Dal conoscere così poco delle doti recitative di Eleonora Duse al raccontare una storia di vita così identificativa e aderente ai giorni nostri esiste, in mezzo, un mondo fatto di tentativi, ricerca, ma soprattutto, tanta immaginazione.
L'attrice Gaja Masciale, dopo aver interpretato Cecilia Rinaldi, la prima attrice di compagnia nel film Duse di Pietro Marcello, crede che parte della fama di cui gode la Divina stia nella sua «capacità di intercettare il sentimento che muove l’attore in quel momento, di trovare il punto di contatto reale tra te e il personaggio che stai interpretando». E come in una trasposizione, un “passaggio del metodo”, il segreto di Duse passa silenziosamente a Valeria Bruni Tedeschi, a cui Masciale si è affidata durante le riprese, in un incontro scenico in cui prevale l'istinto, e i progetti interpretativi, inalzati come mura, cadono sconfitti dai sentimenti viscerali che muovono ogni essere umano.
Forse, il genio occulto di Duse si rivela proprio nella sua umanità, fatta di una passione ardente verso la recitazione, che non fa sconti nemmeno di fronte al nemico, quello della guerra, o delle difficoltà economiche, che come conviene Masciale, calano la storia in una realtà che anche noi, ai giorni nostri, ben conosciamo.
Fare l'attore implica quindi «obbedire all’arte che porti dentro», in una devozione totale verso la recitazione, che diventa poi redenzione, come è successo a Masciale nella sua fuga dalla provincia, dove l'arte «è un po’ come se fosse una gabbia, però una gabbia dorata, perché entra una luce straordinaria all’interno. Una condanna quasi, una condanna luminosissima però, una condanna salvifica».
Sei tornata da poco dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove Duse è stato presentato in anteprima mondiale. Com’è stato vedere il film, per la prima volta, in una sala di quel calibro?
«Mi ricordo proprio la sensazione fisica, avevo bisogno di rendermi conto che fosse un’emozione reale (ride n.d.a). Vieni travolta da molte emozioni, molti sentimenti. Sia dalla gioia, ovviamente, ma anche dalla paura, perché vedersi in un contesto così ambizioso, rendersi conto che si fa parte di un progetto così ambizioso, in quella cornice, può anche spaventare – nel senso buono del termine. Un bel banco di prova, insomma. Poi sono stata contentissima, perché ho regalato il biglietto ai miei genitori; quindi, sapere che loro erano in platea mi rendeva molto orgogliosa».
Il film ha corrisposto alle tue aspettative, è stato come te lo immaginavi?
«Mi immaginavo un bellissimo film, ma non così tanto. Ci sono stati alcuni momenti dove mi ha proprio travolta, mi ha spiazzata tantissimo, grazie all’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi, di Fausto Russo Alesi. Ho visto loro fare delle cose strepitose, e questo mi ha travolta di meraviglia, mi ha proprio regalato una bellissima sensazione».
Di Eleonora Duse, oltre che della sua fama, non si conosce tantissimo, tantomeno del tuo personaggio, Cecilia Rinaldi. A che cosa, o a chi ti sei ispirata nel prepararti al ruolo?
«Sicuramente su Eleonora Duse non ci sono molte tracce che a noi sono rimaste, perché appunto non si ha traccia di come recitasse. Però ci sono tantissime lettere che parlano di lei, o anche lettere che lei ha scritto a sua figlia o ai suoi colleghi con cui lei lavorava al tempo; quindi, mi sono proprio nutrita di reperti storici. Cercavo, come un detective quasi, delle tracce che, in qualche modo, potessero risuonarmi. Quindi attraverso lo studio, quasi spasmodico, ho cercato ispirazione, e poi anche un po’ la mia fantasia. Ho cercato di trovare delle affinità in me, perché mi è capitato di fare spettacoli, tournée molto lunghe; quindi, ho cercato di rintracciare quei sentimenti e di riportarli al tempo, ai primi del Novecento».
Cecilia è stata la prima attrice di compagnia – un ruolo di rilievo per qualsiasi attore –, ma di fronte a un’attrice immensa come Duse, immagino ci sia stata anche tensione tra le due. Come descriveresti il loro rapporto?
