Che cos’è un corpo? L’atleta paralimpica ventiduenne non pone limiti alla sua fisicità, non l’ha mai fatto. Il corpo, per lei, è sempre stato strumento su cui puntare per accedere alle proprie passioni, lo sport prima di tutto. L’ha praticato fin da piccola: due anni di pattinaggio, sei di pallavolo e poi l’atletica con il mezzofondo. Quando, nel 2019, un incidente in scooter ha costretto i medici ad amputarle la gamba sopra il ginocchio, lei sapeva già che era da lì, dal corpo senza limiti imposti o autoimposti, che sarebbe dovuta ripartire. «Ricordo tutto», racconta, «quando mi hanno portata in elicottero a Firenze, il fatto che mi sentivo estremamente debole e sapevo che ero a poco dalla morte e poi il momento in cui mi sono risvegliata».

Oggi Sabatini vanta il record del mondo sui 100 metri (13''98), un oro ai Giochi di Tokyo 2021 e uno ai mondiali di Parigi 2023 e il 13 è il suo numero fortunato, quello che ritorna sempre, tanto da tatuarsi il numero, con l'obiettivo più importante che mai di rimanere sotto i 14 secondi. Alle Paralimpiadi di Parigi 2024 sarà portabandiera per gli Azzurri ed è facile farsi prendere dalla meraviglia nell’osservare la sua gioiosa determinazione, che sia quando si entusiasma per la tecnologia del mondo paralimpico o quando racconta che si arrampica sugli scogli di Porto Ercole dove è cresciuta, «con una gamba sola, come un granchio». «Le persone tendono a dirmi “come sei brava per aver superato tutto”», osserva, «lo capisco, perché magari uno non si immagina di dover affrontare una cosa del genere. Ma io penso che, alla fine, abbiamo più forza di reagire di quanta crediamo».

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Courtesy Ufficio Stampa
Ambra Sabatini è il volto della nuova cover digitale di Cosmopolitan.

Lo scorso 13 giugno il Presidente Sergio Mattarella ha affidato a te e a Luca Mazzone la bandiera con cui guiderete la delegazione Azzurra a Parigi. Com’è stato?

«Una di quelle giornate che resteranno sempre impresse nella mia mente e nel mio cuore. Ricordo l'emozione di salire sul palco e parlare di fronte al Presidente, ai presidenti delle Federazioni, dei Comitati paralimpici e olimpici e a tutti i miei colleghi atleti. È stato speciale anche perché è una delle rare volte in cui i due comitati, quello olimpico e quello paralimpico, si incontrano come un'unica squadra. È una sensazione bellissima».

Cosa significa per te questo ruolo?

«Essere portabandiera significa innanzitutto rappresentare il mio Paese e, naturalmente, la squadra paralimpica. È un ruolo particolare che richiede tanta responsabilità anche fuori dal campo e con il quale vorrei riuscire trasmettere i valori legati allo sport».

Nel tuo discorso hai detto che è l’unico settore al mondo dove emozione e volontà sono protagoniste insieme.

«Sì, perché sono due fattori che incontro sempre in campo. Ogni volta che entro in pista c'è l'emozione di essere lì per un appuntamento importante e c’è la voglia di voler rendere orgoglioso il pubblico, l'allenatore e te stessa per tutto il lavoro svolto. Quando qualcosa ti appassiona l’emozione va di pari passo con la volontà, ti stimola la voglia di fare, di continuare con il duro lavoro».

Ci sono emozioni ricorrenti?

«Ne ho tante. Il mio momento preferito è quando mi trovo sul blocco. Il giorno prima di una gara a volte sono agitata e un po’ in pensiero, con la testa da un'altra parte. C’è magari la paura di non rendere al massimo e ci sta, perché la mia gara dura un attimo, devo esprimere tutto in meno di 14 secondi. Nel momento in cui mi metto sul blocco e danno i primi comandi, però, la paura scompare e lì mi sento a casa».

Hai parlato dei valori dello sport. Quali sono i più importanti per te?

«Lo sport ti insegna la resilienza perché ogni atleta deve affrontare delle difficoltà nel suo percorso. Ci vuole costanza, ci vuole determinazione, ci sono momenti duri, ma anche grandi soddisfazioni. Tutto questo ti aiuta anche nella vita quotidiana. A me lo sport ha aiutato tanto quando ho fatto l’incidente».

In che modo?

«Perché non ho avuto dubbi su dove ripartire, avere lo sport è stata una delle mie più grandi fortune. Già nel letto d'ospedale, pochi giorni dopo, mi sono fatta portare degli attrezzi per allenarmi e mi sono informata sulle protesi. Avevo già qualche idea perché conoscevo alcuni personaggi del mondo paralimpico. Ero preoccupata perché avevo scoperto che chi era amputato sotto il ginocchio era in qualche modo più avvantaggiato nel correre. Paradossalmente quello è stato il mio più grande tarlo: non tanto l’aver perso la gamba, ma il fatto che non avessero potuto tenere il ginocchio».

Da lì hai dovuto ricominciare. Ci sono stati momenti in cui hai pensato di non farcela?

«La prima volta che ho messo la protesi da corsa ho fatto molta fatica. Ero alle prime armi, era un ginocchio per principianti, un piede per principianti, un allineamento non troppo adatto a me e quindi ho avuto un po' di difficoltà. Però avevo già un piano B: se non fossi riuscita a correre mi sarei buttata o sul nuoto, sulla bici o sul triathlon».

