Come credo capiti nella maggior parte delle relazioni familiari e alla maggior parte dei nipoti, anche mia nonna è sempre stata molto parca di dettagli nel racconto della propria adolescenza. Se ne intuiscono le sensazioni dalle sue pose al mare, in città seduta sul sellino della Vespa o col vestito steso su un campo ad abbracciare i fiori con l’orlo della gonna, nelle fotografie che a tenerle in mano ci tramandano solo il profilo superficiale dei suoi migliori momenti. Come Ginia nella Bella estate di Cesare Pavese e ora di Laura Luchetti che le ha dato consistenza visiva nel film omonimo (dal 24 agosto al cinema), possiamo immaginarne le estati rigogliose del corpo e poi gli inverni dello scontento che le hanno traghettate nell’età adulta – impatto faticosissimo per tutte quelle ragazze che pensavano già di esserlo al pari di Ginia, che vive sola col fratello e lavora come modista – senza mai riuscire a sprofondarci dentro. Conoscere le ragazze che sono state, le sconfitte che hanno attraversato e le inquietudini che le hanno rese lentamente donne una stagione dopo l’altra. «Tutti pensano di aver capito Pavese, ma poi di fatto questo libro non l’ha mai letto nessuno», dice Luchetti che ha adattato l’unico dei tre romanzi brevi contenuti nel libro che ancora nessuno aveva affrontato (Il diavolo sulle colline è diventato un film per la tv nel 1985, mentre a Tra donne sole si è ispirato Michelangelo Antonioni per Le amiche). «Qui c’è questa ingenuità adolescenziale che è corposa, densa di senso. Non è come La luna e i falò, un classico che ti fanno leggere a scuola. La bella estate è così facile che è profondamente complicata come lo è diventare adulti». È solo uno dei motivi per cui Luchetti, già regista di film premiati e riconosciuti a livello internazionale (Fiore gemello e Febbre da fieno, seguiti dalla serie tv Nudes di cui arriverà la seconda stagione e dal prossimo Gattopardo per Netflix, di cui figura tra i registi scelti) ha scelto di mostrare la storia di una giovane donna moderna nella Torino del secolo scorso, sconvolta dall’arrivo di una ragazza bohemien, Amelia, interpretata da Deva Cassel, che misteriosamente giunge dall’acqua e scombina e ricompone la vita di Ginia proprio nel momento in cui prova a farsi spazio nel mondo, abbandonandosi a Guido.
Mentre studiava Scienze Politiche, Laura Luchetti lavorava in teatro. A un certo punto, con un salto temporale, è diventata l’assistente di Russel Crow iniziando a dischiudere la porta delle sue esperienze ad altri nomi che lentamente entravano nella sua vita, come quello di Anthony Minghella a cui ha dedicato un documentario mentre girava ritorno a Cold mountain, e che le atmosfere della Bella estate ricordano in esiti come Il talento di Mr Ripley. «Questo è il film più complesso che ho fatto però. Sai, la grandezza di Pavese è tutta qui, nel raccontare la problematica universale della scelta». Un film che si sente solo se si ha la cura e il rispetto di ascoltarlo, che si muove sottotraccia come quella sessualità nascosta di Ginia e delle ex ragazze che ci hanno dovuto convivere quale fosse una difficoltà prima di lasciare che abbattesse gli argini. «Un giorno ti alzi e capisci, che sia grazie a un’amicizia o a uno sguardo che ti sequestra e ti toglie dalla vita di tutti i giorni. Sei diventata grande».
Quindi, perché proprio Cesare Pavese?
«Ho fatto male?»
Non direi. Ma perché lui adesso, su tutti gli altri?
«È uno scrittore che amo molto e incredibilmente non avevo mai letto La bella estate fino a un anno prima che i produttori me lo proponessero. Io stavo girando un altro film, ho mollato tutto e mi sono concentrata su questo. È un libro complesso, non ha una struttura ma è evanescente e fatto di impressioni».
Claudia Durastanti ha scritto che La bella estate è come una canzone che non ti stanca dopo tutte le volte che l’hai ascoltata.