«È un rapporto di stima infinita, di fiducia immensa, perché metti il tuo talento nelle mani di chi deve guidarti, e in questo caso la prima attrice si affida a Eleonora Duse. Anche perché spesso essere la prima attrice di compagnia è una grande responsabilità, e da grandi ruoli derivano grandi responsabilità. E come fare se non affidarsi a chi è più grande di te in questo, e può passarti i propri consigli? C’è una scena fulcro che racconta questo. Quando un attore si sente in blocco di fronte a una scena, di fronte a un’emozione, non riesce a entrare nel vivo, ciò che la scena richiede, attraverso l’aiuto di Eleonora Duse, Cecilia riesce a dire quelle parole, sentire quei sentimenti».
In che modo la relazione tra le due rispecchia, o differisce, dal tuo rapporto con Valeria Bruni Tedeschi?
«Credo sia stato un rapporto molto simile a quello che abbiamo poi interpretato, perché Valeria, grazie al suo talento immenso, ha la capacità di portarti in zone inesplorate, nel senso che è tutta istinto. Ha un talento straordinario, ed è di una generosità strepitosa. Mi sono affidata totalmente a lei, e dove mi ha chiesto di andare – non a parole però – siamo proprio entrate, in un crinale tra razionalità e irrazionalità, che ha spesso a che fare con la recitazione, e mi sono totalmente affidata a lei».
Nel film c’è una scena in cui, in qualche modo, la Divina ti “passa” il metodo. In che cosa consiste, almeno secondo te, il metodo Duse?
«Eh (ride n.d.a), il metodo Duse è stato anche un po’, successivamente, affidato al metodo Strasberg, Stanislavskij, in diverse parti del mondo, dove si stava arrivando alla stessa consapevolezza nello stesso tempo. Eleonora Duse, forse, è stata la prima a incarnare questo in scena, perché parlavano di lei, di questa sua naturalezza scenica, che ha a che fare, secondo me, con la capacità di intercettare il sentimento che muove l’attore in quel momento, di trovare il punto di contatto reale tra te che, in quel momento, dici quelle parole e il personaggio che stai interpretando. Questo lo fai abbattendo delle costruzioni, ma anche dei muri di protezione che l’attore ogni tanto mette su di sé. Abbattendoli totalmente, entrando, non spesso, però a volte accade, in una crisi, una specie di crisi attoriale e anche umana, e quindi poi attingere a dei sentimenti totalmente viscerali, dove non controlli. Nel senso, non è che non controlli perché non c’è controllo, ma non decidi tu esattamente dove devi andare».
Invece, tornando alla realtà, esiste un metodo “Bruni Tedeschi”, da cui hai imparato qualcosa?
«Beh, sì. Sicuramente io ho un prima e un dopo l’incontro con Valeria, attorialmente parlando. Non so dirti ancora esattamente, non l’ho razionalizzato completamente, però ha a che fare davvero con l’istinto, davvero con l’affidarsi alla pancia. Non lo so, ogni tanto noi attori tendiamo a fare dei progetti, che è giusto, è giustissimo avere un progetto interpretativo, è giustissimo nutrirsi, avere razionalmente delle linee guida rispetto a dove vuoi andare, però poi ti devi affidare all’incontro che hai appunto, in questo caso per me è stato con Valeria, ma anche con tutti i miei colleghi, con l’incontro scenico reale. Quindi, se tu hai un progetto tuo di partenza, più o meno strutturato, poi lo devi quasi dimenticare e affidarti a quello che succede realmente nel fantomatico qui e ora scenico. E questa è stata per me l’esperienza reale di questa teoria insomma, che poi non è una teoria, è proprio un’esperienza di vita».
Sempre giocando con questa trasposizione del cinema nella vita reale, il film si concentra su un periodo storico intenso, quello tra due guerre. Che valore ha questa produzione ai giorni nostri? Perché raccontare questa storia adesso?
