Ok l'impresa non era facile: non solo bisognava trasformare un racconto di 7.000 parole in un film di due ore, ma c'era anche da gestire l'aspettativa. Cat Person, il racconto pubblicato sul New Yorker nel 2017 da Kristen Roupenian, era diventato virale, un simbolo del tempo, uno dei pezzi più letti della testata. Ovvio dunque che eravamo tutti curiosi di sapere come sarebbe stato l'adattamento portato sul grande schermo dalla regista Susanna Fogel. Le recensioni, però, non sono buone.

il film su cat person non è piaciuto alla criticapinterest
StudioCanal The New Yorker Studios

I critici non hanno accolto bene il film. Già dopo la prima al Sundance Festival lo scorso inverno le opinioni erano piuttosto negative e, ora che il film è uscito anche nelle sale di diversi Paesi (in Italia non è ancora chiaro quando arriverà), si conferma, per citare il Guardian un «horror prevedibile», mentre, secondo Entertainment Weekly, si tratta addirittura di un «thriller disordinato che travisa completamente il punto dell’opera originale».

Il racconto di Roupenian girava attorno a un appuntamento sessuale andato male tra una ragazza, Margot (Emilia Jones di Coda), e un uomo più vecchio di lei Robert (Nicholas Braun). L'intento era riflettere sulle insidie del dating moderno e far luce sulle dinamiche di genere che ne condizionano le regole e, così facendo, l'autrice era riuscita a toccare un nervo scoperto a livello collettivo e ad aprire una conversazione che in quel momento, in piena era #MeToo, risultava evidentemente necessaria. Era riuscita a farlo soprattutto descrivendo lo stato d'animo della protagonista, i suoi dubbi, le pressioni sottili quando si rendeva conto di non voler più un rapporto sessuale con l'uomo con cui stava per averlo, l'inquietudine, l'imbarazzo e l'insicurezza, tutte sensazioni non esplicitate, ma filtrate attraverso il suo vissuto. In modo simile il film, secondo il New York Times, «raggiunge il suo massimo splendore quando approfondisce ciò che ha reso il lavoro di Ruupenian così risonante: il monologo interiore confuso e, a volte, brutalmente onesto di Margot».

Più spesso, però, sullo schermo le sfumature sembrano scomparire in favore di posizioni ben più nette che alcuni hanno criticato come banali e troppo esplicite. «Questo era il punto», scrive l'Independent, «ovvero quanto sia normale per le donne sentirsi insicure in presenza di uomini, e come gli uomini non debbano essere dei mostri a tutto campo per impegnarsi in crudeltà occasionali. Ma Vogel, insieme alla sceneggiatrice Michelle Ashford, sembra in gran parte disinteressata a questo punto più delicato». In particolare, il finale si distacca molto dal racconto del New Yorker e sfocia nel thriller vero e proprio senza lasciare spazio a riflessioni più elaborate come sottolineano sia Rolling Stone che IndieWire. «La precisione e l'economia della storia, con i suoi dubbi pungenti e i suoi istinti nauseabondi e ribollenti», scrive Wendy Ide sul Guardian, «si perdono nel terzo atto che si intensifica in un climax generico spaventoso, disordinatamente violento che è allo stesso tempo infinitamente più stupido e molto meno inquietante del teso, corteggiamento inquieto che lo precede».