«Ma perché parla in maniera universale del periodo della vita che io amo di più e forse anche quello che Pavese amava di più-. La giovinezza, la tarda adolescenza. Lui lo diceva, la gioventù è l’età che più a lungo ha convissuto dentro di noi e questa cosa io l’ho provata. È un libro modernissimo, racconta il momento di svolta nella vita di una ragazza, sia sessuale che amorosa, riflettendo su come ci si debba in un certo modo tradire, andare con un uomo perché questo la società ci inculca, per capire chi siamo veramente. Siamo nel 1938, un momento storico in cui già era difficilissimo accettare una cosa del genere, non che adesso sia più semplice».
Perché la perdita dell’innocenza è qualcosa che non passa?
«Soprattutto se l’innocenza si perde in una direzione che non è voluta. La frase che è stata usata per descrivere La bella estate è “la storia di una verginità che si difende”. Tutte noi sappiamo che c’è un’età in cui subiamo attacchi su tutti i fronti. Perché anche i maschi coetanei hanno questa pulsione. Io penso sia più la storia di una verginità che si trasforma nel cercare di capire a chi darsi. Gli uomini del film sono sempre sullo sfondo, gli ho fatto pure un favore perché Pavese è severissimo con loro».
Serve uno sguardo femminile nel guardare il mondo?
«Pavese ce l’aveva. Lui guardava gli uomini come li guarda una donna. Guardava i sentimenti come li guarda una donna. Ho pensato per tantissimo tempo che Pavese fosse Ginia e che in qualche modo quella storia fosse la sua. Credo che Ginia permetta di vedere il mondo con gli occhi di tante ragazze nel momento in cui devono capire quale possa essere la loro identità. Chi essere chi amare e come farlo».
Ma questo strappo, lo snodo adolescenza-maturità, avviene sempre tramite l’amore?
«Molto spesso. L’amore è il riconoscimento del proprio corpo che cresce in una direzione. La bella estate è la storia del corpo di Ginia che si riflette in uno specchio troppo piccolo per contenerla. La metto in una vasca più piccola del suo corpo e il corpo esplode. E la sensazione del corpo in esplosione va verso la sensualità, l’amore, e spesso si pensa che lo strappo sia fatto con questo sentimento altissimo e invece è solo un istinto meramente sessuale che tutti gli adolescenti hanno e che deve essere incanalato da qualche parte. Lo scambiano per amore, ma poi capiscono che l’amore è altro».
Una cosa che al momento non si capisce ma piano piano inizi a raccogliere i pezzi.
«Credimi questa storia è talmente semplice che racconta tutto questo. Era importante far capire ai ragazzi che quello che credono essere il loro tormento unico e personale l’abbiamo vissuto tutti in tutte le epoche».
So che hai una figlia semi adolescente.
«Lucia».
Come ci si prepara per preparare una ragazza al mondo?
«È lei che ti prepara. Si cresce insieme, io nella scrittura di Ginia mi sono ispirata tantissimo a mia figlia. Nella paura di non essere all’altezza e in quella verso un mondo che ti leva il lavoro perché c’è il precariato, la timidezza di poter far sentire la propria voce e che ti fa pensare di non avere talento».
Le hai fatto leggere La bella estate?
«Un giorno mentre chiacchieravamo mi fa vabbè damme sto libro, e l’ha letto in un pomeriggio. Mi ha detto che questa storia la dovevo raccontare perché è stato fatto tanto per mostrare il percorso da ragazzo a uomo, ma poco che facesse lo stesso con una donna. Mi ha detto mamma questa è una storia importante».
Ma un classico, le parole di un classico, si raccontano con reverenza? Qual è l’atteggiamento giusto?
«Tu lo chiedi a me che l’ho fatto una volta sola. Io ti dico che l’ho fatto con amore e con grande terrore. Ho letto il libro 15 volte, ho cercato di capire questo genio per essere il più vicino al suo cuore, senza rinnovarlo. Quando arrivavo alle pagine che parlavano di Ginia e Amelia, quelle pagine si infiammavano. Perché tutto il libro è la storia di Guido e di Ginia, certo, Guido che la tratta male, che la porta a letto, che la tradisce ma le emozioni traboccano solo quando c’è Amelia, che la bacia e poi le dice c’ho la sifilide ciao, e se ne va per poi tornare guarita finita l’estate e dirle vieni con me. Nel libro loro sono sempre ai margini, ma sono quelle le pagine in cui Pavese brucia veramente».
