Ci sono strade che sembrano neutrali, percorse senza pensieri, ma che possono diventare improvvisamente ostili. Ogni donna lo sa: abbassare lo sguardo, stringere le chiavi in mano, fingere una chiamata. Gli "scrivimi quando arrivi" sussurrati fra amiche. Gesti automatici, che raccontano una verità enorme: camminare in città non è mai un'esperienza uguale per tutti. Rientrare a casa la sera, ancora meno. Quante volte abbiamo rinunciato a una festa a cui volevamo andare perché non avremmo saputo come fare a tornare serenamente? Quante volte, invece, ci siamo andate e abbiamo subito molestie, microaggressioni?



Le città e le strade sono politiche; i movimenti delle donne, e di tanti altri soggetti sono condizionati. "Liberx, non coraggiosx", è lo slogan di DonneXStrada, associazione non profit che ha trasformato la paura in azione concreta, creando i spazi sicuri nelle città e una rete di psicologi e avvocati pronti a intervenire. Di Street Safety si occupa anche Viola, startup a vocazione sociale, con cui la tecnologia diventa scudo, grazie a un servizio di video-accompagnamento che accompagna le persone nel tragitto più semplice e insieme più delicato: quello verso casa.

A muoversi tra questi due mondi, quello dell’impegno collettivo e quello della ricerca tecnologica, è Laura De Dilectis, psicologa clinica, Vice Presidente e co-creatrice di DonneXStrada e CEO di V. Srl – VIOLA. Per questa puntata di Femminsmi 4.0, rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga il femminismo nel 2025 e i modi in cui prende forma, si concretizza durante questa quarta ondata, abbiamo parlato con lei di paura, di libertà e di come sia possibile immaginare nuove città, di come in queste nuove città le realtà di cui fa parte possono cambiare la percezione e l'esperienza di attraversarle.

Come nasce DonneXStrada? Da che esigenze?

«DonneXStrada nasce come progetto per la sicurezza in strada per le donne; sono una psicologa clinica – ho studiato in particolare psicologia di comunità e di intervento – quindi l'idea iniziale era di fare un progetto, appunto, di comunità, che includesse l'università, le forze dell'ordine, le istituzioni e le associazioni del settore. All'epoca, ma anche oggi, non si parla molto di questo tema, perché ovviamente è prioritaria la violenza domestica. Ma comunque i dati (L'Oréal) ci dicono che l'89% delle donne ha subito molestie in strada e che l'80% delle donne ha paura di camminare sola di notte. Un giorno, a marzo del 2021, ho scoperto della morte di Sarah Everard, che è stata rapita, stuprata e uccisa a Londra alle nove di sera da un poliziotto, mentre tornava a casa; in quel momento mi sono resa conto che visto che non c'era nessuna azione a riguardo sarebbe potuto succede anche a me, così come a tante di noi. Le donne non hanno libertà, nel senso che vivono con la paura di essere aggredite e le loro scelte sono condizionate. In quei giorni di marzo 2021 ho fatto partire una call to action sul mio profilo Instagram personale, a cui mi hanno subito risposto varie amiche. Tante persone hanno iniziato a pubblicare varie storie e quindi la cosa si è ingrandita molto velocemente. In poco tempo siamo andate virali anche sul social, passando da 400 a 70 mila follower in 4 giorni; a giugno 21 abbiamo creato l'associazione non profit di cui attualmente sono vicepresidente».

Che progetti porta avanti l'associazione?

