Quando si parla di bellezza ed estetica, che si tratti di una chiacchiera tra amici o di un dibattito intellettuale più approfondito, spesso non si riesce a discutere senza cadere nella discriminazione, qualsiasi faccia questa assuma. Questi trattamenti sfavorevoli hanno a che fare con il genere, i canoni della conformità, la pressione sociale e i doppi standard; in sintesi, la cultura patriarcale, un sistema che, parlando in termini binari, penalizza enormemente le donne, ma non giova nemmeno agli uomini – figurarsi le soggettività nonbinary o gender queer.
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Sono infiniti i modi attraverso cui il sistema sociale in cui viviamo, dove sono principalmente gli uomini a detenere il potere, influenzano le scelte o le insicurezze, legate all'apparenza esteriore. Concentrandosi su due delle sue manifestazioni principali si può comprendere meglio come questo operi, sciogliendo anche qualche perplessità in merito alle sue, a prima vista, incongruenze. Spesso infatti ci si domanda perché se la chirurgia estetica femminile sia ormai da anni sdoganata, non più percepita come un tabù ma anzi normalizzata, in parte socialmente accettata, non si possa dire lo stesso del trapianto dei capelli, in percentuale più relativo a individui di sesso maschile, ma non solo. Se si tratta di due procedure chirurgiche distinte che, sebbene con caratteristiche e obiettivi specifici ma differenti, sono entrambe finalizzate al miglioramento dell'aspetto fisico, perché vengono percepite, attenzionate e trattate in maniera così diversa?
Chirurgia estetica femminile e trapianto capelli: perché vengono discriminati in modo diverso
Si tratta di una dinamica ben rodata. La disparità di percezione tra la chirurgia estetica femminile e il trapianto di capelli maschile (o femminile, che però viene discusso ancora meno) racconta moltissimo di come la società filtri i concetti di bellezza, vulnerabilità e controllo del corpo attraverso il genere. Negli ultimi anni, filler, botox, polinucleotidi (la nuova grande cosa), mastoplastiche e affini sono diventati comuni, persino celebrati. La cultura pop, le influencer, hanno reso socialmente accettabile, e perfino desiderabile, il "ritocco", purché all'interno di una narrazione ben precisa: quella della donna che si prende cura di sé, che investe nel proprio aspetto come simbolo di empowerment. Non sempre tuttavia si tratta di una vera libertà: è pur sempre condizionata dal mantenimento di uno standard e uno status quo estetico sempre più alto, irraggiungibile e inarrivabile. Come osserva Vogue.com in "Thinking About Pandemic-Era Plastic Surgery? You’re Not Alone" un articolo del 2023, la chirurgia estetica è ormai vista come una forma di selfcare, specialmente in un mondo dominato dai filtri e dagli standard estetici digitali. Ma si tratta di una normalizzazione fondata su una pressione estetica costante, che obbliga le donne a intervenire sul corpo per restare competitive, desiderabili, visibili.
Nel caso maschile (ma non solo), la perdita dei capelli è associata a una perdita di virilità, potere, giovinezza. Ammettere di voler intervenire, invece di "accettarla con dignità", viene ancora vissuto come un cedimento, una debolezza. Come se prendersi cura del proprio aspetto fisico fosse, per un uomo, sinonimo di insicurezza o superficialità. Secondo un approfondimento di Refinery29.com, intitolato, "The Real Reason Why Men Are So Secretive About Hair Transplants", la perdita dei capelli viene ancora vissuta dagli uomini come una minaccia all’identità maschile, legata a concetti di virilità, potere e controllo. Il trapianto, invece di essere visto come una scelta consapevole di benessere, è spesso letto come un gesto disperato, quasi patetico. Come spiega il sociologo Anthony Synnott nel testo "Shame and Glory: A Sociology of Hair" all'interno del The British Journal of Sociology, l'identità maschile è storicamente costruita sul corpo forte, giovane, prestante. L'alopecia mina questo modello e, di conseguenza, scegliere di intervenire per rimediare è percepito come un'ammissione di fallimento. Il doppio standard tossico, un cane che si morde la coda, impone alle donne l'obbligo di rientrare in determinati parametri estetici per essere accettate socialmente; se questo non succede agli uomini, ed è oggettivamente un privilegio, nel caso in cui uno di questi dovesse mostrare vulnerabilità, o anche solo un desiderio di miglioramento esteriore – la calvizie è oggetto di discriminazione, in contrapposizione a una chioma folta e prosperosa –, verrebbe giudicato negativamente. Le convenzioni sociali permettono (a volte impongono) infatti a una donna, di "prendersi cura di sé", ma all'uomo no: facendolo si posizionerebbe al pari di una persona di sesso femminile, accusato e deriso. Se questa è la dimostrazione di come il patriarcato sia dannoso anche per i soggetti di sesso e genere maschile, lo è sicuramente anche del fatto che, al suo interno, le donne spesso non vengano prese in considerazione seriamente. Non quanto un uomo, non quanto uno che può detenere il potere.
