Vi servono consigli su come animare la serata o la prossima call su Zoom? In effetti in pandemia potrebbero mancare gli argomenti. Niente paura, abbiamo una soluzione che funziona sempre: basta pronunciare la formula magica "quote rosa" e subito parte un dibattito che neanche a Forum. "Non siamo mica una specie protetta, non ci servono le quote rosa!", "Non voglio essere scelta per il mio genere, ma per le mie capacità!" , "Se introduciamo le quote rosa, che fine farà la meritocrazia?". Ecco alcuni esempi dei commenti che ne potrebbero derivare e, del resto, sembra che le quote di genere (come sarebbe assai meglio chiamarle) non piacciano proprio a nessuno. Persino il premier Draghi nel suo discorso programmatico ha strizzato l'occhio a chi le denigra sostenendo che "Parità di genere non significa un farisaico rispetto delle quote rosa". Ok, ma allora come risolviamo il gender pay gap, la scarsa presenza femminile in politica, il soffitto di cristallo e tutto ciò che ne deriva? Sono anni che ci sentiamo ripetere che "serve ben altro" ma a quanto ci risulta questo "ben altro" non si è ancora visto. Forse allora non è ancora arrivato il momento di smettere di parlare di quote di genere.
Quote rosa, cosa sono?
Con "quote di genere" si fa riferimento a quei provvedimenti adottati nei consigli di amministrazione o nelle sedi istituzionali allo scopo di introdurre obbligatoriamente una certa percentuale di persone di un dato genere. Il fine delle quote è quello di sanare uno squilibrio di genere, appunto e quindi di favorire una parità che purtroppo al momento non esiste ancora. Diversi stati europei le hanno adottate seguendo le direttive UE che richiedono l’introduzione di strumenti - azioni positive - in grado di realizzare l'uguaglianza sostanziale tra uomini e donne. La Francia è stata il primo Paese al mondo ad adottare le quote di genere già negli anni '90 in ambito politico ma esistono anche in Spagna, Belgio, Portogallo, Grecia e Slovenia. In particolare secondo i dati del Gender Quotas Database dei 27 paesi Ue (28 se consideriamo ancora il Regno Unito) sono 7 gli Stati dove sono previste sia quote legislative che volontarie (ossia adottate dai singoli partiti attraverso i propri statuti e regolamenti), 3 quelli dove sono in vigore solo quote legislative, 13 con solo quote volontarie e 5 che non prevedono alcun sistema di quote. A questo si aggiungono poi le misure prese nei consigli di amministrazione: in Germania, ad esempio, da quest'anno le società quotate dovranno nominare almeno una donna nei consigli di amministrazione dai 4 componenti in su.
E in Italia?
Già, che ci piaccia o no l'Italia è tra i Paesi che hanno adottato le quote di genere sia a livello politico, sia nei Cda. Nel 2011 la legge Golfo-Mosca ha infatti stabilito che il genere meno rappresentato nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle società a controllo pubblico debba costituire almeno il 20% dei membri eletti. La quota è stata poi portata al 30% nel 2015 e al 40% nel 2019. In politica, invece, le quote sono state previste per la prima volta nel 2017 dalla legge elettorale conosciuta come Rosatellum che prevede che ogni partito o coalizione non possa avere più del 60 per cento di candidati dello stesso genere all’uninominale e più del 60 per cento di capilista dello stesso genere nella parte proporzionale. Le quote sono state più o meno rispettate (anche se si è comunque trovato un modo per aggirare il sistema attraverso le pluricandidature) portando in Parlamento una percentuale femminile del 35% , la più alta mai raggiunta finora in Italia (e infatti, nel Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum l'empowerment politico è uno dei pochi valori positivi per l'Italia).
Ma allora perché non piacciono?
Ci sono varie ragioni: la prima è che ci ricordano che la parità di genere di fatto non c'è. Come donne non ci piace certo sentirci "favorite" e renderci conto che abbiamo bisogno di una legge per accedere alla politica o ai piani alti delle aziende. Qui entra in gioco la questione "meritocrazia" e chi sostiene che le persone andrebbero scelte per le loro capacità, senza nemmeno guardare il loro genere di appartenenza. Giustissimo, per carità. Questo, ovviamente, sarebbe lo scenario a cui tutti (femministe in primis) vogliamo aspirare, ma come fare per ottenerlo? Al momento sembra evidente che il genere conti (e parecchio): secondo l'ISTAT la percentuale di donne laureate supera quella degli uomini mentre, secondo Almalaurea, le studentesse registrano risultati più brillanti lungo il percorso formativo. Difficile credere che le donne non arrivino in Parlamento o nei Cda per mancanza di meriti.
E perché ne abbiamo bisogno?
"Chi detiene un privilegio non lo cederà mai spontaneamente" spiega Michela Murgia che ha da poco pubblicato su Instagram un prezioso video dal titolo "Quote rosa for dummies". "Se ti aspetti che un fumatore non fumi in assenza di una legge non accadrà mai" argomenta l'autrice e giornalista portando come esempio la Legge Sirchia che ha proibito di fumare nei locali pubblici. "Le 'quote non fumatori' sono servite per educare anche i fumatori a pensare che il loro diritto sta in un rapporto di sudditanza rispetto al diritto di respirare". Le quote di genere dovrebbero quindi avere una funzione pedagogica e spingere a cambiare la mentalità, ad aprire gli occhi di tutti (maschi e femmine) sul bias di genere che è ancora presente nella nostra società e che penalizza le donne. Certo, sarebbe ancora meglio se ci fosse un cambiamento culturale spontaneo e senza forzature ma, se consideriamo che, secondo il World Economic Forum, ci vorranno quasi 100 anni per raggiungere la parità di genere, più spingiamo per accelerare il processo meglio è. Non abbiamo mica tutto il tempo del mondo, no?











