Tra i miei incubi ricorrenti, nei periodi in cui dormo male, ce n’è uno in cui scopro che mi sono sbagliata a credere di essere brava. Il sogno si declina in diverse versioni, dall’ambito lavorativo a quello relazionale, ma la sensazione (che poi dei sogni è quello che ci resta, al di là dei personaggi che li popolano) è di essermi irrimediabilmente ingannata, di aver pensato erroneamente di poter fare bene una cosa, riuscire a portare avanti un progetto, raggiungere un certo obiettivo, vivere lo slancio creativo ed essere soddisfatta del risultato. Guardare The Last Showgirl di Gia Coppola, è come assistere a una versione più lunga, dettagliata e con una splendida fotografia, del mio incubo.

Di cosa parla The Last Showgirl con Pamela Anderson?

Shelly, una ballerina di uno storico show di Las Vegas interpretata da una Pamela Anderson che ti spezza il cuore, si sente ripetere per tutto il film che il sogno in cui ha creduto tutta la vita non solo non esisterà più (lo spettacolo chiude), ma forse non è mai esistito oltre la sua illusione. Lei ci ha investito al punto da rinunciare a un matrimonio, una carriera nei teatri di New York, persino a occuparsi di sua figlia e ora si sente dire che quel mondo fatto di luci, piume, strass e brillantini che le rimangono appiccicati sulla pelle anche quando smonta, scomparirà, che sui palchi di Las Vegas non c’è più posto per lei, che è troppo vecchia. Shelly accusa il colpo, si rialza e di nuovo le spiegano che non è mai stata brava, che al massimo da giovane era bella, per questo era stata scelta. Sua figlia, con cui Shelly cerca disperatamente di recuperare un rapporto, le dice che lo spettacolo è brutto, vuoto, uno stupido spogliarello senza talento. Guardare i sogni di questa donna spezzarsi come le ali del suo costume è penoso, senti il male che le fa e vuoi che smetta. Mentre sullo schermo scorrono meravigliose immagini girate in pellicola (Gia Coppola ha lavorato con la sua storica direttrice della fotografia, Autumn Durald Arkapaw) ricoperte di un pulviscolo come glitter, ti chiedi se sia giusto che i nostri sogni ci rendano tanto fragili, che sembrino imbrogli che ci lasciano distrutte. In questo è quasi un horror, ma senza lo sfogo splatter di The Substance a cui è stato paragonato: entrambi mostrano la linea di confine tutta al femminile tra un corpo accettabile e un corpo che, con l’età, smette di esserlo.

Dal di fuori Shelly appare lontana dalla realtà, aggrappata all'immagine di se stessa da giovane sulla locandina dello show, ma sarebbe troppo semplice considerarla solo una stupida che vive nel passato. Anche dirci che è stata ingannata dal baratto tra l’oggettificazione del proprio corpo e la promessa di successo sembra solo un modo per crederci più al sicuro di lei: noi non appariamo e basta, siamo anche brave, studiamo, ci impegniamo, miglioriamo. È vero che Shelly-Pamela sul palco si sente ammirata, si sente “vista”, ma non è solo quello. Lei balla con le cuffie sulle orecchie ogni volta che può, alle colleghe dice che il suo lavoro le piace, lo show, quello show le piace, non è volgare come gli altri, ha una storia, ha origini francesi. Chi decide qual è la narrazione che conta?

The Last Showgirl è una storia vera?

Parte integrante del film è anche il vissuto di Pamela Anderson e il suo recente percorso di riappropriazione della propria storia. Fa da monito a chi si illude che una donna possa perseguire i suoi sogni e la sua carriera senza dover scendere a compromessi con un sistema che non ha mai previsto la sua presenza oltre confini precisi stabiliti da altri. Fare arrivare la sceneggiatura di The Last Showgirl a Anderson non è stato facile: il suo agente l’aveva cestinata senza nemmeno mostrargliela. «Quando sono riuscita a leggerla ho pensato: “È questa. Questa è la mia opportunità per usare la mia intera esperienza di vita in qualcosa"», ha raccontato. Nel film non conosciamo che possibilità abbia avuto Shelly di farsi strada al di là della propria ipersessualizzazione, ma sappiamo che, a fine mese, dalla paga le detraggono il costo della lavanderia per i costumi, che i limoni al supermercato costano troppo e farebbe meglio a sposarsi con qualcuno che, a differenza di lei, abbia una pensione.

La miseria umana di Las Vegas svela i sacrifici che le donne devono mettere in conto per restare a galla, per far combaciare i propri sogni con la mancanza di possibilità. Se poi, oltre a sopravvivere, vuoi essere vista, se metti in secondo piano il ruolo di madre, se non accetti che il tuo corpo invecchiando debba scomparire, allora il sistema ti punirà più forte. In mancanza di privilegi ti punirà con la povertà e la precarietà e poi ti punirà con la vergogna. C’è una scena in cui la migliore amica di Shelly, Annette (Jamie Lee Curtis, candidata si SAG Awards e ai BAFTA), balla nel casinò dove lavora come cameriera e spende i suoi guadagni in scommesse. Sale su un palco e si mette a ballare, con il suo corpo da sessantenne, la pelle grinzosa, il seno rifatto, l’abbronzatura finta, le mosse sensuali. Nessuno la guarda, nessuno la vuole guardare, vorresti dirle di smetterla, forse provi imbarazzo: c’è qualcosa di socialmente meno accettabile di una donna che non si veste e non si comporta come la sua età e i canoni estetici le richiedono? Lei non smette, continua a ballare, con gli occhi chiusi.

Annette e Shelly si scrollano di dosso la nostra pietà e la nostra vergogna. Shelly forse sarà una madre inaffidabile, ma è una madre che, in un mondo dove la femminilità ingabbia, ti dice che non puoi fare qualcosa che odi, che devi essere te stessa e seguire quello che ti piace: «Poi ci vediamo a Parigi!». Per lei è l’unico modo di esistere, a costo di volere l’impossibile. Per questo, nella disperazione dell'ultimo spettacolo, è il suo sorriso scintillante dal palco, senza rimpianti (con "Beautiful that way" di Miley Cyrus in sottofondo), a sciogliere il nodo che ci stringe lo stomaco. Per tutto il film, come sua figlia, guardiamo increduli questa donna rifiutarsi di accettare la realtà oltre il sogno, crederci al punto di perdere tutto. Per tutto il film ci diciamo «non voglio finire così, che qualcuno mi avverta per tempo, che mi salvino da desideri e illusioni più grandi di me». Ma Shelly è meravigliosa, se dovessi fallire, ricominciare, scoprirmi inadeguata, mediocre, rimpiazzabile, vorrei essere fedele a me stessa quanto lei.