«Ho sempre creato per il bisogno di farlo. Per me l'arte è una vocazione, il mio voto. Vivo per l'arte che agisce come un motore nel mio essere, penso che sia il mio linguaggio. E nella lotta femminista, che abbraccia ogni altra lotta contemporanea, trovo il significato della mia esistenza», mi racconta Rebecca Momoli, insieme a cui tra l'altro, e per pochissimo, non vado alla presentazione di Femminismo Bastardo di María Galindo a Cantiere Milano, nelle scorse settimane – se un venerdì sera ci sono in programma troppe cose che mi interessano, finisce che non faccio nulla, sto a casa o al bar, poi me ne pento (come in questo caso). È durante questa stessa intervista – la sua prima, mi dice – parte della serie A regola d'arte, che mira ad esplorare i significati dell'arte secondo gli artisti e le artiste emergenti, delle nuove generazioni, che me ne rendo conto, quando l'artista cita, più avanti, la scrittrice boliviana e pilastro del femminismo di La Paz e internazionale; una tra le sue ispirazioni che nutrono, fra le altre cose, un fitto corpus di opere multidisciplinari. Proprio quelle che Momoli, nata nel 2000 a Catelfranco Veneto in provincia di Treviso, crea fin da quando è bambina: «A dieci anni imparavo a disegnare da un'artista appassionata», racconta, poi prosegue la sua formazione con il liceo artistico e la laurea, nel 2023, in Arti Visive alla Naba di Milano. Attualmente studentessa magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali nella medesima accademia, la prima cosa che compare aprendo il suo profilo Instagram sono enormi scritte in stampatello rosso su altrettanto grandi e bianche gonne alzate, che svelano i genitali di chi le indossa. È chiaro fin da subito che la sua arte è una che fonde più medium e che si appoggia in maniera concreta e viscerale sulla parola e sulla parola politica, per poi unirsi, nuovamente, al disegno e alla scrittura, alla pittura, alla scultura, all'arte pubblica, alla fotografia, toccando persino la performance. È chiaro fin da subito anche che la sua arte è rivoluzione, o meglio, che il suo nome è rivoluzione – è all'età di vent'anni che realizza infatti il progetto femminista di arte pubblica Her name is Revolution per Cheap Festival a Bologna. Parallelamente, partecipa anche ad una serie di mostre collettive a Milano, Roma, Bologna, Firenze e Londra, mentre da novembre 2024 a gennaio 2025 inaugura a Torino la sua prima mostra personale in galleria: Anasyrma. Femmina* alla luce del sole, «un progetto davvero speciale per me». Le domande e le risposte che seguono approfondiscono la sua visione artistica e del mondo; sono preziose risorse da custodire, da andare a rileggere, magari, quando tutto sembra un po' più buio. Come le sue opere, di cui riportiamo alcune immagini qui sotto, da contemplare senza sosta: illuminano feed, luoghi istituzionali, strade ma soprattutto il pensiero, il cuore, la coscienza e le emozioni.
Cosa dovremmo sapere di te che non si evince nell'immediato dai social o dalle tue opere?
«Sono una persona molto riflessiva che mette in dubbio tutto quello che fa e lo problematizza. Nell'arte si lasciano sempre tracce, in presenza o in assenza. Negli ultimi anni sono diventata più consapevole della mia posizione nel mondo e sono diventata più critica nei confronti del mondo dell'arte. Sento che per questo motivo mi sono un po' chiusa, ma sto sbocciando di nuovo. La maggior parte del tempo la mia testa è impegnata a capire in che modo sopravviveremo e quale presente e futuro stiamo scegliendo di vivere. Penso a come sono nata da questa parte del mondo e non in un'altra, penso che ho questa cittadinanza e non un'altra; penso al fatto che sono nata sana, circondata dall'amore di una famiglia che mi supporta e mi ha offerto la possibilità di studiare e penso agli strumenti critici che mi sono costruita negli anni. Sono privilegi che non do per scontato e cerco di usarli criticamente per portare avanti la lotta. In un momento storico in cui ogni identità viene chiusa entro stretti parametri, inclusa e mercificata, credo sia importante ricordare e ricordami che sono un'artista femminista ma non sono solo questo. In un grande sistema di poteri che si fonda sugli stretti rapporti fra capitalismo, colonialismo, patriarcato e eterosessismo, non si è mai una sola cosa. Non esiste un'identità unica e fissa in cui racchiudersi. Sono una persona in crescita, vivo le cose intensamente, sbaglio, imparo, sono incoerente, mi incuriosisco, sono emotiva e molto appassionata di quello che faccio. Sin da bambina la giustizia mi muove e io la seguo. E inoltre, sono virgo…».
