Qualche mese fa un’amica mi ha raccontato con soddisfazione di essersi decisa a comprare una piccola automobile. «Non ne potevo più», mi ha detto, «di dover fare mille calcoli ogni volta che uscivo». I calcoli a cui si riferiva sono quelli che ogni ragazza ha in mente quando apre la porta di casa: quanto è sicuro il posto dove sto andando? Quanto è sicuro, se ci si vado di notte? Dovrò prendere i mezzi da sola? A che ora? Posso permettermi di pagare un altro taxi? Secondo gli ultimi dati Istat del 2022-2023, le donne sono più preoccupate degli uomini rispetto allo spazio urbano. Sono più preoccupate degli uomini delle violenze sessuali (il 38,9% contro il 32,3%), sono il doppio più propense a sentirsi poco sicure quando escono da sole di sera (16,4% contro il 7,4%), in particolare le più giovani, tra i 14 e i 24 anni, sono le più spaventate.

«La paura del mondo come scena di una futura aggressione funziona come una forma di violenza che rimpicciolisce i corpi», scrive l’autrice femminista Sara Ahmed, «un restringimento che può comportare il rifiuto di lasciare gli spazi chiusi della casa o un rifiuto di abitare ciò che è fuori in modi che ci fanno presagire le aggressioni (camminare da sole, camminare di notte e così via)». «Tali sentimenti di vulnerabilità e paura», aggiunge, «modellano i corpi delle donne e il modo in cui questi corpi abitano lo spazio». Questo spesso si traduce nel non abitarlo proprio: secondo l’Istat le donne sono circa quattro volte più numerose degli uomini nel dichiarare di non uscire di sera per paura (19,5% contro il 5,3%).

Non sempre questa paura femminile corrisponde ai reati che si registrano effettivamente nelle città italiane, che negli ultimi anni stanno in realtà diventando progressivamente più sicure, mentre, al contrario, sappiamo che le violenze in ambito domestico sono frequenti. Per questo, nel loro libro Libere, non coraggiose. Le donne e la paura nello spazio pubblico, le ricercatrici e architette Florencia Andreola e Azzurra Muzzonigro parlano di «timore paradossale». La paura della città, la paura della città di notte, il legame tra spazio pubblico e violenza di genere è socialmente costruito. Eppure, scrivono, «è corretto dire che le donne sono proprio escluse dallo spazio pubblico di sera e di notte, e che questa esclusione avviene in primis attraverso le pratiche di catcalling, i palpeggiamenti, le richieste di prestazioni sessuali, i complimenti non desiderati, i fischi, i pedinamenti, le aggressioni e le violenze vere e proprie».



Nel 2022 Andreola e Muzzonigro hanno fondato Sex & the City, un’associazione che si propone di guardare le città «da un punto di vista di genere» e porta avanti progetti teorici e pratici, incontri pubblici, focus group, e progetti di ricerca che mettono al centro lo sguardo delle donne nella pianificazione della città in ottica femminista. Se è vero, ad esempio, che la città viene attraversata a diversi livelli dalla violenza di genere, la pianificazione urbana ha un ruolo nell’affrontare il tema della paura che le donne provano. Si tratta, però, di inserire il tema della sicurezza in un discorso più ampio e intersezionale che consenta di ripensare la città a misura di chi la abita, dando voce alle persone e alle comunità. «Proprio adesso stiamo lavorando a dei progetti di illuminazione pubblica con prospettiva di genere», spiega Azzurra Muzzonigro. Si tratta di due progetti sviluppati da Sex & the City APS e dalle lighting designers Giorgia Brusemini ed Elettra Bordonaro per la città di Milano. «Le nostre colleghe lighting designer ci dicono che non è una questione di aumentare l'illuminazione pubblica, le città spesso sono anche fin troppo illuminate. La questione è illuminare meglio, far sì che la luce diventi un elemento di attivazione della comunità. Lavorare sulla qualità dell'illuminazione è un tema, ma noi ci teniamo a sottolineare, riprendendo una citazione famosa di Jane Jacobs, che a poco serve un lampione se non ci sono occhi per vedere».

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Si parla tanto dell'insicurezza che sperimentano le donne muovendosi in città. Dove affonda le radici questo tema?

