La storia dei fratelli Menéndez non smette di far discutere. La serie Netflix di Ryan Murphy continua a campeggiare tra le prime posizioni dei più visti della piattaforma e, oltre il fascino per il genere true crime che sembra aver sortito un incantesimo sugli spettatori, la vicenda di Lyle ed Erik Menéndez, in carcere da 30 anni per l'omicidio dei loro genitori nel 1989, continua a dividere l'opinione pubblica. Il caso, finito nuovamente sotto i riflettori, potrebbe essere a breve riaperto in virtù della riesamina delle testimonianze sui presunti abusi subiti dai fratelli a opera dei genitori, soprattutto del padre. E, insieme a un'orda di spettatori ora in attesa di un documentario sul caso (arriva sempre su Netflix il 7 ottobre), anche Kim Kardashian pare non riuscire a togliersi dalla testa Lyle ed Erik. Tanto da andarli a trovare in prigione - i due sono detenuti insieme nel penitenziario Richard J. Donovan di San Diego - e da esporsi pubblicamente con un saggio pubblicato dalla NBC in cui ha scritto che «non sono mostri, ma solo bambini a cui è stata rubata l'infanzia».
«Spero», ha scritto Kim di suo pugno «che le loro condanne all'ergastolo vengano riconsiderate». I due fratelli, dopo due processi (il primo fu annullato), sono stati condannati alla prigione a vita senza condizionale e hanno vissuto a lungo in due penitenziari separati fino al ricongiungimento del 2018.
Oltre a essere un volto notissimo dello showbiz e un'imprenditrice, Kim è anche un avvocato, figlia d'arte di un uomo, Robert Kardashian, noto per aver difeso il campione di football O.J. Simpson dall'accusa di omicidio della sua ex moglie in un ormai notissimo processo del 1994. Processo, per altro, che distolse all'epoca l'attenzione da quello dei fratelli Menéndez, cambiando di fatto le loro sorti in tribunale in vista della condanna del 1996. La passione di Kim, nonché il suo impegno pubblico, sono tutti virati su una riforma della giustizia che imponga misure di riabilitazione più inclusive per i detenuti. Da qui il suo interesse per casi come quello dei fratelli Menéndez, con i quali si è schierata pur andando contro a Ryan Murphy, accusato da Erik e Lyle di aver travisato la loro storia (lo showrunner ha detto in tutta risposta che i fratelli dovrebbero ringraziarlo se, dopo 30 anni, si parla di nuovo di loro): Kardashian ha infatti lavorato con lui come attrice nella saga American Horror Story, mentre il caso legale in cui è stato coinvolto il padre è diventato il canovaccio perfetto per la sceneggiatura di una stagione del suo progetto antologico American Crime Story.
«Erik e Lyle non hanno avuto la possibilità di andare incontro a un processo equo. All'epoca non c'erano risorse per le vittime di abusi, soprattutto se uomini», ha scritto Kardashian. «Ho passato del tempo con loro: non sono mostri. Sono gentili, intelligenti, onesti. Il loro curriculum in prigione è esemplare. Hanno ottenuto molte lauree, lavorano come caregivers per aiutare i detenuti più anziani». Poi ha continuato: «Gli omicidi non sono giustificabili, questo voglio che sia chiaro. Così come non sono giustificabili i loro comportamenti dopo il crimine. Ma oggi Lyle ed Erik hanno 50 anni, la punizione che hanno ricevuto è più pesante di quella attribuita ai serial killer». La sua speranza, ha concluso firmandosi come avvocata dei diritti dei detenuti e attivista per la riforma della giustizia, è salvare «quei due bambini che hanno perso la loro infanzia e che non hanno mai avuto la possibilità di essere ascoltati o aiutati».