Sei un'artista multidisciplinare, un'attivista, poetessa e ricercatrice. C'è un medium in particolare che preferisci?
«L'arte è un linguaggio che comunica direttamente con la nostra sfera emozionale, esperienziale e culturale, toccando tanto la dimensione privata quanto quella pubblica. Nel mio caso non vedo distinzione gerarchica o divisoria nel fare un'opera d'arte, scrivere poesia, condurre la mia ricerca, fare attivismo; poiché non vedo confini rispetto a cosa significhi essere un artista oggi. La mia ricerca e pratica prendono forme diverse a seconda del caso. Disegno con quello che ho su carta e fiori, come nella serie in corso Antifragile, i cui disegni cambiano con l'appassirsi delle orchidee. Con le mie prime opere come Grafemio Alfabeto ho dipinto su tessuto linguaggi alternativi e nuove simbologie. Nel caso di So deeply under my flesh ho cercato di usare la pittura come linguaggio filmico per presentare sensazioni e credenze».
La scultura, che é un medium che amo particolarmente, mi permette di incarnare le parole e le idee come nel caso di Catena nuziale, Preghiere al mio amore - Preghiere al mio esecutore, L'uomo é finito - Liorizzonte é infinito. Mi appassiona molto l'arte pubblica e sicuramente continuerò a esplorare la radicalità di questo contesto, con la serie sempre in corso The Testaments lavoro sulla potenzialità del manifesto in ogni sua forma. Nella serie di opere Anasyrma. Atto I - X ho utilizzato la fotografia per immortalare l'atto performativo. Recentemente ho realizzato un'opera relazionale che consiste in un gioco di dadi e di potere, che si intitola Predicatrio. Ho scritto una canzone, un Contratto sessuale, e adesso sto lavorando a progetti performativi e comunitari. Ho tanto da imparare e sperimentare. Ho diversi lavori fatti e non ancora condivisi, altri da ultimare. E nei miei sogni ci sono già le visioni di molti progetti che devo trovare modo di realizzare».
Cosa rappresentano per te rispettivamente le parole e le immagini?
«Le parole sono corpi, le immagini sono profezie. La parola è fondamentale nel mio lavoro, io dico sempre che "penso a parole", nel senso che ho bisogno delle parole per dare forma alle forze. Le parole nominano le cose e per questo le fanno esistere. Il patriarcato ci ha assediato attraverso la parola, il dominio sul femminile e sulla sessualità è iniziato con la scrittura. È fondamentale che tutte le soggettività libere parlino, comunichino e creino linguaggi propri, proprio per difenderci dall'attacco sistemico e legalizzato delle brocrazie machiste che governano. È per questa ragione che tengo particolarmente all'uso della parola nel mio lavoro. La poesia e la poesia visiva sono quei linguaggi non teorici, non razionali e non accademici che permettono di arrivare ad un sentire profondo, che ci connette alla libertà cui aspiriamo. In particolare, la poesia e la poesia visiva sono linguaggi con cui le donne e le soggettività marginalizzate hanno un rapporto privilegiato e prezioso, poiché spesso sono stati gli unici mezzi per esprimersi al di fuori dei linguaggi dominanti. Attraverso l'arte mi interessa formulare e parlare la mia lingua e sostengo l'evoluzione del linguaggio che le giovani generazioni e le urgenze di oggi necessitano. Il dominio fallologocentrico va contrastato con le parole di tutte, con tutte le terminologie di cui abbiamo bisogno».