Che succede anche con la vita. Spesso sono le storie che non realizziamo e gli amori che non trovano compimento che ci formano di più. Cresciamo nello spettro di quelle possibilità che non sono diventate concrete, la vita vera si muove ai margini.
«Infatti questa è la storia di un innamoramento, non è una storia d’amore. Quella succederà dopo, quando il libro e il film finiscono».
Una delle scene più forti visivamente, lunghissima, è quella in cui Ginia perde la verginità con Guido. Tu volevi proprio ricordarci l’orrore delle nostre prime volte.
«Quello è un sesso che ti leva la pelle. Quel tipo di sesso fatto così più o meno l’abbiamo fatto tutte e ti stacca dalla vita, ti rende un’estranea. Ginia si aliena».
Per questo a un certo punto stacchi anche l’audio?
«Perché quelle siamo noi! C’è un alienamento totale che ti serve per arrivare alla fine di quello che stai facendo e rimanere integra».
Nel cast ci sono volti che tornano nelle tue storie come Nicolas Maupas e Andrea Bosca, che ha un piccolo cameo. E poi c’è Deva Cassel al suo grande debutto in un film italiano. Ti sembrava incarnasse perfettamente Amelia?
«Abbiamo fatto provini lunghissimi, casting enormi. Già anni fa avevo avuto il desiderio di lavorare con Deva. Nella mia scrittura, Amelia era una specie di Ava Gardner, che lei esteticamente ricorda, e poi il fatto che Amelia si faccia ritrarre, abbia un’identità solo nel momento in cui qualcuno la dipinge e la commenta, è come postare una foto sui social. Ginia vuole stare su Instagram, detto proprio in maniera volgare. Per capirsi ha bisogno di vedersi e avere il plauso degli altri, e quindi si ispira a una che lo fa di mestiere, Amelia. E chi meglio di Deva che mette la sua faccia e copre le sue insicurezze e fragilità per lavoro, chi meglio di lei che lo fa come modella veramente ogni volta da quando ha 14 anni? Quante persone possono capire cosa voglia dire usare la propria faccia per diventare qualcosa che non si è?».
La fragilità si nasconde e non si vede?
«Si annida nelle sottigliezze. Per Amelia nelle unghie sempre mangiate e nel farsi offrire il caffè. Nel non avere i mezzi».
C’è un personaggio maschile con cui sei più clemente. Il fratello di Ginia, interpretato da Nicolas.
«Lui ha quell’ombrosità e dolcezza nascosta che volevo avesse il personaggio che interpreta. Nulla a che vedere con quanto raccontato da Pavese, dove è molto più dispotico. Quello che mostro io è ispirato a mio fratello».
Anche la storia tra fratelli, soprattutto tra sorella e fratello, dal nostro cinema è messa in scena raramente.
«Sai quando a un certo punto le tocca il fermaglio per capelli che le ha regalato Amelia, e le dice “ti sta bene”? In quel ti sta bene c’è tutta la comprensione. Loro che si affacciano in balcone nelle sere d’estate, che sono lì con la sigaretta, non sono Ginia e suo fratello, ma io e il mio».
Qual è stata la tua bella estate, o iniziazione alla vita visto che di questo parliamo?
«Continuo ad averne [ride, nda]. Ogni fase della vita ha una sua fase di iniziazione che arriva sempre nel momento in cui pensi di non poterne avere più. La crescita è perpetua, se vuoi crescere. E le estati arrivano come epifanie se le vuoi prendere».
Ci hai pensato che la parola stessa, estate, in Pavese conserva sempre un senso di malinconia? A un certo punto ne La Terra e la Morte, una poesia del disamore, chiude con «Membra e parole antiche, tu tremi nell’estate».
