Lo spazio dello studio, per Ludovica Anversa, è come una tana sacra: «Ogni incontro che avviene lì, mi segna personalmente e artisticamente». È anche il luogo in cui l'artista, milanese classe 1996, si dedica a tele, pennelli e colori ad olio. Principalmente - durante la nostra intervista per la rubrica che si propone di scovare i talenti emergenti e sviscerare i significati dell'arte nel 2025, mi dice infatti che ha dei periodi in cui disegna spesso e, proprio di recente, ha cominciato ad esporre alcuni lavori scultorei: amuleti, che si estendono come organi all'infuori dei dipinti.

Nata e cresciuta a Milano, dove ha studiato e attualmente lavora, Anversa mi racconta di avere avuto fin da bambina un approccio all'arte molto serio e dedito: «Ho iniziato a considerare la mia pratica come una reale professione in Accademia, quando ho conosciuto mentori che mi hanno dato fiducia e artisti con i quali crescere e creare legami ancora oggi fondamentali». È con loro, infatti, che ha organizzato le prime mostre indipendenti o partecipato alle prime residenze, che ha condiviso i primi traguardi e anche le prime delusioni. Alla rappresentazione, preferisce l'evocazione di uno stato, alla leggibilità, l'ambiguità; anche per questo definisce le sue opere semi-astratte: «C'è una parte razionale e ponderata nel mio lavoro, fatta di ricerca e riflessione, ma lascio anche spazio all'intuizione, a una componente più impulsiva e catartica. Per questo, a volte, il lavoro è influenzato dal mio stato psico-emotivo, dai miei amori e dalle mie rabbie, dalle stagioni e dalla luce». Di seguito, l'abbiamo intervistata: ogni singola risposta di Ludovica Anversa alle mie, solite, domande non mi ha lasciato indifferente. Soprattutto, mi ha fatto andare oltre al senso delle cose che già conosco.

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Kenny Alexander Laurence
Ludovica Anversa. Studio portrait. 2025; ph Kenny Alexander Laurence

Quali sono i soggetti che rappresenti? Perché proprio loro?

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Oscar Giacomini
Bite me, tease me, forget me, 2025, oil on linen, 140x100 cm, ph credits Oscar Giacomini, courtesy the artist and Limbo Contemporary
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Oscar Giacomini
Tender rift, 2025, oil on linen 140x100 cm, ph credits Oscar Giacomini, Courtesy the artist and Limbo Contemporary

«Le mie semi-astrazioni sono coagulazioni di frammenti del vocabolario pittorico che ho sviluppato negli anni, piuttosto che soggetti. Al concetto di rappresentazione, preferisco l'idea di evocare stati. Non mi interessa costruire immagini leggibili, ma abitare lo spazio incerto in cui il riconoscibile si sfalda, e la materia si muove tra coerenza e disfacimento. Le forme che dipingo sono simmetriche, organiche, instabili: potrebbero appartenere a un corpo o a una memoria del corpo, a un paesaggio interiore o a una condizione biologica non ancora nominabile. Nella mia recente collettiva Falene alla Galleria Limbo di Milano, le opere si muovono su un terreno instabile, dove la materia è attraversata da tracce enigmatiche, che suggeriscono un linguaggio non decifrabile. In Tender Rift, una forma chiara si estende come un'anomalia sospesa o un'eco fantasmagorica di qualcosa di più profondo, suggerendo una fenditura o un punto di scambio tra interno ed esterno. In Bite Me, Tease Me, Forget Me il titolo stesso evoca un ciclo di attrazione, vulnerabilità e rimozione, amplificando questa tensione e lasciando emergere una trama di segni interrotti, come il risultato di un contatto ripetuto. Orme pulsanti che potrebbero essere incisioni rituali o un Braille disfunzionale, una notazione incisa da una memoria sensoriale più che da un'intenzione razionale. In questi dipinti le immagini rimangono come riverberi e le forme trattengono un movimento latente, come se la materia stessa fosse sul punto di rivelare un altro possibile assetto, una metamorfosi ancora in atto. Il quadro diviene così un palinsesto sensibile; un corpo ferito che tenta di rimarginarsi».

Che tecnica utilizzi?

«Lavoro prevalentemente ad olio su lino. La pittura ad olio è una materia sensuale e fluida di cui sono profondamente innamorata. Poi, anche quando lavoro su supporti solidi, uso materiali morbidi, sensibili, assorbenti: cera, seta, argilla, superfici che trattengono e rilasciano tracce. Cerco la fragilità della superficie, la possibilità di farla reagire come una pelle».

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Ludovica Anversa
Untitled (Series 1) 2020-2024, air-dry clay, oil pastels, oil paint, paraffin, bee wax, 8 x 25 x 20 cm
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Ludovica Anversa
Untitled ( Series 1) 2020-2024, air-dry clay, oil pastels, oil paint, paraffin, bee wax, 8 x 25 x 20 cm

Che cosa ti ispira? Come funziona il tuo processo creativo?

