’autrice, Francesca Cavallo, era pronta a sentirsi rivolgere dai genitori una domanda ricorrente che le sembrava mancasse il punto: «E per i maschi?». «All’inizio rispondevo con un certo fastidio», mi racconta la scrittrice, attivista e imprenditrice, «“Leggete questo anche ai maschi!”, dicevo. Mi sembrava che non ci fosse nient'altro da aggiungere che non fosse già stato detto sui maschi». Eppure è proprio a partire da questa domanda che, a otto anni di distanza, è nato Storie spaziali per maschi del futuro. 12 fiabe illustrate ambientate in 12 pianeti immaginari e, a comporre lo sfondo come stelle proiettate da un planetario, dei nuovi interrogativi: come sarebbe un mondo in cui i maschi si rifiutano di fare la guerra? E uno in cui non hanno bisogno di essere eroi per sentirsi amati? Possibile che, insieme agli stereotipi sulle bambine meno coraggiose e meno ambiziose, abbiamo introiettato anche l’idea che i maschi fossero naturalmente meno emotivi e più aggressivi?

«Con il tempo mi sono resa conto che c'erano tanti genitori che volevano offrire ai loro figli maschi dei modelli diversi su come si diventa uomini rispetto a quelli con i quali erano cresciuti loro. Si guardavano intorno e non trovavano un granché. Mi sono messa a cercare e mi sono accorta che, negli ultimi anni, è cambiata moltissimo l'educazione delle bambine, ma l'educazione dei bambini no. Ho capito che effettivamente quei genitori avevano ragione, che non era una provocazione gratuita, ma che c'era c'era bisogno di offrire delle narrazioni diverse». Narrazioni che tengano conto dell’importanza di gestire gli squilibri di forza, di riconoscere le emozioni, di saper «tornare sui propri passi e riparare ciò che è rotto dentro e fuori di sé», costruendo alternative alla violenza.

storie spaziali per maschi del futuro è il nuovo libro di francesca cavallopinterest
Courtesy Photo Francesca Cavallo


Storie Spaziali per Maschi del Futuro

Storie Spaziali per Maschi del Futuro

Che impatto hanno su di noi le storie con cui entriamo in contatto da bambini?

«Innanzitutto la fiaba è un genere letterario unico al mondo attraverso il quale è come se impacchettassimo un kit di valori da consegnare alle nuove generazioni, un manuale di istruzioni su come si partecipa costruttivamente a questa cosa che chiamiamo genere umano. Le fiabe hanno un impatto gigantesco perché ci formano, insieme ovviamente all'esempio dei nostri genitori. In più le fiabe ci consentono di andare anche oltre le mura della nostra casa e della nostra esperienza familiare e di farci un'idea più ampia di quale possa essere il nostro posto nel mondo e di come fare per partecipare in modo costruttivo alla vita sociale».

In che modo le fiabe tendono ad alimentare stereotipi dannosi sul maschile?

«Da un punto di vista narrativo, ai maschi si offre ancora una visione del diventare uomini attraverso la lente dell'eroismo e una dimensione sempre molto competitiva in cui c'è poco spazio per le proprie emozioni. Pensiamo ai principi e ai personaggi maschili nelle fiabe classiche: vengono mostrati privi di una vita interiore. Il padre di Cenerentola, per esempio, rimane vedovo, sposa una donna cattivissima che lo separa dalla sua unica figlia. E noi che cosa sappiamo di quello che prova quest'uomo? Assolutamente nulla. Sappiamo che Cenerentola è triste per le angherie della matrigna, sappiamo che le sorelle sono gelose, siamo messi a parte della vita interiore dei personaggi femminili. I personaggi maschili invece, sembra quasi che si riducano solo a delle funzioni. Questa idea attecchisce dentro di noi. Pensiamo anche a Inside Out, che pure è un film recentissimo fatto probabilmente dallo studio di animazione migliore del mondo e che ha come perno centrale proprio l'analisi delle emozioni umane. Anche lì le emozioni nella mente del padre sono mostrate mentre guardano una partita, mentre quelle della madre sono con gli occhiali attente a tutto quello che succede. Si sviluppa così quella nozione culturale con la quale siamo cresciuti tutti che sostiene che i maschi abbiano una vita interiore più rudimentale rispetto a quella femminile. Questo ciascuno di noi l'ha detto almeno una decina di volte nella vita.