«E Il diavolo sulla collina? Non dormivamo mai, era tanto caldo eccetera eccetera eccetera. Ma poi io che sono Cancro, sono nata in estate, soffro di questa nostalgia, mi cade addosso. Quindi un po’ forse lo capisco».
Se guardo tutto quello che è arrivato prima, Febbre da fieno, Fiore gemello e poi vado alla Bella estate, vedo che c’è una linea sottile che intreccia i tuoi racconti. È la trasgressione dei giovani che sfuma nell’innamoramento per capire dove si stia nel mondo.
«A me piace tanto lavorare sulle emozioni. E le emozioni sono spesso sospirate e desiderate, non sono mai aperte e rumorose. C’è una vena malinconica nel desiderio, il desiderio di avere qualcosa che non hai e di andare ad sidera, alle stelle. E io lo trovo meraviglioso. Ma tu cos’hai pensato quando l’hai visto?»
La bella estate? Che mi faceva pensare a tutta quella parte dolorosa di vita che precede la vita vera. E poi a mia nonna, faceva la sarta.
«Anche la mia. E poi?»
Alla natura che a quell’età ti protegge.
«Pavese insiste sempre molto sul tema della campagna e della città, io volevo trasferire tutto questo nella sfera emotiva di una ragazza. Hai visto quanti animali ci sono? Pensa che lo scoiattolo che si vede a un certo punto è arrivato spontaneamente da noi mentre giravamo. Lo scarafaggio invece no, l’abbiamo affittato. Ed è stato necessario perché Ginia mentre fa sesso per la prima volta si concentra su quello, pur di non pensare a Guido».
Avete affittato uno scarafaggio?
«Ma tu non sai quanti ce ne saranno attaccati sotto al letto. Li attaccavamo e cadevano. Ora si saranno riprodotti».
Siamo in un momento in cui si tende a non parlare solo di cinema, ma a parlare spesso di “cinema femminile” proprio in virtù della minoranza che riscontriamo nell’ambiente. Quanto credi vada educato lo sguardo in questo senso?
«Vedrai quante me ne diranno per gli uomini che sono così ancillari nel film. Eppure noi siamo ancillari da cento anni nel cinema, siamo madri, mogli, figlie, sorelle, amanti. Io questa storia l’ho diretta con un amore infinito e un budget piccolissimo. Forse è il film più femminile che io abbia mai fatto. Mi sono messa in gioco, ho fatto proprio le cose da femmina».
C’è qualcos’altro che vorresti raccontare adesso?
«Tantissime storie. Un po’ le ho scritte io, altre le ho lette. Vorrei fare un lungometraggio di animazione anche se in Italia è molto difficile. Bagni è il primissimo corto animato che ho fatto, ero in fila al bagno di un parco di Roma e c’era una signora che dava i foglietti di carta igienica e raccoglieva i soldi in un piatto. Si è messa a parlare, io stavo là, ascolto sempre, e ho sentito che raccontava questa storia bellissima, di lei che aveva avuto una vita difficile ma adesso sarebbe riuscita ad andare a Londra e a studiare. Pensavo, ma quante monetine avrà dovuto tirare su per fare tutte queste cose».
E poi hai fatto Sugarlove, apprezzatissimo come Bagni che era finito anche nella cinquina finalista dei Nastri d’Argento 2016.
«Dopo Bagni ci siamo guardati con gli animatori [Moonchausen, nda] e abbiamo detto, ma siamo davvero capaci o abbiamo solo avuto culo? Volevamo riprovare ma non sapevamo con che storia. Un giorno stavo facendo le pulizie di casa e trovo in un cassetto le bomboniere del mio matrimonio del 2000. Io poi mi sono divorziata nel 2009. Visto che sono malata di mente per i confetti, apro sta bomboniera per mangiarli. Erano ancora buonissimi. Ho detto guarda, i confetti che dovevano rappresentare il mio matrimonio sono durati più del mio matrimonio».
Ancora un amore venato di malinconia. Mostri due statuine che si vogliono molto più bene degli sposi.
«Come quando da adolescente diventi grande. È drammatico, ma è tanto semplice».














