Ci sono capi che raccontano il costume e le evoluzioni culturali di intere generazione ancor più dei manuali di storia. E la minigonna è uno di questi. Mary Quant, che nella Swinging London degli Anni '70 si è presa la briga (e il rischio) di accorciarne gli orli oltre i limiti all'epoca consentiti, è la mamma di questa rivoluzione. È morta nel Surrey, a casa sua, a 93 anni, il 13 aprile: a Quant si deve il merito di aver interpretato, in anni non sospetti e di grande frenesia culturale e sociale, la voglia delle persone di uscire dagli schemi preimpostati dalle generazioni del Dopoguerra, non solo in fatto di stile ma anche di mentalità. Le minigonne, simbolo eterno del suo lavoro di designer, sono massima esemplificazione del suo impatto sul fashion system.
Mary Quant diceva spesso: «La moda non è frivola. Fa parte dell’essere vivi oggi»
La sua carriera, votata a uno stile che doveva liberare le donne dal peso degli stereotipi e dal bigottismo, si muove sul filo della creatività e della rivoluzione, sin dai primi passi. Quant è riuscita a dare alla minigonna un nuovo significato, accorciando in modo importante gli orli e affidandogli un tono giocoso, leggero, frivolo, appunto, che però ben incrociava i desideri delle donne dell'epoca, stanche di dover fare i conti con abiti castigati e mode perbeniste.
«Non avevo il tempo di aspettare la liberazione delle donne, e così ho fatto da sola»
Nata nel 1934 nel distretto londinese di Blackheath, figlia di genitori gallesi, Quant si appassiona alla moda fin da piccola: nell'autobiografia Quant by Quant, scritta nel 1966 nel pieno del suo successo mondiale, racconterà delle gonne accorciate nell'intimità della sua cameretta seguendo i modelli indossati da un'amica, ballerina di tiptap. Studia disegno e non design come avrebbe voluto: gli storici del costume e della moda definiscono questa sliding doors della sua vita la sua più grande fortuna, che le avrebbe permesso, negli anni Sessanta, di ampliare i suoi affari e la sua creatività su più fronti, non soltanto in ambito fashion ma anche in quello del make up. Sono gli anni in cui conosce il marito e socio in affari Alexander Plunket Greene, che con lei lancerà diversi business fortunatissimi. Insieme al fotografo Archie McNair, nel 1955, aprirà a Chelsea, quartiere brulicante di artisti e creativi, una sorta di circolo intellettuale e una boutique di moda in cui Mary comincia a vendere le sue creazioni. Si chiama Bazaar e sarà il punto di partenza della sua fortunatissima carriera.
Mentre il 1968 con le sue rivoluzioni (non solo del costume, ma anche sessuale) si avvicina, Mary fa impazzire le ragazze londinesi con le sue gonne corte, abbinate a stivali alti e rigidi. Sono gli anni di Twiggy (al secolo Lesley Hornby) e del suo taglio di capelli iconico: la modella sarà una delle prime a indossare le creazioni di Mary Quant facendolo immediatamente diventare un oggetto del desiderio.
Non le mandava certo a dire, Mary Quant. Una delle sue citazioni più celebri conferma che il suo desiderio era vestire «la vita com’è: volgare. Il buon gusto è la morte». Ma più che dare scandalo vendendo capi che lasciavano porzioni di corpo bene in vista, la designer britannica ha cavalcato i bisogni già in essere di un'intera generazione, cercando di captare con attenzione le esigenze delle sottoculture e offrendo ai ragazzi dell'epoca un nuovo modo di fare shopping, più liberale e inclusivo. Se oggi non ci poniamo più limiti in fatto di guardaroba, lo dobbiamo anche a lei: non soltanto per ciò che ha disegnato, ma soprattutto per i desideri che è riuscita a comprendere e a interpretare con arguzia, spirito imprenditoriale e immensa creatività.














