C’è voluta una spiegazione in più per capire e riflettere sul significato del brano “Il meglio di me”, con cui Francesco Renga torna al festival di Sanremo per l’undicesima a volta (un record che condivide con Patty Pravo). Un tempo supplementare che l’artista ha voluto giocare letteralmente in casa sua, a Brescia, dove ha accolto i giornalisti per spiegare fino in fondo il senso del pezzo. Perché la tentazione di incasellare la sua ballad pop nel genere canzoni d’amore, quando si tratta di Renga è fin troppo facile e scontato (“Angelo” è il brano con cui vinse nel 2005). E invece quest’anno l’ex Timoria accende una luce sulle proprie fragilità e sul come imparare a gestirle: «Non sono mai gli altri a doversi caricare addosso il buio, ma è l'uomo che decide di attraversarlo per portare il meglio di sé. Quando canto “il peggio di me lascialo in macchina”, non è una scusa, ma la dichiarazione di chi sceglie di non far pesare sugli altri ciò che deve prima affrontare da solo». Renga insiste in quello che è «un invito alla maturità emotiva, alla responsabilità, a non scappare più dai propri demoni. All'avere il coraggio di ammettere le proprie imperfezioni, provando ad andare oltre». Per Sanremo 2026 Francesco Renga si è spogliato di ogni artifizio artistico, dei vibrati e dei virtuosismi mettendo in primo piano l’uomo: «Il meglio non arriva negando il peggio, perché ognuno di noi sa dove si nasconde, ma arriva guardandolo negli occhi, e disinnescandolo».
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Un dolore che parte da lontano
Davanti alle incertezze e alla cattiveria della vita, la tentazione potrebbe essere la fuga dai problemi: «l'ho fatto in passato, tante volte» ammette Francesco Renga. «Ma questo per me è un momento di grande cambiamento, un punto di svolta che ho tentato di raccontare usando un linguaggio semplice. Le parole di questa canzone, tutto quello che viene detto, è ben ponderato perché non volevo sbagliare». Nel discorso, nell’approfondire, nel ricordare ciò che è stato, c’è un momento della vita del cantautore che prende il sopravvento, e torna – implicitamente - a ogni passaggio: «ho cominciato a scappare quando mia madre è morta, avevo 17 anni e mezzo e da lì è cominciata la grande fuga dalla mia vita, dalla mia esistenza. Quella mancanza ha segnato tutta la mia vita, quindi anche i miei rapporti con le donne sono stati tutti falsati da quello che per me è sempre stato vissuto come un abbandono, perché anche se è stupido da dire, quando un ragazzino a 17 anni perde la madre si sente abbandonato». Un evento che ha tracciato un percorso: «Il mio rapporto con le donne è sempre stato minato da questa mancanza, da questa assenza». Un dolore gigante che ha avuto il sopravvento: «Anche nel rapporto con la mamma dei miei figli, con Ambra, alla fine adesso abbiamo recuperato tantissimo di quello che non ci siamo mai detti, del male che ci siamo fatti perché non eravamo risolti noi». Trovare la strada, mettere tutti pezzi del puzzle al loro posto «non è un processo semplice e non tutti abbiamo voglia di farlo, e questa è la cosa al centro della canzone».
Un lavoro di introspezione che si riflette nella musicalità: «ho asciugato il canto, ho tolto molti dei vibrati e quelle cose che hanno per sempre caratterizzato la mia vocalità. Ma c'era bisogno di trovare un modo nuovo di cantare».
E infatti il brano è una novità anche per lo stesso Renga, che ha cambiato il team creativo e si è affidato ai consigli e al gusto di ragazzi molto giovani: «Mi piacerebbe che il senso del brano venisse capito. Questo per me è il Sanremo della consapevolezza, della ripartenza anche se non mi sono mai fermato…. Ma è come se stessi vivendo un’epifania».
In tutto questo atto liberatorio, il pensiero di Renga corre ai figli, Jolanda e Leonardo, di 21 e 19 anni (nati dalla relazione con Ambra): «Jolanda essendo donna a 3 anni già era risolta. Lui invece è più fragile, ha passato il primo anno del liceo in dad, il secondo con la mascherina, quindi senza nemmeno conoscere i compagni di classe, e il terzo anno finalmente si sono visti in faccia. È stato difficile per questa generazione, però ai ragazzi bisogna stare di vicino: la famiglia, il genitore deve riuscire a capire il disagio del proprio adolescente, anche se loro hanno la consapevolezza e la forza di chiedere aiuto».
Il duetto con Giusy Ferreri
Nella serata cover, venerdì 27 febbraio, Renga si esibirà con Giusy Ferreri con “Ragazzo solo, ragazza sola”, versione del capolavoro “Space Oddity” cantata in italiano da David Bowie, con un testo riscritto da Mogol e pubblicata nel 1970. Un omaggio a uno degli artisti più importanti di tutti i tempi a dieci anni dalla sua scomparsa, e allo stesso tempo un tributo al paroliere della musica italiana, Mogol. La scelta di Giusy Ferreri: «Conosco la sua voce, la sua vocalità e anche la sua attitudine, sapevo anche che era un po' un suo sogno nel cassetto e credo che le nostre due voci insieme siano incredibili». Bowie è una passione di Renga da sempre: «sono felicissimo di aver scelto questa canzone, la canto da quando sono bambino perché mi sentivo meglio di Bowie, in italiano!». Al festival seguirà il tour nei teatri, a partire dal prossimo ottobre.