«Possono esserci tanti parallelismi rispetto al momento storico che stiamo vivendo, e credo che, come dice Eleonora Duse nel film: “L’arte, come la guerra, si fa con il fuoco”. Questo fuoco che brucia dentro, che potrebbe essere visto un po’ come una via di salvezza per l’essere umano. Abbiamo ancora bisogno di credere in qualcosa, di riconoscerci in qualcosa, riportare dei valori umani e terreni anche sulla scena, e questo è un po’ quello che fa Eleonora Duse in un modo così all’avanguardia: cerca di portare delle tematiche sul palcoscenico dove il pubblico possa ancora riconoscersi, e questo credo che, in qualche modo, sia un grande parallelismo. Eleonora Duse per il suo tempo è stata una rivoluzionaria, una sovversiva quasi, una donna in rivolta con sé stessa e col fuoco che brucia dentro di lei, e quando hai questa passione, nonostante i tempi in cui uno poi viva, devi stare fedele a questo sentimento. È quasi farsi portavoce, avere la responsabilità e anche la gioia di farsi portavoce».
La Duse, in quel periodo, si ritrova anche ad affrontare problemi finanziari. Anche questo, forse, si riflette nell’esperienza dell’attore moderno, tra sogni e precarietà?
«Certo, sì. Se pensi a tutti i tagli che sono stati fatti “ministerialmente” anche proprio in teatro e nel cinema, sicuramente l’attore vive in un mondo precario, ma l’arte in generale, credo. Non è un lavoro che si fa per cercare delle garanzie (ride n.d.a), ed è proprio questo brivido costante che ti fa restare ancora più attaccato, perché è come se fosse la benzina da cui trarre la forza per continuare. Ci sono delle scene nel film dove davvero è quasi come se tu non potessi fare a meno di stare in quella condizione, è più forte di te, tu devi obbedire all’arte che porti dentro, al bisogno spasmodico di fare arte. Questo va contro tutte le garanzie o non garanzie che ci sono intorno a te, ed è perfettamente lineare col momento storico che stiamo vivendo».
Il film, infatti, esalta proprio il valore dell’arte, della bellezza, contrapposte alle avversità, alla sventura. Anche per te, la recitazione, ha un valore quasi salvifico ai giorni nostri?
«Più che la recitazione, l’arte in generale ha un valore salvifico. Credo nel potere dell’arte, credo che, come generazione, abbiamo il dovere di cambiare qualcosa e abbiamo una voce per farlo. E quindi, in questo senso, credo in questo potere. Non riesco a vedere altre alternative, è un po’ come se fosse una gabbia, però una gabbia dorata, perché entra una luce straordinaria all’interno. Ma sei dentro questo meccanismo da cui non si riesce a venire fuori, è una condanna quasi, una condanna luminosissima però, una condanna salvifica».
A Orizzonte Mare, il Dopocinema di Cosmopolitan, raccontavi dei tuoi sogni nel cassetto. Tra questi, quello di portare sullo schermo la storia della tua vita familiare. Da dove nasce questo desiderio?
«Questo desiderio nasce da un’accettazione profonda in realtà, rispetto al mondo da cui provengo. Io sono un po’ scappata dal luogo in cui sono nata, e l’arte in questo mi ha un po’ salvata, nel senso che mi ha permesso di emanciparmi quasi. Vengo dalla provincia, e questo venire dalla provincia ti fa venire molta fame. Solo che, c’è una fase in cui scappi e quindi quasi vuoi dimenticare il luogo da dove vieni. Poi invece, c’è una fase in cui ringrazi il luogo in cui sei nata, e quindi questa fase di accettazione, di trasformazione anche, ogni tanto mi fa covare il sentimento di voler raccontare questa storia. Poi appartengo a una famiglia dove siamo solo donne, davvero tante donne, dove ognuna di noi racconta un mondo personalissimo; quindi, non so ancora come, ma l’idea che io poi riesca a trovare la chiave per raccontarlo mi regala molta gioia, almeno mi fa sognare in qualcosa».
Hai altri progetti futuri di cui vuoi raccontarci?
«Purtroppo, non ci sono cose di cui posso parlare ancora, perché sono anche in questa fase in cui c’è un tempo per parlare di ogni cosa, non posso anticipare troppo. Però farò parte di un progetto a cui tengo moltissimo, in cui sto riponendo molta fiducia, artisticamente, attorialmente, e posso dire solo che non vedo l’ora. Magari ne riparleremo tra poco, adesso è un po’ prematuro».