«Le immagini sono potentissimi veicoli di significato. Anche le immagini sono uno strumento di dominio e dunque, in risposta, costituiscono uno strumento di contrattacco e di difesa. Le immagini possono valicare le barriere linguistiche e transnazionali, le differenze di ogni tipo. Dopo la mitologia e la simbologia, la rappresentazione femminile é sempre stata determinata dalle istituzioni, in particolare dalla Chiesa, dal ruolo e classe sociale e infine dai media. Anche oggi i social detengono un potere tecnocratico che influisce massicciamente sulla rappresentazione femminile, proponendo forme di femminilità egemone e mercificando tutto, persino il sentire e le coscienze. Secondo me, ora più che mai, dobbiamo essere coinvolte nell'autodeterminare la nostra rappresentazione, dobbiamo svuotare la bellezza dal potere politico di dare o togliere valore, dobbiamo togliere l'ossessione dall'immagine e metterla nell’empatia, nella partecipazione sociale e nella poesia. Come artista mi interessa capire come le immagini comunicano e come dominano la coscienza con l'obiettivo di sabotare i sistemi che cristallizzano e danneggiano il femminile. Una cosa che mi preoccupa davvero è l'impoverimento dell’immaginario che il tecno-capitalismo ha causato. Non dobbiamo perdere la capacità di immaginare liberamente poiché lì sta la stessa opportunità di immaginare la rivoluzione».
Come funziona il tuo processo creativo?
«Il mio processo creativo inizia dal fatto che qualcosa mi smuove, mi incuriosisce, mi appassiona. Ogni mia opera parte da un bisogno e da un'urgenza. Di solito quando non ci sto pensando, mi arriva una scintilla. È una perla, un'immagine, una parola, è un'ossessione che devo capire. Il processo di creazione è già iniziato e continua con l'approfondire, studiare, scrivere, disegnare, vivere. Tutto mi può ispirare, da quello che vivo o leggo a questioni storiche o attuali. Ho delle ossessioni cicliche e lavoro molto a progetti. Mi faccio guidare dalla fame, dall'istinto, dalla logica, dall'emozione, dall'etica. Trovare la forma con cui comunicare al meglio l'idea è la parte più soddisfacente del lavoro. La processualità di un'opera mi appassiona moltissimo e mi fa dimenticare il senso del tempo; quando sono molto ispirata non ho né fame né sonno, come quando si è innamorati. Ci tengo molto a dire che nessuna opera d'arte o progetto è un lavoro individuale, la creazione non è in solitaria e distante. Ogni mia opera è un progetto comunitario fatto da chi lo ha ispirato, chi lo ha ideato, chi ha partecipato alla realizzazione, chi ha offerto i suoi consigli e talenti, come artigiani, amici, artisti, persone care. Nello specifico molti dei miei progetti sono dei veri e propri progetti collettivi, nel caso di Her name is Revolution e Anasyrma. Femmina* alla luce del sole, per i quali ho fatto delle open call pubbliche per realizzarli. Mi piace moltissimo lavorare con questa modalità e creando relazioni con altre persone, in qualsiasi tipo di campo».
La tua produzione comunica chiaramente istanze politiche e femministe. Quali nello specifico? Perché decidi di farlo?
