La musica, il fashion e i film, alla fine non ci salveranno: stiamo camminando su una passerella che va dritta all'inferno. A cantarlo è Charli XCX nel suo ultimo album – appunto Music, Fashion, Film, nel brano che, come le sfilate, si intitola "SS26". «Spring, Summer 2026 / When the world is gonna end, no hope for any of it», riflette la popstar britannica, mentre si rattrista per l'instabilità di un mondo che non funziona. Per quanto sia difficile appurare che forse sì, neanche l'arte può nulla contro il clima in crisi e il deterioramento degli ecosistemi naturali, per fortuna che infondo c'è: non lo dice esplicitamente nel testo, ma anche Charli lo sa. Quello che è successo nella vera e propria SS26 ne è la conferma.
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Lo scorso inverno, gli show parigini che ci preparavano alla primavera estate di quest'anno si sono dimostrati ampiamente versatili nei confronti dei capelli afro: da Celine a Rabanne, la SS26 ha segnato un cambiamento nella rappresentazione dei capelli texturizzati sulle passerelle, con modelle acconciate con trecce elaborate e pattern complessi, forme strutturate e costruzioni sapienti, curate nei minimi dettagli allo stesso modo delle creazioni tessili dei designer. Secondo Dazed, nei backstage e oltre era un tripudio di «cornrow concentriche e sinuose che incorniciavano entrambi i lati del viso, treccine sottilissime e minimaliste raccolte in chignon bassi ed eleganti». Da Chanel, una modella ha sfilato con lunghi locs: «una dichiarazione definitiva di valorizzazione dei capelli naturali nell'alta moda, perfettamente in armonia con la femminilità disinvolta degli abiti».
Per decenni, il settore del lusso ha promosso un ideale estetico estremamente ristretto, privilegiando corpi magri, modelle bianche, capelli lisci o "facilmente gestibili" secondo gli standard e le conoscenze occidentali. Sebbene oggi le passerelle siano più inclusive rispetto al passato, la rappresentazione dei capelli afro e texturizzati continua a scontrarsi con pregiudizi radicati: non sono poche le modelle nere che raccontano di arrivare nel backstage senza trovare professionisti preparati a lavorare sulla loro texture naturale, finendo spesso per occuparsi da sole di capelli e make-up. Una situazione che evidenzia come la diversità nel casting non sia ancora sempre accompagnata da un cambiamento concreto nelle pratiche e nelle competenze dell'industria.
In Italia, dove la situazione non brilla di certo per la sua avanguardia, c'è in particolare una persona che sta riscrivendo la narrazione degli afro hair all'interno della moda milanese, ma non solo. Attraverso il suo approccio consapevole ai capelli texturizzati, Anfis – 27enne nato a New York da padre italiano e madre brasiliana – contribuisce a rendere l'industria fashion un posto più inclusivo, rispettoso e preparato. «Mi considero una persona estremamente fortunata: vivo facendo arte con le mie mani – ci racconta durante questa intervista – quello che per molti è un semplice mestiere, per me è un linguaggio che racconta culture diverse. La mia famiglia multiculturale è stata la prima, fin da piccolo, a insegnarmi il valore delle differenze».
Oggi Anfis Tassone lavora come hairstylist specializzato in capelli afro e textured hair nel mondo della moda internazionale, collaborando con alcune delle più importanti Maison durante le settimane della moda: abbiamo chiacchierato con lui per approfondire il significato e il valore culturale delle braids e dei protective styles e conoscere il suo esteso universo creativo, oltre che fare il punto sulla scena italiana e globale. Per far sì che non solo la SS26 possa salvarci almeno un po', ma anche tutte quelle del futuro.
I capelli afro e texturizzati nel mondo della moda: l'intervista a Anfis, fashion hairstylist specializzato in treccine
Come sei arrivato a specializzarti nelle treccine e nei capelli afro?
«Sono cresciuto a Rho, in provincia di Milano, praticamente a casa della mia migliore amica Naomi, che è congolese. Sua mamma era quella che tutti conoscevano come "La signora delle treccine": ogni giorno passavano persone di ogni età per farsi sistemare i capelli. Io ero sempre lì. Guardavo, facevo domande, osservavo le mani muoversi. Senza rendermene conto stavo imparando. Per me le treccine non sono mai state una moda. Sono cresciuto vedendole come un gesto di cura, di comunità e di identità. È lì che è nato tutto».
