Apri un profilo social, scorri la biografia del tuo creator preferito e, tra un contatto management e una mail commerciale, compare una nuova dicitura: "in elenco AGCOM". Per molti utenti è ancora un mezzo mistero, per altri è diventato un riconoscimento relativo alla professionalità del singolo talent. Sia chiaro, non è una moda del momento (cari hashtag, anche voi non siete più affatto virali come una volta). Quella sigla rimanda infatti a un registro pubblico istituito dall'AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) per identificare gli influencer che, per dimensioni del pubblico e continuità dell’attività, hanno un impatto paragonabile a quello dei media più tradizionali. Una novità che ha acceso dubbi e anche parecchia confusione su cosa sia obbligatorio fare e cosa invece rappresenti solo una scelta di trasparenza. Ve lo spieghiamo noi.



Perché nasce l’elenco (e chi deve entrarci)

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L’idea alla base del registro è semplice: quando una persona raggiunge centinaia di migliaia (se non milioni) di utenti, la sua comunicazione non è più soltanto personale. Diventa qualcosa che può orientare acquisti e comportamenti. Per questo motivo l’Autorità ha deciso di definire criteri utili a individuare i profili più rilevanti e chiedere loro di rispettare standard più precisi. Le soglie riguardano principalmente i numeri: dalla quantità di follower (almeno 500mila) fino al volume di visualizzazioni (oltre un milione di visualizzazioni mensili). A pesare, inevitabilmente, è anche la presenza di collaborazioni commerciali strutturate. Un’attività dunque che assomiglia sempre di più a un lavoro editoriale vero e proprio. Una sorta di alert che ci avvisa che quel creator rientra in una categoria che deve prestare particolare attenzione alla correttezza dei messaggi diffusi. È un passaggio culturale importante. L’influencer (soprattutto dopo il caso del pandoro gate con Chiara Ferragni, prosciolta) non è più visto come qualcuno che posta liberamente, bensì come un soggetto con responsabilità pubbliche. Ecco perché molti (tra cui la stessa Chiara) hanno cominciato a specificarlo in bio. Ovviamente restano validi gli hashtag a fini della trasparenza in caso di partnership sponsorizzate: #gifted in caso di regali, #adv in caso di sponsorizzazioni, #supplied per lo scambio merce e #collab in caso di collaborazioni strutturate.

Cosa comporta davvero (e perché è un tema così discusso)

I creator presenti nell’elenco dovranno poi attenersi tassativamente a indicazioni chiare sulla trasparenza delle pubblicità, sull’uso di claim corretti, sulla tutela dei minori e sulla distinzione tra opinione personale e contenuto sponsorizzato. In pratica, diventa fondamentale evitare zone grigie. E se da una parte c’è chi si chiede come verranno effettuati i controlli, dall'altra c'è chi crede che il registro formalizzi semplicemente buone pratiche esistenti. Un vademecum, forse, non è affatto male. E attenzione a non iscrivervi. Il creator che non si iscrive o non rispetta l’albo AGCOM infatti incorre a rischi e sanzioni. Quali? Segnalazioni ufficiali, multe o responsabilità legali che possono comportare danni economici e provvedimenti da parte delle autorità. Ecco dunque perchè "in elenco AGCOM" nella bio racconta quindi l’evoluzione di un mestiere. Intanto, noi, una domanda l'abbiamo ancora: gli influencer, per come li conoscevamo, esistono ancora?