E invece non è così.

«No. Di tutti i libri che ho scritto questo è stato quello per cui ho studiato di più: ci ho dedicato due anni di lavoro a tempo pieno e ho analizzato i cardini della formazione dell'identità maschile da un punto di vista antropologico, psicologico e sociologico. Non c’è nessuna evidenza, è solo uno stereotipo che dice agli uomini «è inutile che ti guardi dentro perché tanto non c'è niente da guardare, tu sei molto semplice». Questo li priva della capacità di avere un dialogo sano con le sfumature di cui si compone la vita interiore di ciascuno di noi».

Ma allora perché continuiamo a considerarlo un dato di fatto?

«Lavorando su Storie della buonanotte per bambine ribelli, io non ho avuto nessun problema a credere che le bambine non fossero meno portate per la leadership, che non fossero meno intelligenti o capaci di realizzare un progetto rispetto ai maschi. Ho sempre saputo, per mia esperienza diretta, che siamo noi che creiamo una cultura della subalternità e poi la chiamiamo natura. Se noi ci continuiamo a dire che le donne non sono capaci, che non sono coraggiose, poi vedremo quello nelle donne. A un certo punto mi sono resa conto che stavo facendo la stessa cosa con i maschi, che c'era una parte di me che era convinta che i maschi fossero per natura più aggressivi e per natura meno empatici. E allora mi sono detta «Ma se io questo beneficio del dubbio lo do alle bambine, lo dovrò dare anche ai maschi, no?».

Questa rimozione dell’emotività, come spieghi nell’introduzione, si ritrova anche nei supereroi, tipici protagonisti delle storie per bambini.

«I personaggi come i supereroi o gli agenti segreti come James Bond sono forse quelli che incarnano maggiormente l'ideale maschile per eccellenza ed è il motivo per cui li cito nell'introduzione. Proporli come modelli, però, significa infliggere una prima ferita ai ragazzi perché la caratteristica comune a tutti questi personaggi è quella di vivere una doppia vita in cui è solo la parte massimamente performante del sé che può essere mostrata agli altri. È solo la parte che ha la capacità di compiere imprese mirabolanti che può essere mostrata non solo al pubblico, ma anche alla persona che ami. Questi personaggi nascondono i dubbi, la fragilità, l'insicurezza nella loro vita segreta. Normalmente chi va in terapia, lo fa per integrare i propri sentimenti, per fare luce ed avere consapevolezza di sé. Invece noi facciamo fare un percorso opposto ai bambini maschi, una sorta di terapia negativa perché invece di aiutarli a portare a coscienza il maggior numero possibile di emozioni facciamo in modo che espellano dall'ambito della coscienza e della consapevolezza un pezzo enorme della loro vita emotiva che però non è che smette di esistere, continua ad agire nell'ombra».

A questo proposito tu parli di una “cultura dell’apatia”. Che conseguenze ha?

