Un affare di famiglia. È il marchio fondato dai tre fratelli argentini più famosi d'Italia, il marchio che, quando fu lanciato, in piena pandemia, contro ogni aspettativa dei suoi stessi creatori (come raccontato da loro), mandò in tilt l'e-commerce su cui era venduto. Palette tramonto, design minimale, una combinazione di streetwear e eleganza, di linee maschili e femminili, per abiti e accessori «che non hanno nome». Eppure, quasi per uno scherzoso paradosso, i nomi dietro a quei capi dai toni delicati risuonano, rimbalzano da anni, da un programma TV a un canale Instagram: Belén, Cecilia, Jeremias.
Belli, divertenti, esplosivi, dopo il successo della prima collezione, i fratelli Rodriguez tornano con una nuova selezione di capi Hinnominate per la primavera estate 2022, che presentano durante la settimana della moda di Milano, sulla terrazza della Rinascente, sotto il cielo rosa della città meneghina. E mentre la luce d'oro del crepuscolo risalta le sfumature dei trench, tailleur e borse pastello disposti per ordine cromatico sullo sfondo della cattedrale bianca milanese, incontrare il trio si scopre occasione di un dialogo energico e profondo, per raccontare sì la loro collezione, ma anche la storia, le storie, che vi stanno dietro.
«Noi!», esclamano in coro, prima di scoppiare a ridere, Cecilia e Belén quando, come prima domanda, si chiede loro chi o che cosa di innominabile abbia ispirato il nome del loro marchio. «Non volevamo che si sapesse fossimo noi. Arriviamo dalla televisione e, in Italia, la moda snobba questo tipo di ambiente», chiariscono così la loro scelta. «Solo che dopo appena tre giorni lo ha saputo chiunque» scherza Cecilia; «Un'operazione un po' difficile», prosegue Belén con ironia, «ma io per un attimo ci ho davvero creduto».
Che sia stato per gioco, per curiosità di scoprire quale fosse il potenziale di vendita della collezione se slegata dai loro nomi conosciuti (un'arma a doppio taglio, questa, conviene Jeremias), per cercare di schivare lo snobismo, poco conta: quando Hinnominate arriva online, così tanti utenti desiderano acquistarne i pezzi che il sito va in crash, e le aspettative del trio Rodriguez sono - positivamente - tradite: anche perché, come osservato da Jeremias, erano i mesi della seconda ondata pandemica, mesi di «incertidumbre», di incertezza. «Potevamo fare un buco» dice Belén, «ma il risultato è stato pazzesco, alla faccia degli snob».
Un risultato di successo anche opera dell'unione, che, in questo caso più che mai, fa la forza. Jeremias si è occupato della ricerca dei materiali, dei tessuti, che sono tutti made in Italy, di ottima qualità, e con uno sguardo (futuro) alla sostenibilità; Cecilia ha indossato i capi, definendone la vestibilità; e Belén? «Io sono la rompi ******* del gruppo» scherza la sorella maggiore, con la leggerezza che la distingue per tutta l'intervista. Una leggerezza di toni che mantiene anche quando, off topic, ammette, «come se parlasse a un'amica», di essere stata molto stanca nei mesi precedenti al lancio della nuova collezione, gli stessi mesi in cui ha dato alla luce la sua piccola Luna Marì, nata dall'amore con Antonino Spinalbese.
Di fronte ai complimenti per essere tornata a lavorare a tempo pieno a poche settimane dal parto, Belén Rodriguez svela che dietro alla retorica della neomamma/Wonder Woman si nasconde una grande parte di stanchezza e compromesso, una più piccola di egoismo (o, almeno, lei a volte si sente così) - «dopo 9 mesi di gravidanza, avevo voglia di tornare al mio lavoro», e una, intermittente, di violenza psicologica - «perché quando lavori con il tuo fisico oltre che con la tua testa, devi fare continuamente i conti con il cambiamento, con la delusione. Poi scendi di casa per una passeggiata, per staccare la testa, e sono lì che ti aspettano. È una lotta quotidiana».
Certo ad ascoltarla, è inevitabile comprendere che dietro questa sua maternità, forse non vissuta a pieno come lei vorrebbe, ci sta anche la forza straordinaria di Belén Rodriguez, la quale, prima di essere mamma di Luna Marì, lo è stata di Santiago e, aggiunge, scherzando ancora una volta, anche di Cecilia (che però oggi è la sua «prima salvatrice») e Jeremias. E questa volta, a gestire la crescita di Luna Marì non sarà sola: «Lui è un angelo» dice indicando Antonino il quale, per tutta l'intervista, è rimasto a pochi metri da lei. «Se vogliamo un mondo equo, bisogna dividersi anche questi momenti che, un tempo, erano solo per le donne».
Per chiudere il dialogo, la domanda finale punta tutto, ancora e ancora, sulla potenza che scaturisce dal legame fra i tre fratelli Rodriguez: hanno inaugurato, insieme, un progetto creativo e commerciale in un momento difficile come quello della seconda ondata epidemica. Una grande sfida, affrontata fianco a fianco: ma qual è stata la più grande battaglia che Cecilia, Jeremias e Belén hanno combattuto nelle loro vite? «La vita! E che vita!» ridono tutti e tre insieme - ma poi, d'un tratto, Belén si fa più seria: «Te lo dico quale: accettare di essere chiamati "extracomunitari". Traslocare da un posto in cui la vita è tua, il passaporto è tuo, la lingua è tua, la nazionalità è tua, e andare in un altro posto, imparare una nuova lingua, affrontare un nuovo lavoro - in cui, per altro, ti è richiesto di parlare correttamente perché, altrimenti, non ce la fai -, inserirti, e riuscire a fare successo. Non è stato facile». Jeremias la guarda: «Solo tu lo potevi fare». E forse ha ragione. Quello che è certo è che, per la loro famiglia, la missione è stata compiuta.