La chirurgia estetica femminile è diventata negli anni un "rimedio" socialmente tollerato a corpo, età, rughe, peso, proporzioni. Ma, anche qui, non del tutto: sono ancora troppe le persone, in un mondo che in un modo o nell'altro richiede alle donne di rientrare in determinati beauty standard, risolvendo "problemi" creati dalla società stessa, a permettersi di giudicare chi, infine, ha deciso di sottoporsi a interventi di medicina estetica. Certo, non è più vissuta come un tabù estremo, ma quanto ancora la gente si permette di pronunciarsi sulle scelte insindacabili degli altri? Quanti commenti non richiesti dobbiamo ancora sopportare per esserci rifatte il naso, gonfiate le labbra, alzati gli zigomi? La cultura patriarcale fa proprio questo: impone di essere in un certo modo, belle, per poi screditare non appena si decide di adeguarsi a quel dettame. Il risultato? Una donna non andrà mai bene: sarà o brutta o solo bella, bella ma rifatta, vecchia o di plastica. Al contrario, per l'uomo, la pressione esiste in una misura decisamente inferiore, ma in maniera meno dichiarata. Il problema c'è, ma non si può dire. E quindi il trapianto, come tutto il lato più emotivo, diventa un tabù silenziato. Sempre su Refinery, viene evidenziato il modo in cui gli uomini tendano a non parlare delle proprie procedure, comportandosi, dopo un trapianto, come se nulla fosse successo. «Quando si tratta del loro aspetto o delle loro vulnerabilità, ci si aspetta che gli uomini non non provino nulla, ma in realtà lo fanno». Anche questa narrazione è tossica e anche lei serve al mantenimento dello status quo, del patriarcato stesso, che serve ad arricchire pochissimi, per lasciare soli, insicuri e poveri tutti gli altri. Per dirla con le parole di Naomi Wolf (1991) ne Il mito della bellezza (la Bibbia): gli ideali di bellezza vengono utilizzati come strumento di controllo sociale dei corpi, in favore della capitalizzazione di ogni singolo strumento "magico" che possa riempire le tasche di un imprenditore, fingendo di colmare il vuoto di un consumatore.
Se la chirurgia estetica femminile è entrata nei magazine, nelle serie TV, nei tutorial, il trapianto dei capelli è rimasto fuori da qualsiasi racconto aspirazionale. Gli unici modelli sono celebrity, alcune celebrity, il cui cambiamento è spesso oggetto di meme e sarcasmo, più che di ammirazione. Inoltre, il mercato della chirurgia estetica è fortemente orientato al target femminile. Secondo i dati dell'International Society of Aesthetic Plastic Surgery (ISAPS), nel 2022 le donne hanno rappresentato oltre il 90% degli interventi estetici non invasivi. Gli uomini sono in crescita, ma con minor visibilità e rappresentanza. Le donne possono raccontare pubblicamente la loro esperienza con i filler su TikTok o con più o meno orgoglio su Instagram, gli uomini, invece, restano nella sfera del privato o della battuta autoironica. Ma qualcosa sta cambiando: creator maschili su YouTube e TikTok iniziano a raccontare il loro percorso con trasparenza. Ed è proprio da lì che potrebbe partire la vera normalizzazione, un cambiamento di paradigma che, non essendo pratica accettata del genere che lo sta promuovendo, potrebbe servire a migliorare i ruoli di genere, verso una mascolinità più sana. Perché se la chirurgia estetica femminile è stata resa socialmente accettabile solo perché funzionale a un ideale femminile imposto, il trapianto di capelli maschile, invece, mette costantemente in discussione lo stereotipo dell'uomo "forte e fiero" che non deve cedere al tempo, né mostrare fragilità. Ma non basterà di certo invertire una piccola parte di narrazione; bisogna concentrarsi sul riscrivere nuovi modi di relazionarsi che non implichino in nessun modo squilibri di potere. Solo così, potremo tutti riappropriarci di un rapporto sano con la bellezza. E forse anche di tanto altro.
Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.














