Forse non bisognerebbe presentare un libro a partire dalla conclusione, ma l'ultimo capitolo di Gli svedesi lo fanno meglio. Come un'educazione affettiva e sessuale di stampo nordico può cambiare il nostro Paese (in meglio) di Flavia Restivo è come se segnasse un punto di inizio, qualcosa a cui aspirare. Si legge che, secondo il World Happiness Report 2023, l'Italia si colloca al trentatreesimo posto su 137 Paesi per livello di felicità, in calo rispetto agli anni precedenti. I Paesi del Nord Europa, invece, «mostrano livelli di felicità e benessere più elevati», scrive, anche grazie alla «realizzazione di una società più aperta e informata». Se sono riusciti a costruire una società più paritaria, secondo l'autrice, è stato anche grazie all'educazione sessuale e affettiva resa obbligatoria nelle scuole (la Svezia l'ha introdotta addirittura nel 1955). Parlare di sesso può renderci più felici? Parlarne con persone formate, fin da piccoli, senza giudizio, per diventare più consapevoli?

«Più consapevolezza e meno giudizi ci fanno stare meglio con noi stessi», spiega Flavia Restivo, politologa e attivista, founder del progetto Italy Needs Sex Education che punta a introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane. Sarà lei ad analizzare, nel prossimo numero in edicola dall'8 aprile, i dati della nuova inchiesta di Cosmopolitan sul sesso e la Generazione Zeta. Si parlerà di sessualità dando voce a una Generazione iperconnessa il cui rapporto con la sessualità è stato spesso definito in termini contraddittori. «Tanti studi ormai ci dicono che il mondo digitale influisce sulla vita sessuale e la Gen Z è una generazione estremamente legata al mondo online e ai social», spiega l'autrice, «Essere sempre col cellulare in mano rende più difficile concentrarsi sugli incontri offline, quindi si è sempre più connessi, ma si fa sempre meno sesso. A livello di conoscenze, invece, oggi i ragazzi hanno maggiore accesso alle informazioni, eppure credo che molti dei “miti” e dei tabù sulla sessualità che esistevano quando ero al liceo purtroppo permangano».

Quali sono questi "miti" sulla sessualità di cui parli?

«Nel libro ne elenco diversi come il mito della verginità, quello delle donne viste come “sante” o “puttane” oppure il fatto che la sessualità femminile sia ridotta a compiacere il partner».

L'educazione sessuale può cambiare la società?

«Pensiamo ai dati che sono stati pubblicati nei giorni scorsi dall'Inps sul fatto che le donne sono ancora molto meno occupate rispetto agli uomini. Tante problematiche di cui discutiamo sono legate al modo in cui veniamo educati: le femmine a giocare con le bambole pensando che un giorno diventeranno mamme e i maschi pronti a conquistare il mondo. Un’educazione sessuo-affettiva che insegni la parità può cambiare le cose, anche a livello produttivo ed economico non soltanto a livello sociale».

In Italia, però, fa ancora paura…

«L’Italia è un Paese fortemente cattolico e questo influisce molto. Non è tanto una questione di fede, il problema è la commistione tra politica e Chiesa Cattolica che, ad esempio, nei Paesi di fede protestante non c’è. Questo negli anni ha portato i partiti, anche quelli di sinistra, a non fare mai questo passo per non andare contro certi dettami del Vaticano e della Chiesa».

Nel libro parli anche di un certo perbenismo italiano, cosa intendi?

«C’è un po’ questa idea della morale cattolica e del buon padre di famiglia. Le cose vengono fatte comunque, ma di nascosto, sentendosi giudicati dalla società. Gli italiani, ad esempio, sono uno dei popoli che tradisce di più, perché? Perché magari ti senti costretto a sposarti a trent’anni e finisci in una situazione in cui non sei felice. Non ti senti libero: magari vorresti una relazione poliamorosa, o vorresti semplicemente essere single e non venire giudicato. Lo stesso vale per l'atteggiamento verso le persone trans. C’è uno studio che dice che in Italia, tra le categorie di video porno più viste, c'è è quella con persone trans, eppure in pochi sarebbero disposti ad ammetterlo e per tante persone trans avere una relazione alla luce del sole è difficile proprio perché per in Italia è ancora un tabù».

Viviamo ancora il sesso come qualcosa di cui ci vergogniamo a parlare apertamente?

