Se ripensiamo con attenzione a tutte le volte che abbiamo visto Sanremo, a tutti i brani che abbiamo amato, ai post che abbiamo ricondiviso e ai tweet che abbiamo letto, dal 2020 ritroviamo il ricordo degli outfit dei cantanti come un talismano. Il motivo è da ricercare nel debutto delle maison all’Ariston, perchè se da un lato il pubblico ha sempre mostrato un interesse innato per la scelta dell’outfit, è il comportamento di chi sta dall’altro lato del Teatro che, nell’ultimo biennio, è inevitabilmente cambiato.
Tutto è cominciato a pochi giorni dal primo lockdown. Achille Lauro, plurinominato erede dei migliori performer musicali, da David Bowie a Freddie Mercury e a Renato Zero, il 4 febbraio è apparso sul palco a piedi nudi, avvolto in una cappa di velluto con ricami dorati. Nel frattempo, Elodie ha fermato il tempo con un inconfondibile mini abito nero dalle vibrazioni iper-femminili. Quello che è successo al 70esimo Festival di Sanremo è che due marchi del calibro di Gucci e Versace hanno curato l’intero repertorio estetico di Lauro ed Elodie contribuendo, seppur in modo diverso, a scritturare una narrazione performativa completa e culture-defining nella percezione contemporanea degli artisti musicali italiani.
Quel Sanremo ha riportato i telespettatori più giovani sul divano, diventando un prodotto di entertainment interattivo nutrito di opinioni e riflessioni social. Un traguardo significativo, che ha segnato un «prima» e un «dopo» nella storia del Festival e ha spianato la strada all’edizione del 2021: numerosi brand sono scesi in campo per condurre quella che si definisce «una competizione a parte», portando lo spettacolo al livello successivo. C’erano i Maneskin con Zitti e Buoni in Etro, c’erano la Rappresentante di Lista e Laura Pausini in Valentino, Orietta Berti in scintillante GCDS custom-made e i Coma Cose in completi color-block firmati MSGM. C’è stato anche il ritorno come co-conduttrice, inaugurato dall’emozionante monologo sui «muri da abbattere», di Elodie sul palco dell’Ariston: ipnotica in Versace, Giambattista Valli e Oscar De La Renta, la cantante di Vertigine ha dimostrato di essere l’ultima vera diva italiana.
Ma al di là dell’amor che muove le label e le altre stelle, c’è la questione della promozione. Ricorderete che, a causa della pandemia, le case di moda si sono ritrovate senza sfilate e senza red carpet: per portare a termine la propria missione, che rimarrà sempre e comunque vendere, hanno cominciato a cercare strategie di marketing alternative. Una situazione non esattamente estranea all’industria musicale, privata di firma-copie, interviste e tournée e che ha portato i designer a schierarsi con gli artisti di Sanremo 2021 e, venendo a noi, di Sanremo 2022. Quando si dice che, specialmente nelle difficoltà, «l’unione fa la forza».
Se prima di passare al Festival ora in corso vi state ancora chiedendo a cosa sia stato dovuto il successo di Achille Lauro, considerato che il disco d’oro è arrivato dopo un po’, dovete sapere che nonostante tutto «il suo Sanremo» rimane un perfetto esempio dell’incontro tra immaginario, posizionamento e costruzione di significato. Il merito di aver orchestrato il tutto è di Nicolò Cerioni, art director e celebrity stylist italiano che ha lavorato (e continua a farlo) con Jovanotti, Laura Pausini, Orietta Berti, i Maneskin e molti altri cantanti italiani. Un riconoscimento che potrebbe sembrare scontato pensando soprattutto all’estero, ma che nel Belpaese non lo era affatto, e che introduce il discorso sul ruolo degli esperti che lavorano per creare attorno agli artisti un immaginario estetico appealing, avvincente e riconoscibile.
Se Ramona Tabita ha totalmente rinnovato l’immaginario artistico italiano, in un primo momento con Ghali e poi con Elodie, gli altri nomi da menzionare, protagonisti del 72esimo Festival di Sanremo, sono senza dubbio quello di Susanna Ausoni, stylist di Elisa, Mahmood, Noemi e dell’emergente Matteo Romano, o di Giulio Casagrande, che veste Fedez e Dargen D’Amico, insieme a Simone Rutigliano e Tiny Idols che curano rispettivamente l’immagine di Irama e Blanco.
Aprendo e chiudendo una parentesi sul fatto che la moda non sostituisce bensì deve esserecomplementare alla componente musicale, anche se tutto nella scena discografica contemporanea fa sorgere la domanda su cosa sia più importante tra voce ed estetica, è evidente che grazie allo straordinario lavoro dei celebrity stylist la nuova generazione di artisti italiani ha intercettato a pieno la strada per il successo... Che ora passa da Sanremo.
Il sodalizio creativo di Mahmood e Blanco, dove voci e vestiti diversissimi comunicano all’unisono, valorizzandosi l’un l’altro, ne è un esercizio perfettamente riuscito. Volto della «new generation», il discorso è valido per Sangio, che ci ha fatto sentire davvero tutte quelle Farfalle nello stomaco con il suo ritornello ipnotico e il suo stile fluido, libero e leggero, e il tutto vale anche per il ritorno di un’incantevole Elisa in fluttuante abito bianco dal grande significato simbolico.
È per questo che l’ultimo Festival della Canzone Italiana è cominciato con il pubblico (già) incollato al piccolo e al piccolissimo schermo, per osservare con sguardo attento ogni dettaglio – un po’ come il cabinet of curiosities di Cosmo, e commentarlo sul proprio profilo Instagram o creare un contenuto su TikTok. Seppur con il telefono in mano, il bello è che noi, i giovani e a dire il vero proprio un po’ tutti, abbiamo riscoperto Sanremo: ci sono voluti anni e soprattutto vestiti bellissimi, che si sono riconfermati molto di più di semplici abiti.


