FA: «Il tema della relazione tra donne e spazio pubblico affonda le radici in una lunga storia di esclusione, non tanto per una questione di premeditazione, quanto piuttosto per un'organizzazione tradizionale dei ruoli. Il risultato è che lo spazio pubblico è sempre appartenuto più al genere maschile per una questione di esposizione, di produzione di reddito, di vita pubblica e politica. Le donne sono state invece relegate allo spazio domestico e per questa ragione la pianificazione della città è sempre stata incentrata, a partire dalla nascita del sistema capitalistico, sul lavoro produttivo, su chi esce di casa e va al lavoro. Questa segregazione, che da un lato è simbolica e dall'altra è materiale, ha fatto sì che lo spazio pubblico fosse percepito e organizzato come se fosse rivolto agli uomini. Non è che al momento della pianificazione ci fosse scritto “le donne qui non possono passare”, ma questa divisione si è intessuta nella cultura collettiva. I corpi femminili storicamente sono stati raccontati come corpi fragili, come corpi vulnerabili, incapaci di difendersi nel momento in cui si muovono con autonomia nello spazio pubblico».

Che legame c’è tra violenza di genere e spazi pubblici a livello urbanistico e di progettazione della città?

AM: «In base alla letteratura internazionale sul tema, ma anche a partire dai processi partecipativi che portiamo avanti e dalle raccolte dati, sappiamo che esistono dei luoghi maggiormente legati all’insicurezza. Penso ad esempio ai sottopassaggi oppure alle grandi stazioni, le stazioni dei passanti a Milano, quei luoghi di collegamento che sono spesso deserti. Uno degli elementi ricorrenti è l'impossibilità di essere viste e sentite. Luoghi in cui non ci sono delle vie d'uscita come un tunnel o una strada chiusa. Dal punto di vista della pianificazione si può cercare di evitare, ridurre o mitigare questi aspetti. Non possiamo immaginare delle città in cui non accada nulla, qualcosa evidentemente accade e dobbiamo farci i conti, anche come società civile a livello di partecipazione collettiva.

Il tema è far sì che le città, soprattutto di notte, siano sempre di più popolate da corpi femminili. Perché, come dice lo slogan femminista, “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano", quindi, non è tanto un tema di aumentare le misure securitarie, aggiungere polizia e vari gradi di forze dell'ordine, ma far sì che quei luoghi siano abitati dalla comunità e che questa sia attenta e partecipe».

Spesso, però, si parla di misure securitarie.

FA: «Il tema della sicurezza viene spesso strumentalizzato. Dietro a una certa politica comunicativa del terrore c’è un ribadire sostanzialmente i ruoli tradizionali per cui le donne è meglio se stanno a casa e riprendono a fare le madri invece di ambire ad avere una vita pubblica. C’è anche un legare la pericolosità presunta delle nostre città a determinati gruppi che le abitano, con un accanimento straordinario ad esempio verso persone con un certo grado migratorio, uomini razzializzati visti come il problema principale delle nostre città. Il risultato che si ottiene è che le persone vogliono misure securitarie, vogliono le forze dell'ordine, le telecamere, perché pensano che quella sia l'unica soluzione, l’unico modo in cui il problema della sicurezza può venire affrontato. Ed è vero che il tema della sicurezza va affrontato, non si può risolvere dicendo che non c'è. Se le persone hanno paura, a un certo punto te ne devi occupare, anche se non c'è un’effettiva correlazione con il numero di reati nelle nostre città, anche se non c’è una reale urgenza».

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Foto di Markus Spiske su Unsplash

C’è un modo per parlare di sicurezza da una prospettiva diversa?

FA: «Per certi versi abbiamo una grande occasione. Quella di provare a immaginare le nostre città in maniera meno desolante di come sono diventate le città italiane negli ultimi 10-15 anni».

A cosa ti riferisci?

FA: «Le città non le usa più nessuno. In Italia non sono un luogo in cui le persone sono evidentemente felici di passare il tempo. Posti per i bambini per giocare da soli non ce ne sono più perché ti investe una macchina immediatamente. Panchine non le mettiamo perché sennò ci dormono i senzatetto. Andando avanti così quello che rimane è che la città la usi per andare al lavoro e per tornare a casa la sera.

Sono appena stata 4 giorni a Barcellona: lì alle dieci di sera le strade sono piene di persone e non sono turisti, ma persone anziane, bambini, ragazzi. Tutti stanno fuori casa.