«Da ragazzina mi sembrava che parlarne fosse assolutamente vietato. Se per caso chiedevo alle mie compagne di classe se si masturbavano rispondevano di no scandalizzate! E così anche a me per un sacco di tempo è sembrata una cosa sporca. Dalla mia esperienza nelle scuole, oggi non è cambiato molto: parlare di sesso non è facile tanto che a un incontro mi hanno chiesto se fosse sbagliato fare sesso prima dei 18 anni e se dovessero dirlo o meno ai genitori. Sarebbe importante imparare a scuola come parlare di sesso, come farlo in modo oggettivo, con informazioni scientifiche corrette, imparando il valore del consenso per noi e stessi e per gli altri».

Eppure c'è chi dice che l’educazione sessuale è qualcosa da tenere tra le mura di casa

«Io penso che per parlarne in modo completo servano delle persone esperte, altrimenti rischia di essere più problematico che altro. E poi non tutti abbiamo famiglie in grado di prendersi a cuore questo discorso, quindi in questo senso la scuola vale come processo di democratizzazione. Non penso nemmeno che l'educazione sessuo-affettiva debba essere affidata ai professori, ma piuttosto a psicologi e sessuologi. È impossibile parlare di sessualità con il prof di matematica che ti fa lezione su come si inserisce un preservativo!».

Oggi i ragazzi ne parlano di più?

«Secondo me i ragazzi oggi hanno più mezzi per reperire informazioni, anche online. Noi Millennial se avevamo una curiosità non potevamo andare a cercarla su internet, mentre i ragazzi della Gen Z sono più informati e infatti capita che siano loro stessi a chiedere di fare educazione sessuale a scuola. Il problema è che spesso i dirigenti e i genitori si oppongono perché non esiste una legge nazionale che rende obbligatoria l’educazione sessuo-affettiva».

Tu prendi come modello la Svezia. Come mai?

«La Svezia può essere un esempio a cui ispirarsi, naturalmente non è un Paese perfetto, ma tanti anni di educazione sessuo-affettiva hanno portato a risultati concreti: meno gravidanze adolescenziali, elevato utilizzo dei contraccettivi, bassi tassi di malattie sessualmente trasmissibili, consapevolezza sul tema del consenso, tanto per fare alcuni esempi».

Quali sono i principi cardine dell’educazione sessuo-affettiva svedese a cui potremmo ispirarci?

«Loro hanno dei manuali che aggiornano di anno in anno con dei programmi diversificati in base alla fascia di età. Si parla di consenso, di rispetto nelle relazioni, di parità di genere, di accettazione della diversità per prevenire il bullismo, e lo si fa in modo diverso a seconda del grado scolastico ovviamente. Alla scuola materna si parla soprattutto di privacy e rispetto del proprio corpo, alle elementari e alle medie si inizia a parlare di sessualità dal punto di vista biologico a partire da come è fatto il nostro corpo, al liceo ci si cala più nel concreto di possibili rapporti sessuali».

In Italia un grande ostacolo è la paura che la fantomatica “teoria gender” venga insegnata ai bambini...

«Anche in Svezia in passato ci sono state delle polemiche, ad esempio sull’uso del pronome neutro “hen” che, però, oggi viene usato normalmente per cercare di fare meno distinzioni di genere. Non si tratta di spingere le persone a diventare “anti gender” come dicono, ma semplicemente di dare la possibilità di autodeterminarsi. Io da piccola non volevo i capelli lunghi, non mi piacevano le gonne e preferivo stare con i maschi, quindi pensavo di essere un maschio. Invece, banalmente, non rientravo nel modello classico della “femminuccia”. Lavorare su questi stereotipi può renderci oggettivamente più felici».

Se pensi ai ragazzi di oggi, qual è il rischio maggiore di crescere senza educazione sessuale?

«Forse la mancanza di sicurezza in se stessi, quella che in situazioni difficili ti porta a dire no, questo è il mio corpo, decido io, non ti devo niente e che ti aiuta a uscire da situazioni di violenza o abuso e a chiedere aiuto. Questa sicurezza deriva dalla conoscenza: del proprio corpo, dei propri diritti. Una maggiore consapevolezza ci rende più forti nel sapere che non ti devi concedere necessariamente a quel ragazzo che ti dice che altrimenti ti molla, ma anche che puoi scegliere di avere un rapporto senza temere i giudizi».

E tutto questo si lega anche alla felicità

«Esatto, perché se manca la consapevolezza del proprio corpo, della propria identità e volontà questo influisce sull'autostima generale, sul modo in cui si vivono le relazioni interpersonali, sulla salute mentale e quindi sì, anche sulla felicità».