Saltburn è molte cose, ma non è niente di quello che pensavamo. Prima di tutto non è Promising Young Woman, opera prima di Emerald Fennell che, per quel favoloso lavoro, si è meritata il Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura nel 2021 (più un mucchio di altri riconoscimenti). E poi non è Il Talento di Mr. Ripley, film del 1999 di Anthony Minghella cui, da una lettura veloce della sinossi, sembrava che Fennell avesse rubato la trama (a sua volta ispirata all’omonimo romanzo di Patricia Highsmith).
Saltburn, invece, è un film completamente matto, inteso nel senso più celebrativo e positivo del termine. E matto è il periodo in cui esce in streaming: siamo a Natale, i cataloghi delle piattaforme traboccano di film di Hallmark pieni di glitter e commedie rose ambientate sotto il Rockefeller Center. Invece la pellicola di Fennell, che è stata presentata in anteprima anche all'ultimo Festival di Roma e debutta per le masse su Amazon Prime Video il 22 dicembre, ci trasporta a Saltburn, tetra, immensa, lussuosa magione nella campagna inglese. Tutto ci dice che siamo nel 2006 - i look dei protagonisti, la colonna sonora - ma ciò che succede in quella casa, così come ogni singola azione dei suoi abitanti, sembra uscire da un libro ambientato nel 1800.
Guardiamo la tenuta per la prima volta con gli occhi del protagonista, Oliver (Barry Koeghan, semplicemente indimenticabile), che è stato invitato a trascorrervi l’estate dall’amico Felix (un Jacob Elordi che sa essere amabile come in The Kissing Booth e conturbante come in Euphoria), rampollo dell’aristocratica famiglia Catton, proprietaria di Saltburn da secoli. Oliver frequenta Oxford, ma è uno di quegli studenti arrivato nell’istituto con una borsa di studio: è intelligente ma povero, fatica a integrarsi nei gruppi di studenti ricchi e privilegiati che nella storica università vedono un noioso passaggio obbligato della loro gioventù. Oliver viene da una famiglia disastrata, ha una madre tossica e un padre spacciatore, Oxford è il suo biglietto per svoltare. Poi vede Felix e, come chiunque, ne rimane incantato. Perché Felix è bellissimo, è simpatico, è sexy ma soprattutto è gentile, figlio di quella cortesia che solo chi nasce con i soldi, dunque non deve abituarsi a essere ricco, sa emanare. I due diventano amici, Felix prende Oliver sotto la sua ala, lo invita a trascorrere l’estate a Saltburn. Sarà l’inizio dell’ossessione.
Saltburn è un abisso di meschinità
A Saltburn abitano Elsbeth, una splendida Rosemund Pike, ex modella diventata moglie trofeo di un uomo ben più vecchio di lei, sir James Catton, che però le ha garantito una vita di agi e lussi; Venetia (Alison Oliver), sorella di Felix apparentemente spensierata, ma dentro rotta e problematica; Farleigh (Archie Madekwe), un cugino che vive a tempo indeterminato a Saltburn mentre sua madre, reietta, è costretta in esilio in America, il primo della famiglia ad accorgersi del doppio gioco di Oliver. A Saltburn la quotidianità si vive come in Downton Abbey, le feste sono più grandiose di quelle di Gatsby e gli amici in difficoltà, soprattutto se permettono ai Catton di sentirsi dei benefattori di buon cuore, sono i benvenuti. A tempo determinato, almeno. Tra questi, oltre a Oliver che è il giocattolino di Felix, c’è Pamela (una deliziosa Carey Mulligan, musa di Fennell e già protagonista di Promising Young Woman), una donna disastrata che diventa oggetto della benevolenza di Elsbeth. La quale, seccata dalle sue lamentele, la toglie di mezzo senza troppe moine dal giorno alla notte, portandola alla disperazione. Oliver, invece, a Saltburn si aggrappa con i denti, vuole farne parte: desidera Felix (o forse desidera solo essere lui), ne è ossessionato, così si insinua nella vita di tutti gli abitanti influenzandone le scelte e le cadute.
Più che ballare sulle loro tombe, vuole farci l’amore - non è una metafora, ma una delle scene più forti, grottesche e indimenticabili del film, non diciamo oltre per non spoilerare - e più che essere ospite di Saltburn vuole esserne padrone. Ci sono, oltre a quella già citata, due o tre scene molto disturbanti che sarà difficile togliersi dalla testa dopo la visione, più per quello che significano che per il loro impatto visivo (che è volutamente sopra le righe e grottesco). Servono tutte, queste scene, per capire quanto l’abisso di perversione e menzogne in cui è caduto Oliver sia profondo e quanto il cinismo, le maniere affettate, la falsità dei Catton sia radicata nelle fondamenta di Saltburn. La regista infila nel racconto dei simboli inequivocabili - il labirinto, lo specchio, dunque il doppio - per lasciarci intendere che nulla è come sembra e che quando si pensa di aver imboccato la giusta direzione è lì che si perde davvero la bussola fino a impazzire. Lo fa affidando al protagonista Oliver un ruolo perverso, malato e incredibilmente seducente e al suo contraltare Felix il ruolo di divinità perfetta cui nessuno può dire di no, cui nessuno può resistere.
Se Cassie di Promising Young Woman era ossessionata dalla vendetta, l’Oliver di Berry Keoghan è ossessionato dalla ricchezza che non ha e che invece ricopre, come uno strato di stucchevole glassa al cioccolato (e ricordatevi questa similitudine, perché sul finale avrà un altro sapore), tutta la famiglia Catton. I primi 30 minuti della pellicola ingannano, sembrano l'innocua introduzione di una storia ambientata a Oxford (che, di per sé, è già un micro-universo pieno di sfaccettature); è quando si arriva a Saltburn che le cose cambiano. Fino all’epilogo, un perfetto, delizioso, inquietante, bellissimo, anche se non inaspettato finale. Non sarà il film ideale per Natale, non sarà un film per tutti, ma Saltburn è un gioiello di rara cattiveria e intelligenza. Ora che Emerald Fennell ha alzato l’asticella, non sappiamo più cosa aspettarci da lei. Ed è meraviglioso così.