Succede quando c’è uno spazio pubblico che risponde a dei bisogni, quando le automobili sono contenute, quando si restituisce spazio ai pedoni, quando ci sono i bar nei posti giusti dove prendersi un caffè, dove bersi una birretta, oppure ci sono panchine e tavoli se non si può o non si ha voglia di consumare. Questo tipo di concezione della città è l'unica strada che possiamo indicare per affrontare il tema della sicurezza in maniera radicale. Una città vissuta da persone diverse che non sono indifferenti, che si prendono cura reciprocamente del fatto che le persone intorno a loro stiano bene».

In base alla vostra esperienza che misure si possono prendere in questo senso?

FA: «La cosa più importante è quella di far sì che la partecipazione diventi uno strumento effettivo delle politiche, del disegno della città, dell'immaginario sulla città. La coprogettazione e l’ascolto delle voci dei gruppi storicamente più marginalizzati è molto importante se vogliamo provare a costruire delle città che siano capaci di rispondere ai bisogni delle persone. C'è poi tutto un tema legato a quella che viene definita “città dei 15 minuti” o come la chiamiamo noi, “città di prossimità”, quindi non abbandonare i quartieri alle mono-funzioni, non creare quartieri-dormitorio non presidiati, ma pensare a delle città che permettano anche a chi vive ai margini di avere accesso alla vita pubblica, alla vita sociale, creare uno spazio urbano che permetta una socializzazione, una collettivizzazione anche del lavoro di cura e della vita quotidiana.

Quello che noi facciamo è affiancare le amministrazioni pubbliche per provare a capire quali sono effettivamente i problemi che esprimono i quartieri. Per poi pian piano capire se è necessario ridisegnare il marciapiede, rivedere la mobilità, capire se i mezzi pubblici funzionano in quell'area, che tipo di servizi funzionano meno. In questo senso anche raccogliere dati è fondamentale, dati che siano quantitativi e qualitativi, disaggregarli, leggerli in base al genere e provare a capire cosa emerge».

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Foto di Gift Habeshaw su Unsplash

Pensando al legame tra violenza di genere e spazio pubblico, emerge anche un altro aspetto, che mi sembra riguardi la memoria. Negli ultimi anni capita di incontrare panchine rosse, insegne o giardini dedicati alle vittime di femminicidio.

FA: «A me pare importante che la città in qualche modo si assuma una responsabilità di condivisione. Le panchine, dal nostro punto di vista, hanno un valore simbolico, significativo per certi versi, perché riconoscono pubblicamente una violenza che per secoli è rimasta invisibile o comunque considerata un fatto assolutamente privato. Dedicare panchine o spazi pubblici a questo tema significa dire che la violenza maschile contro le donne riguarda l'intera società e non soltanto la sfera domestica. Ovviamente se questa memoria non è accompagnata da un discorso più ampio, rischia di spostare l'attenzione».

AM: «Si agisce su un piano simbolico, ma serve mettere in campo anche delle politiche effettive. Ad esempio recentemente il Comune di Bologna ha ricevuto in eredità delle case e ha scelto di farle diventare case rifugio. Questo significa pensare a delle politiche pubbliche che rispondano a questo tema in maniera effettiva».

In tante città si incontrano anche scritte femministe sui muri e i portici, frasi dedicate a donne e ragazze uccise che in un certo senso modificano lo spazio pubblico. Questo che cosa ci dice?

AM: «Sia le panchine che le scritte sono due esempi di come si agisca nella sfera simbolica dello spazio pubblico. In un caso avviene dall'alto, perché è il comune che mette a disposizione un kit per le panchine rosse che serve ad attivare una comunità per dimostrare una vicinanza al tema con una regia pubblica. Le scritte sui muri, invece, sono un'azione dal basso. Raccolgono una voce, lasciano una traccia dal basso un po’ come succede con certi gesti di hackeraggio dello spazio pubblico. Ricordo, ad esempio, nel 2019 quando è stata lanciata la pittura rosa sulla statua di Indro Montanelli a Milano. Sono delle azioni che gridano, che chiedono una riconsiderazione dei valori attorno a cui la nostra società si riconosce. Lo spazio pubblico è anche questo: l'intitolazione delle strade, dei giardini, delle piazze ci parla di dove riponiamo valore come collettività. I muri delle strade raccolgono questo grido, poi sta alle istituzioni riconoscerlo e trasformarlo in azioni politiche».