«Il progetto principale è il progetto Punti Viola, che ha come fine la creazione di luoghi sicuri per le donne. L'associazione va formare, da un punto di vista legale e psicologico, locali commerciali aperti al pubblico contro la violenza di genere e per la sicurezza in strada. Normalmente, una persona può aprirsi rispetto alle sue problematiche magari dal parrucchiere, al bar di fiducia, in farmacia; spesso però il cittadino non sa come intervenire, non sa cosa consigliare. La nostra idea, che è alla base di tutto quello che facciamo, è fornire strumenti concreti al cittadino comune (quindi non a chi si occupa già di questo) per l'aiuto; una scelta di empowerment e di cittadinanza attiva, affinché possano essere agenti del cambiamento. Poi facciamo anche laboratori per le scuole secondarie di secondo livello, dove andiamo ad unire sia l'aspetto del digitale – quindi uso del digitale consapevole da un punto di vista degli adolescenti – sia le tematiche che ci riguardano – dalla violenza di genere alla sicurezza in strada, ma anche per esempio il body shaming, tutta la questione della violenza digitale e così via. Come associazioni poi forniamo quattro supporti a prezzi calmierati, proprio per renderli accessibile e inclusivi l'aspetto psicologico, legale, nutrizionale e ginecologico, in questo caso, ovviamente, si tratta sempre di professionisti che sostengono il diritto all'aborto. Questo perché sono quattro cose molto legate fra di loro, con la punta dell'iceberg che è rappresentata un po' dall'aspetto legale; quindi se c'è bisogno di denunciare, se c'è bisogno di attivare proprio un un intervento un po' più emergenziale; ma anche da quello psicologico, della relazione con gli altri e con se stessi».

Che cos'è invece Viola Walk Home, la app che aiuta le donne a camminare per strada in sicurezza?

«Viola è una startup innovativa a vocazione sociale di cui sono amministratrice delegata, ma non c'entra più con DonneXStrada. Con V. srl abbiamo sviluppato un'app, VIOLA App, scaricabile su Google Store e Apple Store, in sette paesi e quattro lingue diverse (italiano, francese, tedesco, inglese), per la sicurezza in strada non solo delle donne, ma di tutti – quindi di tutti quelli che hanno paura in strada: può essere anche una persona che si è trasferita in una città che non conosce, con una lingua che non parla, la popolazione LGBTQIA+ ma, perché no, anche gli anziani. Può essere utilizzata da tutti quelli che ne hanno bisogno. La maggior parte della community è italiana: sono 85mila download in questo momento e abbiamo fatto più di 13mila videochiamate. L'idea alla base è quella del video-accompagnamento, quindi di creare questa hotline, riprendendo un po' quello che già avveniva: di solito, per rientrare a casa quando si aveva paura, o anche per raggiungere un determinato luogo la sera, si chiamava l'amica, il genitore, il fidanzato, la fidanzata. Però ovviamente non era sistemica come cosa, non esisteva (non esiste) con anche la funzione video. La videochiamata che ti accompagna fa la differenza come testimonianza oculare e testimonianza digitale, che si abbina poi ad altre funzionalità come la geolocalizzazione abbinata – in modo tale che si si devono chiamare le forze dell'ordine si chiamano velocemente – l'attivazione vocale – per esempio per tutte le persone che vanno a correre e che hanno bisogno di qualcosa di più smart; la videoregistrazione e video archiviazione, che consentono, nel momento in cui succede qualsiasi cosa, di avere la video testimonianza con cui poi andare dalle forze dell'ordine e, potenzialmente, vincere il processo. Aprendo l'app, basta spingere un bottone e parte la videochiamata che collega utente e accompagnatore in trenta secondi, un minuto. Ci sono anche le mappe, in uscita proprio adesso, che sono mappe customizzate – le chiamiamo mappe safe –; sono mappe più intelligenti in un certo senso di quelle che abbiamo a disposizione attualmente. Immaginiamo per esempio che qualcuno debba cercare una farmacia molto rapidamente, l'app segnala subito quelle che sono vicine, stessa cosa con le forze dell'ordine. Oppure, quando si arriva in una città nuova, si possono subito vedere quali sono i punti di riferimento di un determinato quartiere, ospedali per qualunque cosa che succede. Non è solo sicurezza in strada, ma è proprio anche travelling per sentirsi subito più al sicuro. Ad oggi l'app nella versione Premium è disponibile per le aziende, che la possono acquistare per i proprio dipendenti; quindi la offriamo in ottica di welfare. Molte aziende stanno aderendo, sta piacendo perché c'è l'idea di proteggere il dipendente anche fuori dal posto di lavoro, o comunque di fare offrire il proprio supporto. Fra non molto però la apriremo anche direttamente al consumatore, come qualsiasi app. Attualmente gli accompagnatori sono volontari, ma a breve saranno operatori a tutti gli effetti, però è ancora un processo in itinere».