«La cultura dell'apatia si manifesta appunto nella convinzione che molti uomini hanno che chiudere a chiave da qualche parte le tue emozioni significhi essere razionali, sia sintomo di lucidità. Al contrario, quando noi donne abbiamo una risposta emotiva, anche se consapevole e coerente con un evento, veniamo accusate di essere irrazionali e poco lucide solo per il fatto di aver avuto una risposta emotiva. Succede anche nei casi di cronaca nera: quando l'omicida o la sospetta omicida è una donna e si mostra calma dopo un evento violento, immediatamente viene registrato come un sintomo psicotico o come un segnale di colpevolezza. Quando a mostrarsi calmo è un uomo, come è successo nel caso del ragazzo di Paderno Dugnano trovato con il coltello insanguinato ai suoi piedi seduto sul muretto di casa ad aspettare l'arrivo dei carabinieri, nelle conferenze stampa tutti lo definiscono lucido. Questa enorme quantità di rimosso a livello emotivo è un terreno nel quale affonda le radici la violenza, violenza contro gli altri e contro loro stessi perché gli uomini si tolgono la vita dalle quattro alle cinque volte in più rispetto alle donne».

Può essere che questi stereotipi sul maschile siano stati meno analizzati di quelli sul femminile? Forse perché le donne, grazie al femminismo, ci lavorano ormai da decenni?

«Sì, gli uomini, traendo più benefici o almeno più privilegi da un punto di vista economico e di potere politico dalla società, sono stati meno incentivati a farsi questo tipo di domande. Per questo io insisto moltissimo sul cercare di diffondere la consapevolezza che ok, avete avuto questo potere, ma la cosa di cui non vi siete resi conto è che lo state pagando con la vostra vita».

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Courtesy Photo Francesca Cavallo

In effetti tendiamo a non focalizzarci mai sul fatto che l’uomo che diventa violento, che arriva magari a commettere un femminicidio, oltre a spezzare una vita altrui, distrugge anche la propria vita e quella dei suoi cari.

«Su questo dobbiamo tenere conto di due piani che non sono facili da separare. Da un lato ci sono le conquiste in materia di giustizia penale che sono tutto sommato recenti e che ancora oggi vengono messe in dubbio da quella retorica presente in moltissimi giudizi per cui si vuole giustificare l'omicida perché era geloso, aveva determinati problemi, eccetera. Dall’altro c’è il piano sociologico e psicologico per cui si riconosce che dietro un gesto di violenza c'è sempre anche un fortissimo malessere. Quando sento lo slogan «Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato» che va contro proprio a questa tendenza a giustificare, io penso che in realtà non possono esistere figli sani del patriarcato, perché il patriarcato è un sistema patologizzante. E questo non vuol dire depenalizzare, giustificare o tornare a un sistema in cui questi atti criminali non vengono puniti, ma se vogliamo salvare la prossima vittima di femminicidio dobbiamo iniziare a intervenire in modo preventivo. Altrimenti continuiamo a progettare la lotta alla violenza di genere come un distributore di ombrelli in una casa in cui piove dal tetto. Qualcuno ci dovrà salire su questo tetto e cercare di vedere che cosa sta succedendo e come chiudere la falla. Se no ci preoccuperemo delle donne sempre solo quando è troppo tardi».

Eppure su questo piano si continua ad agire poco. In Italia non abbiamo nemmeno l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e mi sembra emblematico che il tuo libro in Italia non abbia trovato un editore a differenza che in altri Paesi.

«Io credo che ci sia un problema molto grande di falsa coscienza. Oggi ormai qualsiasi schieramento politico fa una dichiarazione il 25 novembre contro la violenza sulle donne, ma non si può eliminare la violenza senza cambiare la cultura che produce quella violenza. Purtroppo, però, questo è un approccio che richiede di mettersi in discussione e molte persone non ci riescono. Detto questo, comunque, il mio libro sta viaggiando, pur non essendo stato prodotto da un editore. L'ho pubblicato con il mio marchio editoriale, Undercats, usando la piattaforma di self-publishing di Amazon e ha già venduto 2000 copie nelle prime due settimane».

Mi sembra un segnale che dà speranza.

«Non posso dire che non sarebbe stato agevolato dal fatto di essere in libreria, però sì, i lettori stanno facendo da megafono di questo messaggio perché lo sentono come un'esigenza profonda. Sentono di rendere un servizio ai propri figli».