Per molto tempo il dolore ha avuto le sue regole. Non scritte, ma profondamente radicate nella società e nel suo senso del decoro. Regole su come mostrarsi al mondo, su cosa fosse accettabile esprimere e cosa invece dovesse rimanere nascosto. Dinamiche che facilmente si trovano nell’ultima stagione di Bridgerton rilasciata da Netflix. Seppur romanzata, seppur in un contesto che intreccia ricostruzione storica e fantasia, la serie continua a raccontare i codici emotivi della società. E così proprio nella quarta stagione, il tema si fa più profondo e più tridimensionale.



Tra matrimoni, amori, tradimenti, maternità e giochi di potere, è lungo questi ultimi episodi - attenzione agli spoiler! - che prende forma una riflessione intensa sul lutto. Francesca, la protagonista di questi attimi, trattiene il dolore, nascondendolo dietro le responsabilità della buona moglie che, soprattutto nei momenti di perdita, deve mantenere il controllo. Il funerale, appare così come una vera e propria performance sociale, dove dignità ed emozioni lottano silenziosamente tra loro.

E in fondo il lutto è sempre stato anche questo: una forma di rappresentazione condivisa. Lo era già nell’antica Grecia, dove i rituali funebri avevano una dimensione fortemente teatrale, con lamenti e gesti di disperazione. Così il dolore, con il passare dei secoli, è stato ricondotto a una versione più composta e controllata, fino ad arrivare ad oggi dove la cultura pop sembra riaprire uno spazio per mostrarlo. Attraverso le serie tv, i social e anche la musica che ascoltiamo - così come le sue grandi autrici contemporanee - la vulnerabilità si è presa un posto al centro, diventando sempre più visibile. Il pianto non rimane più privato, ma un linguaggio emotivo e condiviso, attraverso cui “l’altro” può semplicemente riconoscersi in una stessa fragilità. Ed è qui che entra in scena la figura della sad girl.

L’estetica della sad girl cambia narrazione

Se nelle narrazioni romantiche il dolore rimane silenzioso e trattenuto, nella cultura contemporanea la malinconia, il dolore, la tristezza si espongono apertamente. Cantanti che costruiscono interi immaginari attorno alla propria vulnerabilità, video su TikTok in cui le rotture sentimentali diventano racconti pubblici. E così la tristezza non è più soltanto un sentimento: diventa anche un’estetica. Semplicemente il dolore ha cambiato forma. E se per secoli soffrire è stato soprattutto un esercizio di controllo, oggi la vulnerabilità trova nuovi spazi per emergere, il dolore non rimane più necessariamente nascosto. Ma quindi chi decide come dobbiamo soffrire? Forse è arrivato il momento per fermarci, per chiederci cosa sia giusto per ciascuno. Ed è qui il cambiamento: la possibilità, finalmente, di vivere il dolore senza doverlo disciplinare, soffrendo nel privato, davanti al proprio specchio di casa, e sì anche davanti agli altri, con uno smartphone in mano per trovare in quello spazio digitale qualcuno simile a te.