Scrivere questo articolo è particolarmente difficile poche ore dopo aver visto la persona a cui si vuole bene da circa sei-sette mesi dare un bacio alla propria ex in un bar di Milano. Scrivere di Fleabag è particolarmente difficile quando negli ultimi anni non si è fatto altro che maturare affettivamente e sessualmente in modo disfunzionale, quando si hanno ferite ancora aperte, traumi irrisolti, o quando, a circa trent'anni, si ha l'impressione di non avere ancora capito nulla delle relazioni; di essersi sempre approcciati ad amanti, amicizie, genitori e familiari in maniera sbagliata. Di aver commesso errori in continuazione, di averne tratto pochi e banali insegnamenti. Scrivere di questa serie-tv, è particolarmente doloroso quando anche la più promettente, ennesima possibilità di un amore puro, vero, divertente e genuino si sgretola davanti ai propri occhi in una manciata di secondi. In una sera nebbiosa di novembre, a causa della complessità e dell'inevitabilità delle cose della vita. Scrivere del progetto di Phoebe Waller-Bridge, sua ideatrice e attrice protagonista, diventa tuttavia quasi terapeutico per comprendersi, perdonarsi, crescere e forse un po' guarire. Un'esperienza che riguarda tutte noi, perché Fleabag è esattamente come tutte noi: un'eroina moderna che ci rappresenta e ci salva.

Fleabag è una giovane donna londinese dalla vita problematica: una famiglia disfunzionale che ne è la causa, difficoltà economiche legate alla gestione di una caffetteria a tema guinea pig che aveva aperto con la sua defunta migliore amica, una condotta sessuale e sentimentale instabile e frenetica. A partire dal soprannome della protagonista che dà anche il nome alla serie, (letteralmente, «sacco di pulci»), lo show si propone come progetto dal carattere universale, che vuole arrivare a tutte le ragazze di quell'età, dialogare con loro, capirle e riconoscerle. Lo stesso fatto di non rivelare mai il nome della ragazza lungo il corso di tutti gli episodi è l'escamotage attraverso cui viene comunicata la dimensione della collettività generazionale. Allo stesso tempo, il nomignolo con cui la conosciamo funge anche da metafora della sua personalità: autodistruttiva e irriverente, a tratti arrogante: femminista e dotata di un intelligente senso dell'umorismo (con cui smonta, passo per passo, cliché legati principalmente al ruolo delle donne in ambito relazionale e familiare); estremamente sola e molto contraddittoria. Il più delle volte una testa di cazzo, che però verrà definita dal padre, verso la fine della seconda stagione, come la persona più capace di amare all'interno della loro famiglia.

La serie tv di Waller-Bridge, produzione Two Brothers Pictures acclamata dalla critica e premiata, fra gli altri, da tre Emmy e due Golden Globe, si suddivide infatti in due capitoli: il primo pubblicato nel 2016 sul canale digitale BBC Three; il seguente del 2019 su quello televisivo BBC One, entrambi distribuiti poi su Prime Video, anche per quanto riguarda l'Italia.

La prima stagione della serie tragicomica si concentra sulla perdita di Fleabag della sua migliore amica, Boo, morta dopo aver attraversato la strada senza guardare di proposito dopo aver appreso il tradimento del suo fidanzato – non si capirà mai, fino in fondo, il grado di intenzionalità di quest'azione, o di consapevolezza delle sue conseguenze.

Attraverso una struttura agile e innovativa, condita da frequenti e sagaci interruzioni della quarta parete, punch line e frasi provocatorie, viene sviscerato con consapevolezza e profondità il tema della solitudine della protagonista e dell'elaborazione del lutto (non solo dell'amica, ma anche della madre). Gradualmente, vengono rivelati i complessi retroscena della morte di Boo, di cui Fleabag si sente in qualche modo colpevole, proprio a causa dei suoi comportamenti sessuali. «Ho trascorso la maggior parte della mia vita adulta usando il sesso per distogliere il pensiero dal vuoto soffocante presente nel mio cuore», ammetterà la stessa successivamente: se da una parte l'esperienza del piacere è ritratta in maniera libera e moderna, come strumento di legittima emancipazione femminile, dall'altra la potenza della storia si riflette proprio nella caratterizzazione psicologia del personaggio. Fleabag è femminista ma questo non vuol dire che non sia una stronza; ama Boo ma questo non le impedisce di tradire la sua fiducia, ferirla dove più le fa male. L'effettivo processo di accettazione dei propri errori è reso in maniera sublime, universale ma soprattutto umana. È tutto così vero che quasi fa male. A un certo punto della serie, Fleabag guarda una gomma per matite e le torna in mente un momento in cui stava leggendo una storia che coinvolgeva un criceto e una gomma per matite. In quella circostanza, Boo spiega alla protagonista: «Ecco perché mettono le gomme all'estremità delle matite, perché tutti commettono errori». E, in fondo, è tutto qui in questa quote.

