Era stato un autunno difficile, tra le nausee mattutine e il suo compagno, Paul, in un altro Paese per lavoro. Ma Jessica Boynton, 34 anni, era eccitata per l’avvicinarsi del Giorno del Ringraziamento. Finalmente avrebbe presentato il suo bell’imprenditore edile (padre del bambino che aspettava) alla famiglia, in occasione della riunione annuale in North Carolina. Sapeva che lo avrebbero amato quasi quanto lo amava lei. La loro era stata una passione vorticosa. Si erano incontrati sette mesi prima, nel maggio 2016, su Craiglist (un sito con annunci di vario genere), dopo che Jessica aveva smesso di frequentare le app di dating. Al primo appuntamento Paul, 38 anni, portò Jessica e la sua bambina di 3 anni al cinema. Presto iniziò a proporle weekend romantici a Charleston, nel South Carolina. Tra i due era scattata dal primo istante un’attrazione elettrica. Sebbene Paul vivesse nel South Carolina e viaggiasse per lavoro in tutto il Sud degli States, andarono a vivere insieme. A settembre, Jessica era incinta. Sua figlia chiamava Paul “papà”.
Il giorno prima del Ringraziamento, Paul le mandò un messaggio dicendo che era bloccato al cantiere di una casa a tre ore di viaggio. L’indomani a mezzogiorno non era ancora arrivato: era scoppiato un tubo dell’acqua, spiegò. «Avresti dovuto lasciare che si allagasse, quella dannata casa», rispose Jessica. Non le sfuggì che lui aveva già usato quella scusa in precedenza, la prima volta che avrebbe dovuto incontrare sua madre e la sorella. Sedendosi a tavola con la famiglia ma senza di lui, Jessica si sentì umiliata. «Ne ho abbastanza», gli scrisse. «È finita». Paul si ripresentò il lunedì seguente per cercare di riconquistarla ma poi chiuse ogni contatto. Ignorava le telefonate, i messaggi e le mail di Jessica, così come ogni tentativo di contattarlo dell’avvocato che lei aveva incaricato di occuparsi dell’accordo per il mantenimento del loro bambino non ancora nato. Poi, verso la fine di dicembre, Jessica vide un post scioccante su Facebook: Paul era morto. Il suo pickup si era ribaltato su un’autostrada in Georgia.
Prima di poter elaborare quella notizia sconvolgente, Jessica ricevette un messaggio su Facebook da parte di una donna che le chiedeva dove avesse conosciuto Paul, affermando di essere la sua compagna. Jessica rispose che era lei la sua fidanzata. A quel punto, il dolore cedette il passo alla rabbia: passò in rassegna il necrologio online di Paul e contattò parecchie donne che avevano postato messaggi di cordoglio. Nel giro di un mese, aveva scovato altre cinque amanti, tutte convinte di avere una relazione esclusiva con lui. C’erano almeno due anelli di fidanzamento, diverse promesse di case e di nozze che si sarebbero celebrate nella stessa cappella all’aperto nel South Carolina. Jessica si sentì davvero devastata nell’apprendere che Paul aveva trascorso il Thanksgiving in un altro Stato, con un’altra donna: in quell’occasione le aveva chiesto di sposarlo di fronte a tutta la sua famiglia. Jessica non aveva idea che la sua relazione con Paul seguisse un copione fin troppo noto agli psicologi.
Sebbene sia spesso associato a serial killer, il termine psicopatico (e sociopatico, che alcuni esperti usano in modo intercambiabile) può descrivere altre personalità nefaste. «Puoi essere uno psicopatico senza commettere alcun omicidio», spiega Hedwig Eisenbarth, professore associato di Psicologia alla University of Southampton. «Esistono comportamenti di ogni genere che sono cattivi ma non illegali». I soggetti psicopatici mentono con facilità, agiscono in modo spericolato e sono totalmente incapaci di provare empatia, rimorso, senso di colpa. «Li eccita manipolare gli altri e possono usare molte persone per soddisfare bisogni sessuali, finanziari o altro», dice Maria Chiara Gugiari, psicoterapeuta, «e lo fanno senza troppo curarsi delle conseguenze che questo comportamento può avere sugli altri, fossero anche “solo” conseguenze emotive». Diverse ricerche suggeriscono che la genetica ha un ruolo nello sviluppo della psicopatia, così come traumi o abusi infantili. Altri studi dimostrano che nei soggetti psicopatici il cervello presenta differenze nelle aree preposte all’elaborazione di empatia, moralità e senso di colpa. Come l’autismo, il disturbo si esprime in uno spettro di sintomi e alcuni individui presentano tratti più estremi di altri.
