Gli appassionati di serie sugli zombie sanno che ci sono alcuni tratti distintivi che si ripetono in tutte le fi ction di questo genere: cadaveri viventi dagli occhi spiritati che si muovono in gruppo, mostri urlanti che sbucano da vicoli bui, bocche spalancate putride piene di denti insanguinati. Eppure, quando è arrivato sugli schermi The Last of Us, nel 2023, sembrava che nessuno fosse preparato a quel genere di horror. Basata sull’omonima serie di videogiochi, la fiction segue Joel (Pedro Pascal) ed Ellie (Bella Ramsey) mentre viaggiano attraverso un’America post-apocalittica: la popolazione è stata decimata da un’infezione parassitaria, che trasforma le persone in mostri senza cervello.
Accanto alle scene un po’ spaventose e un po’ schifose, ci sono alcune delle rappresentazioni televisive della comunità LGBTQ+ più autentiche degli ultimi anni. Non poi così nascoste fra le improbabili rovine di questa società devastata da una pandemia. Se da un lato The Last of Us, tornata il 14 aprile con la seconda stagione su Sky e Now, si è guadagnata il plauso per aver ridefinito il genere post-apocalittico con le sue interpretazioni, la sua narrazione e le sue immagini cinematografi che, dall’altro la serie ha rivoluzionato la rappresentazione della queerness in televisione. Con grande sorpresa di molti, la serie ha ampliato le relazioni LGBTQ+ del videogioco, creando storie d’amore pienamente realizzate, in particolare nel terzo episodio, che segue il rapporto tra lo scontroso Bill (Nick Offerman) e l’artista Frank (Murray Bartlett).
Dopo un primo incontro piuttosto movimentato, i due si imbarcano in una bellissima storia ventennale che eleva l‘amore queer, in un mondo devastato dalla sofferenza. A differenza di quanto avviene nel videogioco, dove Bill è un uomo amareggiato e abbattuto dalla morte di Frank, la serie ribalta il dannoso topos letterario secondo il quale i personaggi omosessuali vengono uccisi spesso in modi inutilmente violenti. Anche se Frank alla fine muore per una malattia degenerativa, i due amanti decidono di lasciare il mondo alle loro condizioni: andandosene insieme, ancora innamorati, dopo aver vissuto una vita appagante. La storia d’amore di Bill e Frank non è l’unico filo conduttore queer di rilievo nella serie.
Nel settimo episodio, viaggiamo indietro nel tempo e conosciamo gli eventi che hanno cambiato la vita di Ellie. Alcune settimane prima di iniziare il suo viaggio con Joel, Ellie trascorre una notte con Riley (interpretata da Storm Reid), la sua migliore amica nella zona di quarantena di Boston dove vive. Insieme esplorano un centro commerciale abbandonato, giocano in una sala giochi e si scambiano il primo bacio: un momento emozionante, che si concentra sul dolce appuntamento della coppia, senza affrontare il peso delle difficoltà, del bigottismo e della discriminazione. La loro storia d’amore purtroppo si interrompe quando le due vengono attaccate e morse dagli Infetti: Ellie sopravvive a Riley, grazie alla sua rara immunità.
La seconda stagione dello show dimostrerà che la sua omosessualità non è una sottotrama inutile: la seconda puntata della seconda stagione si svolge cinque anni dopo la prima serie e vede Ellie iniziare una relazione con la sua ragazza Dina, interpretata da Isabela Merced. La collaborazione e la relazione tra Ellie e Dina è un punto focale della fiction. Ogni volta che la rappresentazione delle persone LGBTQ+ guadagna spazio, però, è purtroppo inevitabile che segua un contraccolpo omofobo. Nonostante The Last of Us abbia totalizzato 30.4 milioni di spettatori, superando il prequel di Games of Thrones e House of the Dragon, gli episodi incentrati sulle storie LGBTQ+ sono diventati il bersaglio dei troll online.
Su siti di recensioni inoltre, gli episodi tre e sette sono stati bombardati di critiche negative, e hanno non sorprendentemente ottenuto i voti più bassi della serie. Molti si sono lamentati del fatto che gli episodi «rispondono all’agenda della lobby LGBTQ+», o hanno paragonato l’inclusione di coppie queer alla propaganda politica, nonostante non ci sia nulla di intrinsecamente istituzionale nell’esistenza delle persone gay, sia nei media che nel mondo reale. Il miglior antidoto a questo è, come sempre, continuare a proporre rappresentazioni ben costruite dell’identità, delle esperienze e dell’amore queer.
Naturalmente, The Last of Us non è il primo nel suo genere a includere autentici personaggi queer. Nel corso degli anni, Doctor Who ha per esempio ritratto un’ammirevole varietà di personaggi LGBTQ+. E poi c’è il successo su Netflix di The Umbrella Academy. Quando Elliot Page si è dichiarato trans, la serie ha riscritto il suo personaggio, precedentemente noto come Vanya, come uomo trans, presentando a tutto il mondo Viktor nella terza stagione. Intervista col vampiro della AMC, invece, rende esplicite le sfumature queer dell’adattamento cinematografi co degli Anni ‘90, mentre il survival horror Yellowjackets, che ha avuto un grande successo, presenta tra i misteri del soprannaturale e il cannibalismo anche delle importanti trame queer. E poi c’è Stranger Things, il colosso della cultura pop, che crea spazio per una miriade di forme di LGBTQ+ attraverso i personaggi di Robin Buckley e Will Byers.
In questi show, la queerness non definisce i personaggi, ma è autenticamente intrecciata alle loro narrazioni, normalizzata come parte di ciò che sono. Anche in società distopiche, sono semplicemente individui che conducono vite ricche e complicate, proprio come chiunque altro. E qui sta la forza di questa nuova ondata di storie. Attraverso protagonisti pieni di sfumature, che sopravvivono in ambienti ostili, contro ogni avversità, sfidiamo la trappola della rappresentazione positiva dei queer, che spesso non rende giustizia alle loro vite complesse. E quando la narrazione dà il meglio di sé, ricorda agli spettatori che quelle persone esistono e che meritano storie significative e memorabili come tutti gli altri.













