Vi è mai capitato scrollando l’home page dei vostri social di accorgervi che ci sono dei periodi in cui tutti sembrano tenere improvvisamente a un tema sociale?

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere questi messaggi di solidarietà, di protesta, di presa di posizione da influencer, brand e celebrità: ma perché sembra spesso che si trovino sul fi lo sottile fra qualcosa di concreto e genuino e un pretesto per apparire come persone impegnate? Qui entra in gioco un concetto sempre più discusso: l’attivismo performativo, o «performative activism».

In poche parole, si tratta di un tipo di attivismo che punta più a farsi notare che a fare davvero la differenza. È quel bisogno di mostrarsi “dalla parte giusta”, più per gli altri (o per sentirsi a posto con sé stessi) che per un impegno reale.

Si rimane in superficie: qualche gesto simbolico, un hashtag condiviso al volo, magari una campagna social ben confezionata ma vuota di contenuto.

Un esempio di questa dinamica è il Blackout Tuesday, la campagna social partita nel 2020 dopo l’omicidio di George Floyd per mano di un agente di polizia, che portò alla pubblicazione di milioni di quadrati neri su Instagram in segno di solidarietà con #BlackLivesMatter; ma dietro quei post, spesso, c’era ben poco: molte delle persone che pubblicarono il quadratino nero non erano nemmeno del tutto consapevoli del suo significato, lo condividevano più per non sentirsi escluse da un trend collettivo che per una reale comprensione o adesione alla causa.

In quel momento, non condividere qualcosa sembrava quasi un atto di disinteresse, più che una scelta consapevole.

Viene da chiedersi: perché ci impegniamo solo quando è trendy farlo? Perché certi brand parlano di femminismo, di razzismo, di sostenibilità, di diritti LGBTQIA+ solo nei mesi “giusti”? Perché sentiamo il bisogno di dimostrare che siamo dalla quella parte con un post più che con le scelte di ogni giorno?

Il punto non è criticare chi condivide contenuti: comunicare è importante, i social media sono uno dei mezzi di sensibilizzazione più forti del nostro periodo storico. Il problema arriva quando l’impegno si riduce a quello. Quando la forma prende il posto della sostanza.

In un’epoca in cui tutto è visibile, dove i like e le storie sono diventati indicatori di presenza sociale, è facile confondere l’apparenza con l’azione. L’attivismo vero è qualcosa che succede anche e soprattutto lontano dai riflettori. Succede quando si ascolta, si impara, si mettono in discussione i propri privilegi, si fanno scelte anche sconvenienti. L’attivismo è quando si mostra interesse per i diritti non solo nei mesi dedicati, l’attivismo non è sempre instagrammabile, spesso è silenzioso, scomodo e faticoso.

Ma no, l’attivismo non è morto, sta attraversando quasi una crisi di autenticità in un’epoca in cui l’impatto spesso si misura in like e visibilità, dove quindi battaglie sociali rischiano di diventare strumenti di autopromozione più che azioni di cambiamento, eppure proprio da questa consapevolezza può nascere una svolta.

Ripulendolo dalla nuova connotazione estetica l’attivismo ha ancora tutto il potenziale per incidere davvero, serve solo il coraggio – e la volontà – di riportarlo al centro delle relazioni umane e del tessuto sociale, dove può tornare a fare la differenza, con un filtro di bellezza in meno.

hudapinterest
@huda
Huda: creator e autrice del podcast “Huda, Nessuna e Centomila”, diario generazionale in cui affronta temi come razzismo e disparità di genere.