Ufficialmente compresa nella più ampia categoria dei disturbi antisociali della personalità, la psicopatia è più diffusa di quanto si pensi. Il processo diagnostico è ancora imperfetto, se non controverso, ma tipicamente prevede una valutazione clinica e la compilazione di una checklist di sintomi. Nel caso di Paul ovviamente una diagnosi ufficiale è ormai impossibile, ma con il suo mix di carisma e crudeltà, corrispondeva al profilo punto per punto. Si gettava a capofitto in ogni nuova conquista, sommergendo la donna di turno di attenzioni e promesse. Quando nel 2016 incontrò Rebecca (una commercialista allora 33enne), lei se ne innamorò all’istante. «La prima sera che ci siamo visti stavamo parlando di cognomi», racconta, «e io dissi che detestavo il mio. Lui rispose: “Forse posso rimediare”». Rebecca razionalizzava le sue continue
e imprevedibili assenze: in fondo, era un imprenditore edile di successo. Tubature scoppiate, verniciature urgenti: era tutto comprensibile. Inoltre, la loro intesa sessuale era fantastica. Lui aveva detto di essersi sottoposto a tutti i test per le malattie sessualmente trasmissibili, e lei prendeva la pillola, quindi non insistette per usare il preservativo. Nemmeno la sfiorava l’idea che potesse essere promiscuo. «Dopo aver parlato con le altre donne», dice ora, «mi sono resa conto che doveva fare sesso con partner diverse praticamente ogni notte». Nel dicembre 2016, Paul acconsentì a trasferirsi per essere più vicino a Rebecca. Non molto tempo dopo, andarono a cena in un ristorante messicano. Nel parcheggio, si baciarono prima di salire sulle rispettive macchine: Paul l’avrebbe seguita a casa con la sua. Guidando nella pioggia, Rebecca vide nello specchietto retrovisore i fari guizzare via all’improvviso. Al primo svincolo tornò indietro. Paul era morto. In seguito apprese che mentre guidava lui era al telefono con un’altra donna.
Per la maggior parte delle persone, ingannare tanti partner attraverso almeno tre confini di Stato comporterebbe stress, rimorso, o come minimo sfinimento. «Ma non per questi soggetti: loro tendono ad amare la sfida», dice la psicologa Jill Ricke, membro del consiglio di amministrazione di Aftermath, un’organizzazione che si occupa delle vittime di psicopatici. «Qui è assente il processo interiore che normalmente si verifica dopo avere mentito», aggiunge la psicoterapeuta Maria Chiara Gugiari. «Quando dici bugie, provi vergogna, colpa, forse anche paura, quindi la tua faccia e il tuo corpo inviano piccoli segnali. Ma in questi casi non c’è vergogna, la paura
è scarsa o nulla, e mancano quei segnali che possono mettere gli altri in guardia». Sebbene tendano a scegliere vittime vulnerabili (quando Jessica incontrò Paul, era stremata dopo una dura battaglia con il suo ex per la custodia della figlia) possono incantare chiunque. Sono noti per fare da “specchio” ai loro partner, intuendo esattamente quel che vogliono e offrendoglielo. Paul sapeva che Jessica aveva un desiderio di avventura dopo anni in casa a fare la mamma, perciò organizzava molti viaggetti. Con Rebecca, che a volte aveva giornate lavorative di 12 ore, si mostrava contento di stare a casa a guardare la tv. La manipolazione era così efficace che quando Paul alla fine diventava scostante, in genere perché aveva una nuova conquista sulla quale concentrarsi, le sue donne continuavano a trovargli giustificazioni. Una volta Jessica ebbe una discussione con lui perché non rispondeva a telefonate e messaggi, e uscì dal confronto convinta che in qualche modo fosse tutta colpa sua. «Col tempo, la vera personalità dello psicopatico emerge», spiega Ricke. «Ma queste relazioni tendono a creare dipendenza. Il partner resta legato alla persona che aveva conosciuto e ne aspetta il ritorno».
