Jolanda è, in origine, il termine per indicare "il luogo dove nascono le viole", fiore simbolo di timidezza, del pudore e dell'innocenza, ed è anche il luogo della pace, quella che la giovane autrice vuole per sé e per gli altri. In un momento storico in cui tutto va velocissimo, e niente sembra fermarsi, in cui i più giovani si sentono sotto pressione, investiti dalle aspettative dei più grandi senza avere il tempo per capire cosa loro vogliono per primi da loro stessi, Jolanda Renga torna a parlare ai suoi coetanei come aveva fatto poco più di un anno fa con la pubblicazione di Qualcosa nel modo in cui sbadiglia, il suo primo romanzo.
Qui, tra le pagine del libro, Giaele faceva i conti con le prime volte, il rapporto con la madre e il forte amore per il padre che si fa venerazione, il desiderio di un equilibrio non facile da trovare. Divisa anche Jolanda tra l'amore per i genitori e la fama (è figlia di Francesco Renga e Ambra Angiolini), dal bisogno di distaccarsi da quel "essere figlia di" e trovare quindi la sua strada, difendendosi sui social dagli attacchi di body shaming che la vorrebbero "più così e meno così", la ventenne di oggi riprende il discorso con l'empatia dell'amica che tutti vorrebbero, tra le poltrone del Franco Parenti, dove è stata ritratta per Cosmopolitan dalla fotografa Eleonora Sabet. A lei la parola.
Se esistesse una guida per stare bene, credo che dovrebbe insegnare prima di tutto al corpo come restare umano: a piangere, emozionarsi, perché è il primo segnale che tutto funziona.
Siccome una guida generale non esiste, e comunque non sarebbe adatta alle esigenze di tutti, ognuno dovrebbe avere la propria. Per esempio, nel mio manuale personale, una volta al giorno si ascolta una canzone che sblocca il diaframma e ti fa ridere e ballare, o piangere senza motivo. Poi si cerca in un libro, o in un film, o in uno spettacolo teatrale, un modo per fermare il tempo: quello che sembra sempre impazzito e ci dice di continuo che non è mai abbastanza, che dobbiamo correre e sbrigarci per non fallire.
Per questo molti di noi si spengono: perché ci sentiamo già vecchi a vent’anni, o anche prima, quando all’improvviso ci scontriamo con la parola fallimento. A quel punto pensi che dovresti essere un supereroe, ma non lo sei, e troppi se ne accorgono tardi, quando hanno già provato a spiccare il volo e non ce l’hanno fatta.
Allora ti dispiace sentirti dire “non ti vedo bene” perché forse preferiresti sentirti dire “non ti sento bene”: dovrebbe essere il sentire la chiave del nostro tempo. Sarebbe bello sentire come stiamo tra guerre, femminicidi, disastri ambientali a vent’anni. Quando ti rivolgi a un figlio, chiudi gli occhi, prendigli le mani e chiedigli: “Cosa senti? Come ti senti?”. Lasciateci tracce d’amore, che di prediche ne abbiamo sentite troppe.
Lasciateci una canzone per commuoverci, una poesia per riempirci il cuore, un film per farci innamorare gli occhi. Io così ce l’ho fatta, perché adesso davanti allo specchio invece di aprirli gli occhi li chiudo e a voce alta mi dico "Oggi mi sento bene".