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PAOLO IAMMARRONE
Fatal honesty, 2023, oil on linen 145 x 70 cm, ph credits Paolo Iammarrone, courtesy the artist and Fondazione La Rocca
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PAOLO IAMMARRONE
Shadow, 2024, oil on linen 145 x 70 cm, ph credits Paolo Iammarrone, Courtesy the artist and Fondazione La Rocca

«I miei archivi di immagini sono un caos ordinato in cui amo perdermi per trovare spunti visivi. Colleziono tanti oggetti, piccoli reperti organici che custodisco gelosamente. Sono attratta da tutto ciò che esiste in condizioni intermedie: le forme molli, gli stati latenti, le membrane, i gusci. Di solito lavoro su tante tele contemporaneamente, lasciando che ogni superficie si contamini con le altre, anche a distanza di anni. La mia pittura è fatta di trasparenze che si sovrappongono a corpi opachi e viceversa. C'è una tensione costante tra ciò che si mostra e ciò che rimane in attesa, tra l'apparizione e la sparizione. Non esiste un sopra o un sotto nella composizione: spesso le opere prendono orientamento solo alla fine, quando il gesto si placa e smette di cercare. Lavoro in contatto diretto con la materia, in un rapporto fisico, come se ogni quadro fosse un corpo da decifrare con il tatto più che con la vista».

Ci sono dei progetti particolari a cui sei legata? Quali?

«Una mostra che ho molto a cuore è la mia prima personale alla Fondazione La Rocca di Pescara che si è svolta nella primavera del 2024, a cura di Francesca Guerisoli. Con il titolo Autotomia, ho racchiuso un'impressione ricorrente in tutte le opere in mostra. L'autotomia è una strategia di sopravvivenza: alcuni animali si auto-amputano arti o porzioni del proprio corpo per sfuggire ai predatori, scegliendo la sopravvivenza piuttosto che rimanere interi. Ho scelto questa immagine come metafora di una frattura interiore di natura psichica, un meccanismo di scissione che l'essere umano attiva, spesso inconsapevolmente, per resistere a pressioni interne o esterne. Anche la psiche, come il corpo animale, a volte ha bisogno di separarsi da una parte di sé per sopravvivere: rimuove memorie, recide legami, abbandona emozioni difficili per poter andare avanti. Ma ciò che viene reciso non scompare mai del tutto—rimane come traccia, come impronta residua, come presenza fantasma che continua ad agire nella profondità dell'immagine e del corpo.
Le opere conservavano l'eco materiale quest'idea di rottura, il segno di ciò che è stato perso e, al tempo stesso, la possibilità di una rigenerazione parziale, ibrida, instabile
».

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PAOLO IAMMARRONE
Autotomia, 2023, oil on linen, Diptych 140 x 100 cm each_ 140 x 200 cm, ph. credits Paolo Iammarrone, courtesy the artist and Fondazione La Rocca

Quali sono invece i programmi per il futuro? Hai già idee?

«Sto lavorando ad un progetto per Cremona Contemporanea a maggio 2025. Oltre a questo, ho da poco iniziato un nuovo ciclo di lavori che però è ancora segreto».

Hai un sogno nel cassetto (grande, quasi inarrivabile) e uno realisticamente tangibile? Ce li sveli?

«Preferisco non coltivare sogni inarrivabili – non fa bene alla mia salute mentale. Vivo meglio quando mi radico nel presente, quando riesco a percepire quello che ho senza la pressione di doverlo proiettare continuamente in avanti. I sogni tangibili sono quelli che faccio ogni notte».

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PAOLO IAMMARRONE
Untitled, 2024, oil pastels on paper, alluminium frame 15 x 10 cm (unframed)_25,5 x 21 cm (framed), ph credits Paolo Iammarrone, courtesy the artist and Fondazione La Rocca
ludovica anversa
PAOLO IAMMARRONE
Untitled, 2024, oil pastels on paper, alluminium frame 15 x 10 cm (unframed)_25,5 x 21 cm (framed). ph credits Paolo Iammarrone, courtesy the artist and Fondazione La Rocca

Che cosa significa identità secondo te?

«L'identità, per me, è un luogo che si attraversa, non una forma in cui ci si chiude. Viviamo immersi in sistemi interconnessi di dominio – economici, culturali, sessuali, razziali – nei quali non esistono soggettività artistiche neutre e altre invece segnate dal genere: ogni corpo porta con sé una storia di letture imposte, di aspettative proiettate, di norme interiorizzate. Ogni sguardo nasce da una posizione situata, attraversata da strutture di potere, visibili e invisibili. Sono queer e transfemminista e non credo in identità monolitiche o ruoli immutabili. Credo che abitare un corpo costantemente esposto a proiezioni, etichettato, invaso, e sceglierlo come luogo di una pratica non conciliata, non addomesticabile, sia già, in sé, un atto di resistenza. Rivendico la vulnerabilità come forza, il disordine come linguaggio, il corpo come superficie instabile e ingovernabile. Anche per questo lavoro sull'ambiguità, sull'illeggibilità, sulla trasformazione e su un'idea di "latenza attiva"».

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Oscar Giacomini
Gloria N.2, 2022, oil on linen, 50 x 20 cm each (Diptych) ph credits Oscar Giacomini, courtesy the artist and Limbo Contemporary

Domanda di rito: che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?

«Ultimamente, mi sento profondamente scoraggiata, spesso atterrita, di fronte alle condizioni socio-politiche e ambientali che ci circondano. La complessità e la violenza del presente, il senso di impotenza, la sovrapposizione continua di crisi, fanno sì che anche trovare la motivazione per continuare a fare arte diventi faticoso. Eppure è proprio in questa fatica che riconosco la necessità di restare. Come scrive Timothy Morton, non si tratta di restaurare un ordine perduto, ma di imparare a esistere nel collasso, in quella zona liminale dove le cose svaniscono, si deformano, si rigenerano in forme che non riconosciamo ancora. Penso che fare arte oggi sia uno dei modi possibili di esistere consapevolmente tra le rovine».

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PAOLO IAMMARRONE
Installation view Autotomia, solo show at Fondazione La Rocca, Pescara (2024) ph. credits Paolo Iammarrone, courtesy the artist and Fondazione La Rocca