Questo legame ossessivo può anche sconfinare in territori oscuri. Quando Jeanette, allora 41enne, del South Carolina, incontrò Paul nel 2013, anche lei se ne innamorò. Ma presto lui iniziò a oscillare tra intense dimostrazioni di affetto e violente esplosioni di gelosia. Una volta, mentre erano in macchina insieme, quasi gettò entrambi da una scarpata in un accesso di rabbia, sterzando solo all’ultimo istante. Jeanette dice che lui aveva ripetutamente abusato di lei, sia fisicamente che sessualmente, finché, a un anno dal loro incontro, si decise a lasciarlo. Nel settembre 2016, però, Paul riprese a scriverle messaggi, dichiarandole il suo amore e affermando di essere stato in terapia. Lei ci ricascò e tornò a frequentarlo, fino alla sua morte in dicembre. «Gli psicopatici erodono il tuo senso della realtà e fanno vacillare la certezza nella tua capacità di giudizio», dice Gugiari. «Le donne che hanno relazioni con loro spesso non si fidano più di se stesse. Una mia paziente che ne aveva frequentato uno ha descritto così la sua esperienza: “È come se lui si fosse impiantato nella mia psiche”». È un predatore che si avvale di inganno, fascino, possesso, e a volte anche di violenza al solo scopo di ottenere ciò che gli serve o comunque ciò che vuole». Una delle domande più difficili con le quali le donne di Paul si trovano alle prese adesso è: “Era tutta una messinscena?”. Nessuno può dare una risposta a questo, ma il vero amore è impossibile per soggetti di questo genere. «Una persona con tratti psicopatici non è in grado di provare un affetto profondo per qualcuno», spiega Eisenbarth. (Jessica ha indagato l’aspetto psichiatrico e ora crede che lui non l’avesse mai amata. Rebecca pensa che lui a suo modo l’amasse, anche se era malato). C’è di più: sono sbocciate strane amicizie. Fra le tante donne che frequentavano Paul, molte si tengono ancora in contatto, aggiornandosi sulle rispettive vite. Subito dopo l’incidente d’auto, Rebecca ricorse per un breve periodo a degli antidepressivi, ma quel che le fece meglio fu dare sostegno a una delle altre: aiutando lei, fece del bene anche a se stessa. Ricevere solidarietà e appoggio è cruciale, perché le vittime spesso si chiudono nel silenzio, schiacciate dalla vergogna per essersi lasciate abbindolare. Alcune mostrano perfino segni di sindrome da stress post-traumatico diagnosticabile. «Ancora è dura da mandare giù», dice Jessica, la quale, ora 35enne, ha deciso di condividere la sua storia per mettere in guardia altre donne da uomini come Paul. «Ho imparato che in una relazione è sacrosanto pretendere chiarezza, e se qualcosa non quadra devi assolutamente andartene, per quanto possa essere difficile». Il bambino di Jessica e Paul è nato il giorno della festa del papà, nel 2017. Qualche tempo dopo, lei tornò ad avventurarsi (con molta cautela) sui siti di dating. Quando incontrò John, lo tenne lontano dai suoi figli per mesi, finché sentì di potersi fidare. Lo scorso anno lo ha invitato a festeggiare il Thanksgiving con la sua famiglia, e lui non solo si è presentato, ma ha anche portato un anello. Si sposeranno, dice Jessica, ma lei per il momento non ha nessuna fretta.