Qual è la risposta dei consumatori ai progetti di DonneXStrada e ai servizi di Viola?

«Credo che il problema fosse talmente reale che poi il riscontro è è evidente. Abbiamo tanta richiesta in entrambi i casi. Con DONNEXSTRADA, la cosa più bella è che la rete di supporti che si crea: immaginiamo che una persona inizi un percorso, ad esempio, con una psicologa, poi a un certo punto dice: "Ah, però voglio anche una ginecologa". Noi abbiamo tutto nella stessa rete, un'equipe alle spalle che segue in caso di necessità. Abbiamo tantissimo riscontro anche sui social, riceviamo tanti messaggi ogni giorno in cui la gente si racconta: c'è molta fiducia in noi, ci condividono storie molto importanti, molto personali. In 4 anni DXS, e in 3 anni con Viola, siamo riuscite a creare proprio uno spazio sicuro. Anche con Viola, chi fa la videochiamata poi ci dà dei feedback stupendi, del tipo "l'app salvavita", "l'app migliore che ho che ho sul telefono", oppure scrive cose come: "Per la prima volta mi sono sentita sicura in strada". Noi abbiamo visto, infatti, che aumentiamo fino ad oltre il 90% la percezione di sicurezza in strada, quindi non è un un finto funzionamento, funziona davvero, perché lavoriamo molto sulla percezione. Quando chiami ti senti più sicura, più tranquilla, anzi magari ci si fa anche una bella chiacchierata o passeggiata, rispetto a un percorso che si sarebbe vissuto in modo molto diverso».

Tu ti sei mai fatta un'idea del perché una persona che è a conoscenza di questo servizio, magari, non si è ancora decisa ad utilizzarlo?

«Credo sia un po' come quando sei in aereo e senti le istruzioni in caso di caduta. Tutti dicono: "Ok, potrebbe succedere", ma nessuno lo vuole effettivamente pensare, ed è anche giusto così. Nel senso che una persona che cammina per strada non si deve immaginare cose simili, anzi, lavoriamo proprio per l'opposto. Da un lato però sì, c'è una sottovalutazione del rischio, tanti magari pensano: "No, preferisco non intasare la linea", per, tra virgolette, dare più spazio ad altri. Il problema di queste cose è che sono improvvise: il senso non è quello di avere sempre paura o stare sempre con il telefono in mano, anche perché tante volte è solo in ottica di supporto. In generale, comunque, nella violenza domestica ma in tutte le cose negative – può anche essere fumare le sigarette sapendo che fa venire il tumore – c'è, a livello psicologico, questa negazione. Facciamo tantissime videochiamate, ma molti si sentono al sicuro anche solo avendo l'app sul telefono, perché è un'app molto rapida, semplicissima da usare. Quindi una volta che si è iscritti (il login è una cosa da fare magari prima di uscire perché richiede un po' di tempo), in caso di necessità è praticamente immediata».

Come si possono sostenere queste realtà?

«DonneXStrada è un'associazione, quindi come per tutte le altre, si possono devolvere il proprio 5x1000 o altre donazioni. Ad oggi possono donare il singolo o l'azienda, specificando se si ha l'interesse di finanziare un progetto specifico, ad esempio un laboratorio, oppure optare per un finanziamento generico per sostenere anche la struttura organizzativa dell'associazione stessa. Per noi sostenere significa anche solo spargere la voce, fare conoscere questa realtà, non è solo un fattore economico. Questo vale anche per quanto riguarda Viola, invece, che è un'applicazione attualmente gratuita: anche in questo cosa diffonderne l'esistenza è importante per chiunque ne abbia bisogno. In futuro però sarà a pagamento e quando c'è una società, la parola sostenere non esiste, esiste pagare. Viola, che ha comunque dei costi molto alti, si pagherà come si paga Uber, o qualsiasi altro servizio. Purtroppo molti ci chiedono come posso sostenere Viola, ma non è fattibile proprio legalmente».