«Mi rivolgo ai femminismi con lo stesso bisogno radicale che ho per l'arte; e la mia ricerca e la mia pratica li abbracciano come orizzonti da cui prevedere l'avvenire. Mossa da questioni etiche e di giustizia, sin da adolescente mi sono avvicinata all'attivismo eco‑femminista e animalista. Ho sviluppato una coscienza femminista dalla mia famiglia e dalle mie amicizie. Milito attraverso l'arte femminista da quando, come ogni altra soggettività libera, femme e queer, ho conosciuto la violenza di genere sulla mia pelle. Le donne costituiscono la metà dell'umanità, non sono una minoranza. Nel terzo millennio, la metà del mondo è ancora oppressa da un sistema patriarcale, sessista, razzista, omotransfobico e specista. Tutte le oppressioni sono collegate e la depatriarcalizzazione è l'orizzonte condiviso da ogni lotta di liberazione. Con la mia pratica cerco di mettere in luce e combattere quello strettissimo rapporto che il femminile ha con la violenza patriarcale, implicita, esplicita, interiore, storica, sistematica. Quella violenza con cui la società ci socializza e che assorbiamo internamente. Molte donne sono autodistruttive e troppe hanno poca fiducia in loro stesse. Con il mio lavoro agisco non solo come megafono e motore di denuncia, ma anche come veicolo di potenziamento della coscienza femminile. È fondamentale che le donne abbiano fiducia in loro stesse per partecipare attivamente ad ogni forma del presente e in ogni campo gnoseologico e politico. Contro una retorica meritocratica e capitalista, miro a combattere quei bias cognitivi e di genere che impediscono che l'esperienza, il talento, il lavoro e la presenza femminile siano valorizzati e sostenuti. Il mondo intero deve rendersi consapevole e attivo nel contrastare l'insufficiente presenza sociale, politica e culturale del femminile in tutti i sistemi di amministrazione del potere e quel potere deve essere redistribuito. Attraverso i progetti più recenti che sto portando avanti, come Anasyrma, desidero anche condividere degli strumenti per combattere la mancata conoscenza sul corpo e sulla sessualità femminile, contro il pericolo alla base di tutte le ingiustizie che viviamo: la scarsa rilevanza pubblica, la disinformazione e la censura violenta che annichiliscono il genere femminile e genderqueer. Visto tutto l'impegno che i fascismi neo-liberali mettono nel confondere cosa siano i femminismi, dobbiamo smettere di resistere, dobbiamo ribaltare tutto. Come afferma María Galindo, dobbiamo costruire alleanze basate sulla ribellione comune, al di là dei limiti delle alleanze territoriali o identitarie. L'orizzonte dei femminismi è ampio, infinito; lì non esiste l'uguaglianza ma molto di più: esiste il futuro, l'unico sostenibile. La gioia collettiva, la vittoria della giustizia, per parafrasare Lonzi: il femminismo è la nostra festa. Il compito del femminismo è ribaltare lo status quo e il ruolo della mia arte è quello di partecipare alla costruzione di un presente e futuro migliore e felice per ogni soggettività con cui condivido questo pianeta».
Ci sono dei tuoi progetti a cui sei particolarmente legata?
«Sono legata a tutti i miei progetti e le mie opere. Creare è come originare una nuova vita. Qualcosa a cui sono particolarmente affezionata sono i miei diari, poiché sono spontanei e poco controllati, nati senza il bisogno che qualcuno li vedesse. Ma il lavoro a cui sono particolarmente legata adesso é Anasyrma. Femmina* alla luce del sole, il progetto con cui mi sono laureata e con cui ho inaugurato la mia prima personale a Galleria Moitre, Torino. Anasyrma è l'atto politico di alzare la gonna per disvelarsi. Il progetto esplora il legame tra l'esibizione genitale e una femminilità combattiva, magica e rivoluzionaria. A partire dalla dimensione performativa e rituale dell'anasyrma, dieci scatti incarnano i dieci atti in cui tale gesto è stato ripetuto dalle donne coinvolte. Si tratta di un progetto speciale per me proprio perché legato a delle compagne e amiche coinvolte tramite open call che si sono fidate di me e della mia visione. L'ho realizzato infatti con Irene Mathilda Alaimo, Diletta Bellotti, Camilla De Siati, Sade Linda Ekwedike, Sara Lorusso, Cristina Malcisi, Veronica Yoko Plebani, Maria Pia Salatino, e Viva. Ed è proprio con questo lavoro che ho cercato di esplorare la potente correlazione fra immagine, parola e corpo. Anasyrma è una ricerca nata con l'ambizione di stimolare l’immaginario e il linguaggio sulle corpe femminilizzate, in cui la poesia visiva si fa pratica di guarigione per potenziare il sistema nervoso autonomo. Questa rete fa parte del sistema che ci consente di esprimere il piacere e il dolore, ed è sempre su questa rete che geneticamente si imprime il trauma generazionale. Per questo motivo è fondamentale il trattamento rispettoso o irrispettoso riservato alla femminilità e alla sessualità femminile, in quanto ne va dell'intera vita delle donne».