La seconda stagione, se possibile, è ancora più bella della prima; uno dei capolavori in assoluto più riusciti e completi della cinematografia moderna. Approfondendo i temi analizzati nel primo capitolo, il focus è ancora una volta sulle assenze, della migliore amica e della madre. Fleabag prova ancora tanto amore per loro, ma, testualmente "non sa dove metterlo", visto che non ci sono più. Il vuoto della loro presenza-assenza risuona ancora pesanti nel silenzio della vita di una single trentenne. Nel progetto vengono mostrate con precisione le altre ragioni della sofferenza della giovane: il rapporto con la sorella Claire, spesso conflittuale, con il padre, che non le dà l’amore di cui avrebbe bisogno e con la matrigna, una donna estremamente narcisista che provoca Fleabag in continuazione, umiliandola e ferendola. Come si legge su The Vision, "in questo contesto l’autrice porta avanti l’analisi delle contraddizioni insite nella famiglia, puntando il dito in maniera equilibrata sia sulle mancanze della protagonista sia sull’incapacità degli altri personaggi di ascoltarla senza pregiudizi". L'identità di Fleabag viene esplorata inoltre sempre più in profondità attraverso il già noto approccio dello storytelling orientato al sé, privo di inibizioni e superbamente autentico: lei non ha infatti paura di dire la sua e risultare sgradevole allo sguardo esterno, fattore che forse più degli altri racchiude nella sua figura l'essenza stessa del girl power. In una società che pretende dalle donne il rispetto di determinate norme e convenzioni sociali, in cui loro stesse, per prime, si fanno carico di queste aspettative per poter sopravvivere a stento all'egemonia culturale del dominio maschile, reagire alle regole del male gaze con sfrontatezza e non curanza, tra standard i bellezza tossici e gender gap, è forse uno degli atti più rivoluzionari che si possa compiere. Soprattutto, quando si è immerse in una solitudine totalizzante, in cui non si riesce reindirizzare l'amore che si prova dentro di sé all'esterno, in un mondo che non è proprio pronto o in grado di riceverlo.

Ma la linea narrativa centrale del secondo capitolo è senza dubbio quella che racconta la storia d'amore fra Fleabag e il prete (anche lui senza nome, e forse per un motivo), interpretato da Andrew Scott, una sorta di proto hot rabbi (il rabbino interpretato da Adam Brody in Nobody Wants This nel 2024). Anticipati dall'iniziale e pungente statement «This is a love story», i sei episodi ci parlano dell'amore nella sua forma più pura, autentica e dolorosa che esiste. Quella fatta di un'attrazione fisica tanto drammatica quanto travolgente, di un innamoramento che fiorisce, attimo dopo attimo, tra due persone che capiscono di condividere una connessione rara, un allineamento di vibe e linguaggi comuni, inaccessibili agli altri; ma un amore che, inevitabilmente, nella sua forma più romantica e struggente, non può trovare concretizzazione nella vita di tutti i giorni, nella realtà feroce e cruda della quotidianità.

Dopo tanti rapporti occasionali volti a colmare la sua solitudine, Fleabag scopre cosa significa innamorarsi e aprirsi piano piano all'incontro con l'altro, ma lo fa sempre e comunque seguendo le sue regole. La relazione parte già in salita, perché in quanto di confessione cattolica, il prete non può né praticare attività sessuale, né eventualmente creare una famiglia con lei. Ancora The Vision sottolinea come quello dei due main character sia «un incontro tra due solitudini molto differenti, due persone che si specchiano l’una nell’altra e che così facendo abbassano progressivamente le rispettive difese»; un rapporto analizzato «senza trascurare le sfumature di entrambi i punti di vista, mettendo in luce sia il conflitto interiore vissuto dal prete che sente crescere il proprio desiderio peccaminoso, sia la crescente consapevolezza della donna che, incontro dopo incontro, si sente sempre più capita e di conseguenza meno sola». La storia non può continuare nonostante l'amore tra i due: nella vita del prete, prevale il sentimento per Dio e per la sua vocazione.

Non sarebbe noi, Fleabag, se ad attenderla al termine dello show ci fosse il lieto fine. Non sarebbe noi, la trentenne single se l'esperienza dell'amore non la forzasse a scontrarsi con i lati più vulnerabili di sé, offrendole pretesti per sentirsi viva e crescere sia nella gioia che nel dolore. Un amore inaccessibile, ma per certi versi più dedicato: le relazioni vere, che si attualizzano, comportano nel tempo livelli più o meno ampi di egoismo che inevitabilmente ne abbassano lo stile. Un amore che rimane concettuale, seppure vivido e presente, non può essere rovinato.

Fleabag è tutte noi perché noi siamo lei; noi siamo Fleabag perché Fleabag è noi: con il mascara sbavato sugli zigomi dopo una notte fuori, di pianti e delusioni, dopo una serata in cui si vede il ragazzo con cui si è instaurata una sintonia preziosa sei-sette mesi prima baciare la propria ex in un bar di Milano avvolto dalla nebbia di novembre. Mentre si capisce che si sarà capaci di amare ancora, o almeno ci si proverà, nonostante tutto; le contraddizioni, gli errori, gli occhi gonfi e il trucco sciolto. Con la speranza nel cuore, la consapevolezza che si sbaglierà altre mille volte e una battuta witty sulla punta della lingua per prendere in giro l'ennesimo misogino di turno che invade il nostro spazio. Nessun altro ci rappresenta meglio.