Situato a poco più di un’ora di distanza da Milano, Serravalle Designer Outlet continua a promuovere l’arte come strumento di connessione tra i luoghi e soprattutto le persone, trasformando lo shopping in un'esperienza culturale e partecipativa. Un approccio che, insieme alla capacità di dare nuova vita agli abiti — essenza stessa degli outlet —, ha reso la realtà del gruppo McArthurGlen un vero e proprio punto di riferimento per lo shopping in Italia e non solo.
L'ultima dimostrazione arriva dal progetto realizzato con Greg Goya. Protagonista, una speciale installazione realizzata dall'artista classe 1998 durante una live performance nella piazza centrale del centro: un'opera di arte urbana, che ha trasformato Serravalle in uno spazio di riflessione sul proprio viaggio personale.
Intitolata The Road Not Taken, come l'omonimo poema di Robert Frost, l’opera invita gli spettatori — in questo caso i visitatori del centro —, a interrogarsi sulle proprie scelte, sui percorsi intrapresi e su quelli ancora possibili. E non è tutto, perché chiunque vorrà potrà persino partecipare al processo creativo, contribuendo personalmente al completamento dell'opera.
L'incontro con la visione di Greg Goya sarà possibile anche a Milano: per tutto il mese di giugno, sarà possibile visitare un'installazione allestita in Corso Garibaldi per innescare un dialogo tra la città della moda e Serravalle Designer Outlet. Al centro dell’opera, la domanda «Qual è la prossima destinazione che vuoi raggiungere nella tua vita?». Un invito, proprio come il progetto The Road Not Taken, a riflettere sul proprio percorso di crescita ed evoluzione personale.
E partendo dall'ispirazione dietro il progetto con il centro McArthurGlen, per arrivare alla decisione di seguire i suoi sogni, Greg Goya ci ha parlato del suo.
Come nasce The Road Not Taken?
«The Road Not Taken prende ispirazione dall’omonimo poema di Frost, in cui l’autore racconta di essersi trovato di fronte a un bivio e di aver scelto di percorrere la strada meno tracciata. È una metafora che mi è particolarmente cara perché riflette una sensazione che ho vissuto personalmente: la scelta tra un percorso forse più sicuro e il desiderio di lanciarmi nel mondo dell’arte, inseguendo il sogno di diventare artista, che da un lato faceva paura ma dall’altro mi entusiasmava molto. Da questo parallelismo nasce l’opera: un mappamondo svuotato del suo significato geografico e riempito invece dei sogni e delle emozioni delle persone».
Te la senti di condividere le motivazioni che ti hanno portato a iniziare una carriera nel mondo dell'arte?
«Avevo 23 anni, ero al quarto anno di giurisprudenza e mi dicevo che non volevo arrivare a 50 anni e raccontare a mio figlio di aver rinunciato ai miei sogni. Per questo ho deciso di seguire quella che poteva essere una strada che, nonostante in quel momento facesse paura, mi nutriva l'anima. Io dico sempre che per me l’arte è un'ossessione, perché è qualcosa che mi dà uno scopo, qualcosa che mi fa svegliare la mattina, ed effettivamente qualcosa che mi riempie la vita».
Cosa ti auguri che trasmetta quest'opera alle persone che passeranno di qui?
«Spero che dia loro la possibilità di parlare e parlarsi scrivendo sull’opera, perché quando ti avvicini all’opera e scrivi su quelle frecce in metallo qual è la prossima destinazione della tua vita, di fatto ti stai anche ascoltando. Ti stai prendendo un momento per te, per scriverlo e poi rileggerlo sotto l’opera, dove rimane, no? È quasi una promessa che fai a te stesso, e per questo mi piace pensare che possa rimanere nel tempo».




















