La comunità dei gamer, si sa, non è facile da accontentare. Non c'è da stupirsi, quindi, che finora fosse sempre stato impossibile trasporre un videogame in una serie tv di successo senza incorrere in critiche, meme spietati e punteggi imbarazzanti su Rotten Tomatoes. È quella che gli sceneggiatori di The Last of Us, Craig Mazin e Neil Druckmann, chiamano «la maledizione dei videogiochi». Per la struttura stessa delle saghe videoludiche
il legame che si crea con i personaggi e il mondo rappresentato, con cui ci si fonde letteralmente, rende piuttosto difficile accettare che questi vengano stravolti e reinterpretati. In più, finora, i risultati erano sempre stati mediocri: «Molte trasposizioni sono state imbarazzanti», ha detto Druckmann al New York Times, forse riferendosi al primo disastroso esperimento con Super Mario Bros nel 1993. Ora, però, lui e Mazin potrebbero essere riusciti a spezzare l'incantesimo: The Last of Us, la serie Hbo, disponibile in Italia su Sky Atlantic e tratta dall'omonimo videogame, è già un successo.
Forse è stato merito proprio della coppia Druckmann-Mazin e del loro amore per il il gioco pluripremiato uscito nel 2013. Druckmann l'ha co-scritto e Mazin (autore della serie Chernobyl) da giocatore ne ha da subito percepito il potenziale rivoluzionario. Nessun videogioco fino a quel momento si era infatti mai spinto così in là nel tradurre elementi cinematografici nel linguaggio del gaming. Forse per questo, quasi subito, è nata l'idea di avviare il processo contrario. Già nel 2014, infatti, la società di produzione Screen Gems aveva annunciato che avrebbe distribuito un film tratto dal videogioco e firmato da Sam Raimi. Il progetto, però, è naufragato per riaffiorare solo con l'incontro e la mutua stima tra i due sceneggiatori, stavolta in formato serie tv.
Meglio così perché oggi più che mai, nel 2023, The Last Of Us incarna lo Zeitgeist e le paure che aleggiano sopra di noi. A differenza del telefilm, l'adattamento si apre (spoiler!) con un talk show che ospita due virologi negli anni '60. Si parla di una nuova pandemia globale in arrivo e dei rischi del riscaldamento globale che potrebbero portare a una mutazione nel fungo Cordyceps rendendolo in grado di attaccare il cervello umano. Fast forward al 2003 e assistiamo all'apocalisse attraverso gli occhi di Sarah (Nico Parker) e di suo padre Joel (Pedro Pascal la "vipera rossa" di Game of Thrones). Iniziano i primi disordini, le esplosioni, arrivano gli elicotteri e le persone cominciano a dare segni di malessere: prima sviluppano dei tic, poi si trasformano in dei mostri-funghi che attaccano, divorano e infettano gli altri esseri umani. Nel tentativo di fuggire con suo padre Sarah perde la vita.
Fatta eccezione per i flashback piuttosto frequenti, però, l'azione vera e propria del videogioco e della serie si svolge nel 2023 negli Stati Uniti post apocalittici infestati dagli umani infettati dal fungo dove diverse fazioni si contendono il potere e convivono bande di predoni e contrabbandieri alla deriva. Ta loro c'è anche Joel il cui destino si incrocia con quello di Ellie (Bella Ramsey, anche lei già vista in Game of Thrones come Lyanna Mormont), una ragazzina immune al fungo che rappresenta l'unica speranza di sviluppare una cura.
«Storicamente gli adattamenti dei videogiochi hanno sofferto di una mancanza di comprensione del materiale di partenza: in genere vengono realizzati da non-giocatori pur essendo destinati ai fan dei videogiochi», ha spiegato a Wired Casey Baltes, responsabile della programmazione interattiva del Tribeca Festival, «Questo ha portato a progetti che possono risultare poco autentici per il pubblico dei gamer e decisamente confusi per gli spettatori non appassionati». Per evitare questo gli sceneggiatori di The Last of Us si sono dati delle regole precise: trasformare l'azione in dramma, drammatizzare il quotidiano e abbandonare il gameplay.
«La cosa più importante era mantenere l'anima del videogame», spiega Druckmann al New York Times, «Nel gioco abbiamo lunghe sequenze d'azione per sviluppare uno stato di flusso che ti porta a connetterti meglio con il personaggio: ti vedi come quel personaggio. Ma se provi a fare lo stesso sullo schermo con un mezzo passivo, non funziona». Per questo gli sceneggiatori hanno lavorato sui personaggi piuttosto che sull'azione, sulla loro umanità, sui loro vissuti e obiettivi, sul trauma di Joel dopo la perdita della figlia e il suo complicato e tenero rapporto con Ellie. «Fin da subito», ha raccontato Mazin, «The Last of Us mi ha dato l'impressione di essere un dramma che si nascondeva sotto la pelle di un videogioco e non viceversa». L'impresa è stata quella infilarsi sottopelle fino a trovarne l'anima e restituirla ai giocatori.














