Secondo la cosiddetta "Things theory" di Bill Brown, bisognerebbe fare una distinzione tra gli oggetti e le cose. Un oggetto ha un suo scopo preciso, viene comprato per assolverlo. Le "cose", invece, assumono un valore che va al di là, che si forma quasi involontariamente mentre ci entriamo in relazione e gli attribuiamo significati nuovi. Quella felpa non è solo una felpa, quel vaso che ti porti dietro di casa in casa è qualcosa di più della somma dei suoi utilizzi (come portafiori, come ferma porte). Le cose non sono mai solo cose, e forse è per questo che è così difficile separarsene, anche nella stagione del decluttering per eccellenza.

Riordinare ci fa bene. Ce lo ripetono in continuazione tutti, concordano mia madre e Marie Kondo, o comunque lo capiamo da soli, quando la superficie calpestabile della camera si riduce a un corridoio dalla porta al letto. «Il decluttering attiva benefici psicologici significativi», conferma la psicologa Maria del Carmen Rostagno, «A livello cognitivo, riduce il "carico mentale": ogni oggetto in casa richiede decisioni e manutenzione, sottraendo energia mentale. Gli spazi ordinati diminuiscono la stimolazione sensoriale eccessiva, favorendo chiarezza mentale e concentrazione». Anche sul piano emotivo, secondo l'esperta, «liberarsi del superfluo genera un'esperienza di leggerezza e libertà, riducendo l'ansia ambientale». Ma allora perché lasciare andare sembra fuori discussione?

L'arte del lasciare andare: i consigli

Cose

Qualche tempo fa, mia sorella, presa da un impeto di riordino in contraddizione con la sua naturale tendenza all'accumulo, ha inscatolato vestiti e oggetti superflui che ingombravano la sua piccola stanza in affitto e ha caricato tutto nella sua auto per disfarsene. Quando mi ha dato un passaggio, qualche mese dopo, le scatole piene di cose stanziavano ancora lì. La chiamava ormai «la dépendance» e ci è voluto un po' perché venisse svuotata. «Gli oggetti diventano ancoraggi identitari», spiega la dottoressa Rostagno, «liberarsene può innescare una crisi di identità sottile ma potente. Molte persone sperimentano ciò che in psicologia chiamiamo "dissonanza cognitiva" tra il desiderio di spazi liberi e l'attaccamento emotivo alle proprie cose». È questa tensione a generare la procrastinazione, forse aspettiamo che gli oggetti che abbiamo trasformato in "cose" tornino a essere quello che erano, mentre giacciono in una soffitta e in un angolo della nostra mente. «Gli oggetti acquisiscono significato attraverso la narrazione personale che vi associamo, diventando depositari di memoria ed emozioni», prosegue l'esperta, «Il concetto di "contagio psicologico" spiega come attribuiamo alle cose l'essenza delle persone o di momenti a cui sono connesse. Inoltre, gli oggetti svolgono una funzione di regolazione emotiva, fornendo conforto e familiarità in un mondo imprevedibile».

Quindi: una collezione che cresce può «riempire un vuoto», un regalo può «materializzare un legame affettivo». «L'orologio ereditato dal nonno non è solo uno strumento per misurare il tempo, ma un ponte intergenerazionale che mantiene viva la continuità familiare», spiega Rostagno, «Gli indumenti indossati in momenti significativi si trasformano in "contenitori emotivi" – il vestito di un primo appuntamento conserva l'energia di quell'esperienza».

Significati

Le cose che possediamo hanno un senso all'interno del nostro piccolo universo personale, lo popolano e lo caratterizzano come personaggi di un mondo fantastico. Possono essere oggetti “transizionali”, cioè aiutarci in un momento difficile a gestire le emozioni o una mancanza (la maglia del tuo ex che non hai ancora buttato, la coperta che hai portato con te da casa), possono essere talismani portafortuna, ma possono anche diventare un peso, proprio per ciò che hanno finito per significare.

«Io li chiamo oggetti “zavorra”», dice la psicologa Alessia Furgeri. Ed è proprio in quei casi che diventa più importante recidere il legame. «Può essere una sorta di rito di chiusura, un modo per prendere consapevolezza che un capitolo della nostra vita è finito e che siamo pronti ad andare avanti», spiega, «Restituire gli oggetti a un ex, ad esempio, può avere il valore simbolico di liberarsi da inutili pesi, riprendendosi i propri spazi. Si crea uno spazio inabitato, negli armadi o nei cassetti, che può rimandare ad emozioni ambivalenti, di perdita ma anche di grande liberazione e leggerezza».

Spazi

Non dobbiamo disfarci di tutto, per forza, oggi: possiamo «provare a trasformare, invece che eliminare», lasciare spazio ai ricordi senza che ci ricreino attorno un'illusione del passato. Vale lo stesso anche per i rapporti umani, in una sorta di decluttering emotivo. «Come accumuliamo oggetti che non ci servono più, possiamo trattenere relazioni disfunzionali, sensi di colpa inutili o schemi mentali», spiega Furgeri, «Un esempio classico sono certe amicizie di vecchissima data, che non rappresentano più le persone che siamo diventate oggi, e che ci rimandano a versioni di noi che ormai non ci appartengono». Oggi c'è da qualche parte, sul fondo dei nostri cassetti o nei calti delle cabine armadio, qualcosa ci fa stare bene, ma c'è anche qualcos'altro che ci blocca. Non sempre nel caos distinguiamo il confine o troviamo la forza di prenderne atto.

«Siamo stati abituati a credere che possedere significhi essere al sicuro, che trattenere sia meglio che perdere», spiega l'esperta, «il cambiamento fa paura: lasciare andare significa accettare che qualcosa è finito, che siamo diversi da prima, che il futuro è incerto. È per questo che, paradossalmente, a volte restiamo attaccati anche a ciò che ci fa soffrire, perché è familiare, perché ci dà un senso di identità. Eppure, il vero benessere non sta nell’accumulare, ma nel saper scegliere cosa vale la pena tenere». Forse, quindi, dovremmo vedere il decluttering non come un pomeriggio di decisioni e scatoloni, ma come il processo di costruzione graduale di uno spazio dov'è possibile lasciare andare e trasformarsi: con cuscini di piume che attutiscano le cadute e mani che ci riparino se finiamo a pezzi.