Fulminacci si descrive come un eterno bambino («un Peter Pan patologico») che non vuole rinunciare all’idea di giocare, di divertirsi, di prendersi in giro. Un po’ come a Sanremo, dove a chiunque gli chiedesse un parere sul festival, diceva che avrebbe trionfato: «L'ho sbandierato a tutti, perché la canzone mi piaceva e quando mi chiedevano "Cosa ti aspettti dal festival" io rispondevo "Di vincere"». Raccontava di una scommessa con Ditonellapiaga, sua amica nella vita e da un vita, dell’incontro col compagno di scuola Eddie Brock, dello “sciallo” che ha accompagnato la vita festivaliera di "Stupida sfortuna", pezzo leggero, adorabile, tanto catchy da conquistare il favore di pubblico e critica (a lui il premio della critica Mia Martini, e il premio Assomusica Sanremo 2026 per la “Migliore Esibizione Live di un artista rivelazione”). E pazienza per il settimo posto in classifica.
Per Filippo Uttinacci (vero nome dell’artista) dopo Sanremo 2026 è arrivato Calcinacci, il suo quarto album in studio uscito nei giorni scorsi. Tredici tracce che surfano tra indie e pop, e raccontano la sua storia d’amore (finita) e tutto quello che ne viene fuori: sventure, contraddizioni, quei cocci di qualcosa che si è rotto, e il desiderio di non rimetterli insieme, ma solo di raccoglierli per fare spazio. E andare avanti. Per la prima volta nella sua carriera, Fulminacci accompagna l’uscita del disco con un cortometraggio (Calcinacci) di cui lui stesso è autore e interprete principale. Un film di 32 minuti con guest Tutti fenomeni e Franco126, girato nelle periferie romane che diventa idealmente il video di tutte le canzoni dell’album: «È una cosa a corredo del disco» spiega lui. «È come se fosse il videoclip del disco senza la parte musicale delle canzoni, un videoclip in cui io parlo e recito, metaforicamente, quello che racconto nel disco». Il film, presentato in anteprima a Milano, Roma e Napoli, avrà un percorso parallelo, nei festival e nelle rassegne dei prossimi mesi. Live, invece, Fulminacci sarà in tour con Palazzacci (09 aprile – ROMA, Palazzo dello Sport, 11 aprile – NAPOLI, Palapartenope, 15 aprile– MILANO, Unipol Forum 18 aprike – FIRENZE, Nelson Mandela Forum) e a seguire Fulminacci all'aperto (23 giugno - PADOVA, Sherwood Festival; 25 giugno - COLLEGNO (TO), Flowers Festival, 26 giugno - PISA, Pisa Summer Knights).
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Fulminacci, l’intervista esclusiva per Cosmopolitan
Calcinacci, un progetto artistico a tutto tondo
«Nel disco racconto il dovermi ricostruire a partire dalle macerie della mia vita privata e quindi il ricominciare una nuova fase della mia esistenza. Nel corto invece si affronta la giornata di una persona vittima degli eventi a cui succedono una serie di cose. Il flusso è che, senza ne pensarci molto, mattoncino per mattoncino, il protagonista rimette insieme i pezzi delle vite di altre persone, risolve i problemi degli altri, fa capire loro delle cose senza né volerlo né impegnarsi. E allo stesso tempo capisce qualcosa di sé. Il finale è aperto, non è detto che lui ce la faccia a risolversi, nonostante tutto». Un racconto autobiografico in divenire: «Non credo si possa risolvere mai niente, perché, nel mio caso, per esempio, andare in psicoterapia semplicemente fa luce su cosa succede, su come siamo fatti e ci indica dove bisogna andare a lavorare, quali sono i nostri punti deboli. Non posso dire di aver risolto tutta la mia vita, non succederà mai. Però sono nel percorso».
Il rapporto con il tempo che passa
«Sento questa cosa e il tema del tempo. C’è un po' di frustrazione perché ho i primi capelli bianchi, le responsabilità. Mi rendo conto che sono un adulto, ma mi sento sempre identico a quando ho fatto la maturità. Voglio restare bambino, giocare e fare quello che mi piace».
Il valore dei ricordi
«A 7 anni da La vita veramente (il suo primo album, ndr) ho meno paura, mi vivo meglio la dimensione laica della performance. Preoccuparmi solo dei risultati, farmi divorare dall'ansia, della prestazione, della paura, è terribile, ci sono stato male. Ora mi concentro sul collezionare ricordi. Faccio un lavoro che è una benedizione e non collezionare i ricordi positivi è rinunciare a una parte fondamentale di questo mestiere».
"Tutto Bene", la canzone più personale
«In ogni canzone ci sono elementi privati ma anche spunti che vengono da film che ho visto, libri che ho letto. Le vite degli altri, perché spesso scrivo parlando di altre persone come se fossi io. Come a Sanremo nel 2021 con "Santa Marinella": parlavo di un'altra persona e lo facevo rendendo mia la mia canzone. “Tutto Bene” invece è la canzone più personale che abbia scritto in tutta la mia vita. Mi sono messo da solo, con la chitarra, a casa. Ho detto questo sono io questo, è tutto qui. Niente filtri, niente scuse, niente consolazioni».
"Maledetto me", l’imbarazzo che ci fa dire le cose sbagliate
«Più volte nella vita mi sono trovato a essere quello che in inglese si definisce un people pleaser, uno che vive con l'obiettivo di fare bella figura, di risultare educatissimo, di non rischiare niente. Questa canzone parla di rincontrare una persona dopo tanto tempo, nel traffico, e di doversi dire delle cose, che non solo “come stai bene”, ma piuttosto “Come ti sei sentita quel giorno, quando l'ultima volta che ci siamo visti hai chiuso la porta di casa, e sei andata via?” E invece no, non ce la faccio maledetto me. È l’evitamento del conflitto: perché ci diciamo le cose educate, edulcorate, che poi bisogna insultarsi, chiaramente? Bisogna dirsi la verità, anche se è difficilissimo, e non lo facciamo mai».
Il tour (e il look) di Palazzacci
«In tour io sono sempre stato mascherato: nel 2022 avevo uno smoking bianco che era a metà tra una specie di 007 e un cameriere. Poi il tour successivo ero vestito da astronauta con una tuta d'argento, quindi sempre un po' come in un film. Stavolta non voglio fare spoiler però diciamo questo percorso un po' elegante ma simpatico di Sanremo non mi dispiace». Neanche a noi.