Avete nuovi progetti per il futuro?

«Lato Viola, visto che quello che affronta è un problema non solo italiano, ma mondiale, e Viola nasce anche per portare una soluzione globale, in un aspetto globale, c'è un'ottica di internazionalizzare; per ora siamo in Francia con L'Oréal e poi andremo a Los Angeles. Città come Parigi sono molto complesse, ma l'obiettivo poi non è solo l'Europa; pensiamo anche a paesi come l'India. Lato DonneXStrada, se nel giro di due anni abbiamo creato 800 Punti Viola – più rapidamente di quanto ci aspettavamo – oggi abbiamo i fondi, per ulteriori 50 punti viola. Stiamo lanciando proprio in questi giorni le varie call, quindi se si è un locale commerciale e si vuol diventare punto viola, sul sito si può trovare la sezione apposta dove compilare il modulo. Un'altra cosa importante è che stiamo partendo di nuovo anche con il DXS Lab: con la l'inizio dell'anno scolastico saremo in molte scuole».

Cosa significa secondo te, essere femminista o fare femminismo nel 2025?

«Per me se lo sei poi lo fai, sono due cose che devono essere forza linkate, condizionate l'una dall'altra. Sicuramente si parte dall'essere, come credo in generale. L'essere vuol dire avere dei valori, aver compreso delle delle cose. Un metodo a cui tengo particolarmente, che ho preso da miei studi ed è la basa da cui parto si chiama Photovoice: se io devo cambiare qualcosa per una determinata categoria, devo chiedere a quella categoria, non posso parlare per loro. Per me essere femminista significa quindi avere dei valori come il dialogo e il rispetto, cose che nell'essere umano dovrebbero essere proprio alla base, e conseguentemente quindi applicare qualunque tipo di diritto e qualunque tipo di uguaglianza a tutti, non solo alle donne. Inevitabilmente vengono coinvolti anche temi come l'immigrazione, il contrasto allo sfruttamento sul lavoro, la guerra... Tantissime altre cose. Sul fare, penso che poi ognuno debba traslare in qualche modo la teoria a quello che può fare nel quotidiano, pensare a che impatto può avere. Le sfumature sono molto diverse, le attività sono tante; io credo molto poi nell'applicare tutto quanto al proprio territorio, alla propria realtà. Diciamo che per me l'essere è la base comune e il fare può essere diverso, ma se quella base comune c'è, poi il fare è sempre giusto».

E secondo te invece c'è qualcosa che manca al femminismo 4.0?

«Gli uomini, ma questo è abbastanza evidente. Secondo me poi forse manca praticità: io sono una persona molto concreta e per me se si dichiara una cosa, poi la si fa, invece noto spesso tante dichiarazioni, tante parole, ma poca sostanza. Quello che mi ha spinto a creare questa associazione e poi la startup è proprio questo: non posso più ascoltare i soliti discorsi senza tradurli in azioni. Per me ha molto più valore una scuola che attiva una buona educazione sessuo-affettiva, o scioperare come nel caso del 22 settembre per Gaza, piuttosto che andare in piazza per andare in piazza, parlare fra un circuito di persone che sono tutte d'accordo. Per me quello che ha senso è aprirsi anche a chi non comprende e coinvolgere sempre più persone possibili, passare da minoranza a maggioranza. Per me questo è un femminismo intelligente, quindi ritengo che manchi ancora quella lasciare un po' l'ego, lasciare un po' quell'aver ragione, lasciare anche quel non non cedere al compromesso, quel frazionarsi talmente tanto su una teoria che poi alla fine il dato di fatto non cambia. Qua parliamo di tantissime donne che ci scrivono e che trovano in noi, e non in altri tipi di realtà, delle risposte: è a quelle donne che noi dobbiamo parlare, non in altri salotti».