Cosa racconta di noi il nostro cognome? La risposta più ovvia è che identifica, nella maggior parte dei casi, da quale famiglia proveniamo. Ma quel family name, come lo chiamano gli inglesi, fa molto di più. Ci presenta al mondo ancora prima che possiamo farlo noi stessi. Ci assegna un punto di partenza in una storia che non abbiamo scelto, ma dalla quale iniziamo a costruire la nostra. È il filo che ci riporta indietro quando ci allontaniamo troppo, il legame che ci ancora alle nostre origini, il primo pezzo della nostra identità.

E allora viene naturale chiedersi: chi siamo quando smettiamo di essere figli di qualcuno?

Restiamo le stesse persone o diventiamo qualcun altro? È una domanda che torna inevitabilmente davanti alla scelta di Vivienne, la figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, che il 12 luglio, giorno del suo diciottesimo compleanno condiviso con il fratello gemello Knox, ha presentato alla Corte Superiore della Contea di Los Angeles la richiesta di eliminare quel Pitt che l'ha accompagnata fin dalla nascita (ma che lei aveva già rimosso da una locandina teatrale). Se la richiesta verrà approvata (l'udienza sarà a novembre) il suo nome diventerà semplicemente Vivienne Marcheline Jolie.

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Bruce Glikas//Getty Images

Non sappiamo quali siano le ragioni personali che l'hanno portata a questa decisione: nel modulo depositato in tribunale, alla voce dedicata alla motivazione, compare una sola parola, "personale". Ma il suo gesto apre una riflessione che va ben oltre Hollywood. Perché scegliere il nome con cui presentarsi al mondo significa, in qualche modo, scegliere anche la storia con cui si desidera essere raccontati.



Una scelta che arriva insieme alla maggiore età

Vivienne non è la prima dei figli di Angelina Jolie e Brad Pitt a prendere questa decisione. Shiloh aveva presentato la stessa richiesta il giorno del suo diciottesimo compleanno nel 2024 e oggi porta legalmente il cognome Jolie. Anche Zahara e Maddox hanno avviato il percorso previsto dalla legge, mentre Knox e Pax hanno seguito strade diverse.

Vivienne ha scelto lo spartiacque della maggiore età. Non ha aspettato di costruirsi una carriera o una vita lontano dai riflettori. La prima scelta pubblica compiuta da adulta riguarda proprio il suo nome. Ha esercitato una libertà, un'affermazione di consapevolezza che trasforma un semplice atto amministrativo in un passaggio simbolico (e forse necessario) verso l'età adulta. Senza per forza rinnegare il passato, ma esercitando una scelta. Che, nel suo caso, non è soltanto un legame familiare: Pitt è uno dei brand più riconoscibili di Hollywood. Rinunciare a quel marchio di fabbrica significa esporsi a un lettura pubblica del gesto, anche oltre le intenzioni di chi lo ha compiuto.

Perché per la Gen Z anche il nome è parte dell'identità

Vivienne è una teenager cresciuta davanti all'obiettivo dei fotografi. Eppure con la sua generazione condivide quell'idea per cui cambiare username, biografia, immagine del profilo o perfino il modo in cui ci si presenta agli altri è parte della costruzione della propria identità. Forse è anche per questo che la storia di Vivienne risuona così tanto oggi. La Gen Z è cresciuta in un'epoca in cui l'identità non viene più percepita come qualcosa di immobile. Per molti giovani è un percorso, non un punto d'arrivo.

Il cognome quindi smette di essere soltanto un dato anagrafico e torna a essere una scelta possibile. Non perché tutti desiderino cambiarlo, ma perché sempre più persone sentono il bisogno di interrogarsi sul significato dei simboli che le rappresentano. Il cognome è la prima parola con cui il mondo ci conosce. Per la maggior parte di noi rimane la stessa per tutta la vita, un'eredità. Per Vivienne, invece, è diventato un atto consapevole.