Se la sua canzone fosse un'immagine, ha detto Achille Lauro di "Incoscienti giovani", sarebbe senz'altro una «foto degli anni Ottanta», una di quelle sbiadite, vissute, che raccontano una storia d'amore finita ma mai dimenticata. La ballata che ha portato a Sanremo 2025, vittoriosa sin dai primi ascolti e data per certa sul podio della finalissima, parla di legami che segnano e altri che salvano: racconta di un padre che non sa amare e che hai visto solo di schiena, di «una pioggia sopra Villa Borghese» che annega, di un vecchio film che parla di tutti gli amori vissuti e di quelli desiderati e mai consumati. Lauro ha scritto - da solo, onore al merito in un Festival in cui, su diversi brani, fioccano svariati autori (sempre gli stessi) - la storia di un suo tormentato amore di gioventù. Un amore di quelli che «se non ami muoio giovane», come canta l'artista. Di carezze che fanno male. Di telefonate sconnesse partite da un autogrill. In questa attimi tragici e magici cristallizzati in immagini dolceamare («Noi due orfanelli alla roulette/Siamo a Las Vegas sotto un led»), Achille Lauro ci riporta alla mente sentimenti antichi. Che fanno male. Che fanno bene. Che ci ricordano chi eravamo e come siamo stati capaci di amare.
La lettera di S. la ragazza cui "Incoscienti giovani" è dedicata
Prima della seconda esibizione, l'artista ha pubblicato la lettera ricevuta dalla ragazza cui "Incoscienti giovani" è dedicata. S, solo un'iniziale. Che così ha raccontato la grande storia d'amore che l'ha unita a Lauro quando erano ragazzini: «Quando ho conosciuto Lauro era un adolescente magrolino, con i capelli sempre rasati corti e il viso scavato. Eravamo molto giovani quando ci siamo innamorati. Io vivevo da sola con mia madre, e lui veniva spesso da noi. Lo abbiamo aiutato tanto quando era solo, per mia madre era come un figlio. Aveva questa ossessione per la scrittura, come se fosse l’unico modo per dare un senso a tutto ciò che lo circondava e, probabilmente, scrivere lo aiutava anche a metabolizzare la situazione che viveva. Lauro ha sempre cercato di nascondere i suoi traumi. Li tiene dentro. É forse per questo che scrive canzoni. Ha imparato a soffrire in silenzio». E ancora: «Ricordo che mentiva, pur di non pesare su di me e sui suoi amici. A notte tarda, quando tutti rientravano, lui diceva: “Tranquilli, sto da un amico”. Ma poi finiva a dormire in macchina nascosto in qualche parcheggio». Finisce così, il racconto di S: «Non scorderò mai quello che è stata la nostra adolescenza incosciente e sarò sempre innamorata di quel ragazzino sognatore. Nonostante fosse un ragazzo difficile, chi riusciva a superare lo scoglio scopriva una sensibilità preziosa. Forse proprio quella che ancora oggi riesce a mettere in quelle canzoni che parlano ancora di noi, Come questa».