Domanda finale e di rito: che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?
«Creare fa parte della natura umana ma definiamo "artisti" solo alcune persone. Credo che l’artista non sia tale poiché vende la propria creazione o per la propria fama, ma per la sua stessa essenza. Quell'essenza convive con un bisogno reale e concreto, di esprimersi non in una forma di auto celebrazione ma come offerta verso il mondo. Creare corrisponde sempre a offrire. L'arte comunica e dunque per attivarsi deve avere un pubblico. Oggi il mondo dell'arte ha l'enorme rischio di rivolgersi solo ad un pubblico elitario. È fondamentale che si sostengano progetti artistici che implementano la partecipazione sociale, politica e l'empatia. Senza alcuna certezza sul futuro, viviamo in un mondo che sta bruciando, assillato dalle guerre, mortificato dal capitalismo e distrutto dalle strutture di potere che permettono a pochi di gioire e ai molti di perire. L'artista nel 2025 può essere tutto ciò che vuole, ma deve parlare alle coscienze e non al mercato. L'artista contemporaneo può espandere la propria pratica in ogni direzione e deve farlo con consapevolezza del mondo. Creare arte in questo secolo non dovrebbe significare confezionare prodotti, guardare i numeri, la fama, le mode, i trend e peggio, mercificare le lotte e le idee rivoluzionarie. L'arte deve tornare a essere percepita come un bisogno umano. In una società turbo-capitalista, creare e fruire l'arte devono essere riconosciuti come diritti umani slegati dalle logiche economiche di sfruttamento. Invito ogni essere umano a creare, qualsiasi cosa, al di là dell'imperativo della monetizzazione e al di là del mestiere di "artista". Tutti fanno esperienza di forme artistiche e culturali, e quando queste non sono supportate da grandi nomi, istituzioni, aziende, capitali ecc. difficilmente vedono il riconoscimento che meritano. Anche se considerato utopico va detto: in ogni campo bisogna produrre di meno, anche in quello dell'arte quando la creazione artistica manca di senso critico rispetto al periodo storico che stiamo vivendo e non si radicalizza nella necessità. Ci sono tanti artisti, spesso donne, di comunità marginalizzate o del sud del mondo che lavorano naturalmente in questo senso e vanno valorizzate. Il mondo dell’arte deve svecchiarsi dai miti modernisti del genio che operano ancora oggi e aprirsi a nuove forme di concepire la pratica artistica e sostenerla economicamente. Quella dell'arte è l'ennesima realtà impregnata di ingiustizia economica e di genere. Moltissimi artisti e operatori culturali, soprattutto persone giovani e donne, vengono letteralmente sfruttate e sottopagate. A differenza di quanto avviene, è di imprescindibile importanza che il lavoro artistico e culturale venga riconosciuto e pagato. Associazioni necessarie come Art Workers Italia combattono per l'obiettivo di dare voce alle lavorattrici dell'arte contemporanea nel nostro Paese. Dobbiamo ricordare che sono solo cento anni che le accademie d'arte sono state aperte alle donne ed è stato prima con le Avanguardie e poi con l'arte femminista degli Anni '60, che le artiste hanno fatto il loro ingresso ufficiale e prorompente nel mondo dell'arte. Oggi le artiste e le comunità marginalizzate continuano a subire un ferocissimo gender pay gap. Il lavoro delle artiste viene svalutato attraverso i famosi bias cognitivi di genere e la discriminazione viene istituzionalizzata, come dimostrano le percentuali irrisorie di artiste nelle collezioni museali pubbliche europee, attorno al 10%. Vogliamo parlare di vendite all'asta e mercato? Le artiste affrontano un gender pay gap del 30-40% minimo rispetto ai loro corrispettivi colleghi uomini. Il top 0,03% del mercato, che genera il 40% del valore complessivo delle vendite, è inaccessibile alle artiste. Noi artiste non aspiriamo ad essere incluse e inglobate in questo sistema ma vogliamo la rivoluzione. Questa rivoluzione per me e per tante altre persone, è un bisogno di vita».



























