Alla fine è successo ed è successo a Milano. Baluardo dello streetwear internazionale, il primo store Jordan della storia ha finalmente aperto. Dal 16 dicembre, in via Torino 21, nei 363 metri quadrati del Jordan World of Flight Milano, il concept store dedicato al cestista più forte mai esistito offre un'esperienza di shopping esclusiva, fra prodotti personalizzabili, comode possibilità di ritiro digitale ed eventi riservati ai member Nike. Ad accompagnarci in anteprima nello spazio che aprirà poche ore dopo al pubblico trepidante non può che essere Lazza, che con questo progetto ha molto in comune: la città di Milano, scelta come primo posto al mondo per ospitare l'apertura del negozio, per il suo legame con la cultura del basket e della moda, è la stessa in cui il rapper è nato e cresciuto. La cultura hip hop e, ovviamente, quella della strada. E così, il secondo rapper più ascoltato d'Italia, ci porta alla scoperta del negozio che il mondo stava aspettando.
Lazza, ti ricordi la tua prima Jordan?
«Sì, era una Flight 9 blu, guarda che figata [me la mostra sul telefono NdA]. Era il 2010 o 2011, me le aveva portate un amico di mio padre da New York. Ovviamente le avevo distrutte perché era il periodo in cui finivo la scuola, iniziavo i primi lavori e non prendevo tanti soldi. Non pensavo di andare a comprarmi le Jordan con quello stipendio: usavo sempre quelle».
Che cosa significa lo streetwear per te come rapper?
«È parte del mio stile, mischio spesso capi street all'alta moda. Capita, magari, che mi metto capi di Alyx con un pantalone di Carhartt piuttosto che Evisu. Sono un grande fan dello streetwear giapponese anche. È figo, è una cosa che mi rappresenta e che fa parte della mia cultura perché mi sono sempre vestito così, anche se oggi mi è andata bene con la musica e mi posso permettere quasi tutto a livello di vestiario. Ma non mi togliete una Tech Pack dall'armadio».
Il basket, o lo sport in generale, hanno contribuito in qualche modo a formare la tua cultura?
«Sono molto fan di un ex player di basket, Allen Iverson, per più motivi. Il primo è perché è basso come me. Il secondo è che era il numero 3 che è il mio numero. Da ragazzino ero super fan suo – dei Sixers in generale – ma soprattutto suo perché mi è sempre piaciuto molto sia come sportivo che per la sua immagine. Tra l'altro, mi sembra abbia fatto anche un paio di pezzi rap».
A proposito di cultura musicale, ti sei formato tra la strada e lo studio al conservatorio. Come queste due culture coesistono, se coesistono ancora, nella tua arte di oggi?
«Sì, assolutamente sono entrambe parte della mia arte. Non solo a scuola, anche in strada c'è molto da studiare».
Milano è ovviamente una città importantissima per questa apertura Jordan, ed è anche la città dove sei nato, cresciuto e vivi. Secondo te, come e quanto Milano ha impattato la tua arte?
«Non saprei dirti, proprio perché oggi Milano è la capitale del rap. Alla fine tutti gli artisti mainstream vengono qua, sarà per la rete di contatti, sarà per le situazioni inerenti a questo tipo di cultura. Come mi ha influenzato, beh io sono in giro da tanto tempo e ho girato tante zone da ragazzino per trovare gente che rappava. Mi sono preso anche un po' di botte e le ho anche date. Fa parte della gavetta».
Jordan considerava il fallimento come la chiave del successo. Se hai avuto un fallimento, in che modo ti ha segnato? E qual è la tua chiave del successo?
«La mia chiave del successo è sicuramente la perseveranza. Riguardo al fallimento nel lavoro, non saprei. Mi è successo di fallire in questioni personali e certo in qualche modo ne sono poi cresciuto».
Jordan è un idolo generazionale. Chi è il tuo idolo?
«Se ti devo parlare di un musicista, il nome che faccio è sempre lo stesso: Tory Lanez è il mio padre artistico. Mi ispiro tantissimo a lui, tiene il palco come pochi: io voglio essere me però lui ha una grande influenza sulla mia musica oltre al fatto che è molto versatile – e pure io lo sono».
A mezzanotte di oggi giovedì 15 dicembre 2022, esce il tuo prossimo progetto. Quale step rappresenta per la tua carriera e che cosa ci dobbiamo aspettare?
«Non si tratta propriamente un album, è una riedizione più particolare per non fare la solita repack dove si aggiungono solamente tre pezzi. La gente dirà “sì, ma non hai scritto” ed è vero perché effettivamente non ho scritto nulla di nuovo però ho riscritto 8 brani da zero, intendo dire proprio composti. Abbiamo deciso di fare questa repack selezionando i brani che ci sembravano quelli più giusti, che si prestassero bene per queste versioni. Insomma, io non sono uno che ama ripetersi però visto che la versione precedente era solo piano, ora ho voluto aggiungere parti di un'orchestra e, infatti, ci saranno anche archi e qualche percussione. Spero che queste versioni qua, dal momento che io sono una persona a cui la musica classica emoziona tanto, possano piacere a chi le ascolterà. E che si possa dedicare attenzione ai testi, alle parole, piuttosto che al bit».