In generale, ti sei approcciata al mondo paralimpico con grande curiosità

«C'è voluto poco per appassionarmi, perché la materia è veramente molto, molto interessante, con tutte le protesi e le nuove tecnologie».

Ora capisco perché Mattarella ti chiama «l’atleta dell’entusiasmo»

«In effetti è stato emozionante quando mi ha nominata sotto questa luce. Cerco di mettere sempre tutto l'entusiasmo che ho in quello che faccio e quindi sono contenta che anche da fuori si percepisca».

Qual è il tuo ricordo sportivo più bello, quello in cui ti piace rifugiarti?

«I campionati mondiali dell'anno scorso. Si sono tenuti il 13 luglio a Parigi. È stata la mia più bella vittoria perché veniva dopo un anno in cui cercavo di riconquistare i miei tempi dopo Tokyo. Volevo scendere sotto la barriera dei 14 secondi e questa cosa un po’ mi ossessionava, poteva essere un momento in cui dubitare di me stessa, ma ho deciso di andare lì a prendermi tutto, la medaglia mondiale che mi mancava e il record».

Il tuo tatuaggio con il numero 13 viene da lì?

«Sì, dal giorno della gara e anche dal 13 che per la prima volta è comparso sul monitor con il mio record. Ho tatuato anche una coccinella, perché il giorno della gara me la sono trovata sulla mano poco prima di iniziare».

Oggi che rapporto hai con il tuo corpo?

«Penso che a volte ci limitiamo nelle possibilità che il corpo ci può dare. Io fortunatamente l’ho sempre sfruttato al massimo delle mie possibilità e, anche dopo l'incidente, ho continuato semplicemente a farlo. In questo modo scopri che di barriere ce ne sono poche. A parte quelle architettoniche».

Le noti spesso?

«Sì, ad esempio quando devo affrontare una rampa di scale e la cosa per me è un po’ più faticosa. Immagino i miei colleghi con la carrozzina e mi chiedo come facciano a superarla se non è previsto un ascensore».

Pensi che le nuove generazioni siano più sensibili a queste tematiche?

«La differenza è che oggi non ci si nasconde più e anche tramite i social vengono condivise tante storie, tante diversità. Penso che ci stiamo muovendo verso un clima di maggiore inclusione per tutti ed è questo che mi piace della mia generazione, stiamo iniziando a capire che ognuno è diverso e ognuno ha le sue criticità».

Usi diversi tipi di protesi?

«C'è la protesi da cammino, c'è quella da corsa, se voglio indossare i tacchi mi serve una protesi diversa, ma non ho nessuna limitazione e, anche dal punto di vista estetico, mi piace anche azzardare un pochino. La protesi mi è da subito piaciuta, proprio com’è fatta, mi piace mostrarla perché mi sento unica. Per esempio c'è un tubicino che collega il ginocchio al piede che mi piace che si veda, lo trovo carino. Poi si possono fare tante cose, tipo colorarla. C'è una modella brasiliana che la glittera tutta per esempio».

Richiede tanto lavoro?

«Ci pensavo proprio ieri. Sono stata tutto il giorno dal tecnico per risolvere delle cose e sono giorni che ci lavoriamo. Ogni tanto doversi occupare della protesi, dover andare dal tecnico mi ruba tanto tempo e anche un po' di pazienza. Però alla fine è come una Formula Uno: bisogna tenerla buona».

C’è un’Ambra prima e un’Ambra dopo l’incidente?

«Sì, sono un po’ cambiata. Prima ero molto timida e mi rifugiavo nello sport e nell'obiettivo di diventare atleta. Stavo chiusa nel mio guscio comodo, non usavo i social, non usavo Instagram. Dopo l'incidente ho iniziato subito ad aprirmi: quando sono tornata dall'ospedale sono andata al mare o in piscina e la prima cosa che ho fatto è stata postare una foto di me così, senza la protesi perché ancora non ce l'avevo. Volevo mostrarmi per come ero e far capire che, se per me non era un problema, non doveva esserlo per nessuno. Oggi sono più sicura di me».

Ti sei aperta anche nelle amicizie?

«Sono molto legata alle colleghe del mondo paralimpico come Martina Caironi e Monica Contrafatto, con loro condivido parecchio del mio tempo. Ho anche conosciuto tanti atleti che mai avrei immaginato di conoscere».

Oltre allo sport cosa c’è nella tua vita?

«Mi piace viaggiare, ma ho poco tempo, ovviamente. Mi piace girare per il mondo ma anche per la Toscana, magari nei weekend, andando a visitare qualche paesino. E poi stare con la mia famiglia, stare all’aria aperta e andare al mare. In acqua non uso la protesi perché non ne ho bisogno e mi piace arrampicarmi sugli scogli con una sola gamba, come un granchio».

Cosa ti aspetti da Parigi?

«Spero di fermarmi al gradino più alto. E poi sarà la mia prima Paralimpiade con il pubblico presente, mi aspetto lo stadio pieno e so che sarà bellissimo. Il pubblico mi carica, anche quando ero al Mondiale di Parigi sentivo tutto il calore delle persone».

E dopo Parigi?

«Ci sarà Los Angeles 2028 e mi piacerebbe iniziare a fare anche salto in lungo».

Cos’altro sogni?

«Stabilizzarmi un po’, magari in una casa mia, con i miei spazi. Più in là, poi, il mio progetto più grande sarebbe fare dei figli, ma senza dover rinunciare alla carriera, senza smettere di correre».