Come hai iniziato a lavorare come hairstylist nel mondo della moda?
«Nel settembre del 2021 ho ricevuto un messaggio su Instagram. Mi chiedevano se fosso disponibile per un lavoro, senza darmi nessuna spiegazione particolare. Io non sapevo nemmeno cosa fosse la Fashion Week. Mi hanno detto solo un indirizzo, un giorno e un orario. Sono arrivato prestissimo e ho trovato una fila infinita di persone che stavano facendo il tampone per il Covid. Sinceramente in un primo momento ho pensato si trattasse di una truffa; stavo quasi per tornarmene a casa. A un certo punto un ragazzo mi ha guardato dicendomi: "Fai il tampone e vai a lavorare". Fortunatamente era negativo. Ho preso l'ascensore e quando si sono aperte le porte mi sono ritrovato nel backstage di Fendi. Da quel momento la mia vita è completamente cambiata».
Com'è lavorare oggi tra clienti personali, shooting editoriali e sfilate?
«Amo profondamente la moda. Mi piace la velocità dei backstage, l'energia creativa, il fatto che ogni giorno sia diverso. Ma se oggi sono qui è soprattutto grazie ai miei clienti: sono loro che hanno creduto in me quando nessuno mi conosceva, che mi hanno permesso di fare esperienza e di migliorare ogni giorno. Le sfilate sono incredibili, ma tornare in studio e vedere una cliente che esce sentendosi più bella e sicura di sé ha un valore enorme. Le due cose si alimentano a vicenda».
Negli ultimi anni treccine e protective styles sono sempre più presenti sulle passerelle e nelle campagne moda. Che cambiamento hai osservato da professionista?
«Quando ho iniziato io era appena passato il periodo di Black Lives Matter. La moda ha stava iniziando finalmente a dare più spazio ai modelli neri e questo ha creato anche una maggiore necessità di professionisti che sapessero lavorare con i capelli afro. All'inizio vedevo quasi sempre le stesse acconciature, mentre oggi invece mi capita di realizzare faux locs, treccine molto elaborate, protective styles che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili in passerella. La cosa che mi rende più felice, però, non è solo vedere più varietà, ma constatare che modelli e modelle non devono più rasarsi o modificare completamente la propria identità per adattarsi agli standard della moda. La texture naturale sta iniziando a essere vista come qualcosa da valorizzare e non da correggere».
Le treccine sono spesso percepite come una tendenza, ma hanno una storia molto più profonda. Quanto è importante raccontarne il significato culturale? Ti capita di dover spiegare la differenza tra appropriazione culturale e apprezzamento culturale? Come affronti questa conversazione?
«Per me è fondamentale. Mi piace parlare della storia delle treccine con chiunque si sieda sulla mia sedia. Ogni cultura racconta una storia diversa attraverso i capelli. Le treccine hanno sempre rappresentato identità, appartenenza, resistenza, spiritualità e persino strumenti di comunicazione: conoscere questa storia non significa che solo alcune persone possano portarle ed è qui che secondo me bisogna fare una distinzione importante. L'appropriazione culturale non si verifica semplicemente quando una persona bianca si fa le treccine, ma nasce quando si prende qualcosa da una cultura senza riconoscerne la storia, senza rispettarla o, peggio ancora, quando ciò che è stato discriminato su alcune persone viene improvvisamente celebrato solo perché lo indossa qualcun altro. L'apprezzamento culturale, invece, parte dalla curiosità, dall'ascolto e dal rispetto. Quando una cliente arriva con la foto di una celeb e mi dice "voglio queste treccine", spesso colgo l'occasione per raccontarle da dove arrivano davvero quelle acconciature. Non per giudicare, ma perché conoscere la storia rende tutto molto più bello».
Per chi non conosce questo universo, quali sono le principali tipologie di braids e di protective styles e che cosa le distingue?
