Al Festival del Cinema di Venezia Daniel Craig ha cambiato le carte in tavola. Lo ha fatto con grazia, col sorriso e senza paura, in onore del personaggio che ha interpretato in Queer, il nuovo film di Luca Guadagnino di cui è protagonista assoluto insieme all'attore Drew Starkey: il suo William Lee, alter ego dello scrittore William Burroughs (autore del romanzo omonimo di cui il film è adattamento), è un uomo scontento, in preda alle dipendenze, solo, ossessionato dai suoi desideri e dalle sue pulsioni. Più di tutto, Lee è omosessuale, anche se passa il tempo a rinnegarsi: il film racconta la discesa negli abissi della sua fissazione per il giovane Eugene Alderton, sfuggente e ambiguo, di cui si innamora perdutamente.

Il gap tra ciò che Craig è stato fino a oggi - un attore completo dalla carriera sfaccettata, ma più di tutto il James Bond al cinema - e ciò che è diventato al cinema per Luca Guadagnino ha scatenato la curiosità del pubblico e della critica. E la domanda più gettonata, poi posta allo stesso attore in conferenza stampa alla vigilia della prima del film, è stata: ma non hai paura che il pubblico possa essere spiazzato da questo tuo ruolo? Ma soprattutto: te lo immagini un James Bond gay?

Per Guadagnino non c'è storia: quanto meno disorientato dalla domanda dei giornalisti, che esorta a comportarsi «da adulti» nella sala della conferenza stampa, risponde che chi se ne importa dell'orientamento sessuale di Bond, anche perché «Non c’è modo di sapere quali fossero i suoi reali desideri. Basta che porti a termine le sue missioni». Alla Reuters Craig ha detto che «non può controllare ciò che gli spettatori pensano di lui dopo aver visto il film» - lui e la sua co-star Drew Starkey condividono molte scene di sesso spinto - e di aver sempre desiderato lavorare con il regista italiano: «ci siamo conosciuti 20 anni fa e abbiamo sempre detto che un giorno avremmo lavorato insieme».

La discrepanza tra il ruolo più iconico di Craig - quello dello 007 macho che non deve chiedere mai, evidentemente eterosessuale e sempre circondato da belle donne - e il ruolo in Queer (Alberto Barbera, direttore del Festival di Venezia, ha definito la sua performance «l'interpretazione della vita») sembrerebbe però aver destabilizzato i media internazionali che, all'indomani della prima del film a Venezia, continuano a parlare del ruolo di Daniel Craig come di un punto di rottura tra la sua carriera, prima e dopo William Lee. Da attore, però, per Craig vestire i panni di Lee è stata una prova come un'altra, giusto più intensa e sfaccettata. «Io e Starkey abbiamo preso lezioni di ballo insieme per rompere il ghiaccio con le scene più spinte, abbiamo lavorato davvero sodo insieme per entrare più profondamente nei personaggi». Il risultato è un film assolutamente da vedere, anche se complesso. E che probabilmente farà strada ai prossimi Oscar. In barba a ogni etichetta.