«Le principali sono sicuramente le cornrows, cioè le treccine attaccate alla testa. Negli ultimi anni si sono evolute nelle stitch braids, caratterizzate da linee molto precise che sembrano quasi "cucite", da cui il nome. Poi ci sono le box braids, cioè le trecce singole realizzate partendo da sezioni geometriche. Da queste derivano tantissime varianti, come le boho braids, con ricci lasciati liberi, oppure le Fulani braids, che combinano treccine attaccate nella parte frontale e trecce sciolte sul retro. Ma questa è solo una piccola parte di un universo creativo enorme».
Quali sono gli errori che l'industria della moda e della bellezza continua a commettere quando si tratta di capelli afro e textured? In Italia esiste oggi una rete sufficiente di hairstylist formati sui capelli afro oppure siamo ancora indietro?
«Credo che l'errore più grande sia pensare che i capelli afro siano un problema da risolvere. Ancora oggi capita che ai modelli neri venga chiesto di rasarsi semplicemente perché è più comodo, oppure che si cerchi di lisciare un capello afro a tutti i costi, anche danneggiandolo, solo per uniformarlo agli altri. Io credo che la moda debba adattarsi alle persone, non il contrario. Per questo ogni volta che posso cerco di trovare soluzioni che rispettino la texture naturale. In Italia, purtroppo, siamo ancora molto indietro. Gli hairstylist davvero specializzati nel textured hair sono pochissimi. Anche per questo ho deciso di iniziare a insegnare: da ottobre partiranno i miei corsi in presenza e online. Non sarà solo pensato per professionisti che vogliono specializzarsi ma anche per i genitori che hanno figli con i capelli afro e spesso non sanno da dove iniziare».
Cosa significa, concretamente, prendersi cura di un capello afro durante una sfilata o uno shooting?
«Prima ancora dei capelli significa prendersi cura della persona. Voglio che una modella si sieda sulla mia sedia sentendosi tranquilla, non spaventata. Purtroppo molte ragazze hanno avuto esperienze negative nei backstage: il mio obiettivo è far sì che si alzino dalla sedia pensando di essere state ascoltate e rispettate. Dal punto di vista tecnico significa capire la texture che hai davanti e trovare il modo di realizzare la visione del designer senza snaturare quel capello».
Come cambia il processo creativo quando realizzi un'acconciatura per un editoriale rispetto a una cliente? Da dove trai ispirazione? Arte, tradizioni, architettura, musica? Ci sono professionisti di cui ammiri il lavoro? Quali sono state le tue sfilate preferite dell'anno?
«Le sfilate seguono una direzione creativa precisa. Nei miei progetti personali, invece, posso raccontare completamente la mia visione artistica. Lì nasce la parte più libera del mio lavoro. Alcuni del miei lavori preferiti sono il corto Anfis ormai siam qua e lo shooting Oshun e yemayà. Le mie più grandi fonti di ispirazione sono le donne nere che ho incontrato nella mia vita: mi hanno insegnato moltissimo, non solo sui capelli ma anche sulla forza, sulla cultura e sul senso di comunità. Mi ispira anche viaggiare, osservare le persone per strada. Preferisco mille volte una persona vera a qualsiasi immagine generata dall'intelligenza artificiale. Cerco continuamente libri storici sulle acconciature africane perché credo che per innovare bisogna prima conoscere quello che è stato fatto. Professionalmente devo tantissimo a Guido Palau: entrare nel suo team è stato uno dei più grandi privilegi della mia carriera».
Qual è il cambiamento che speri di vedere in generale e nei backstage da qui ai prossimi cinque anni?
«Vorrei vedere più diversità non solo sulle passerelle, ma anche dietro le quinte. Più hairstylist afro, più professionisti specializzati, più persone capaci di far sentire ogni modello rappresentato. Per quanto riguarda me, sento di essere pronto per firmare sempre più lavori con il mio nome. Per tanti anni ho visto uscire immagini con acconciature realizzate da me senza essere nemmeno menzionato. Fa parte del percorso, ma oggi sento di essere pronto per assumermi una responsabilità diversa. Vorrei continuare a dimostrare che si può costruire una carriera restando fedeli ai propri valori. E se un giorno qualcuno deciderà di intraprendere questo mestiere perché ha visto il mio percorso, allora avrò lasciato qualcosa di più importante di una semplice acconciatura».

















