Di solito Adam Driver è di poche, pochissime parole. Ma dopo aver già dato il volto a un italiano in House of Gucci con Lady Gaga si vede che è più a suo agio. Protagonista del biopic Ferrari, tratto dal libro Enzo Ferrari - The Man and the Machine di Brock Yates, ha raccontato durante l'incontro con la stampa alla Mostra del cinema di Venezia com'è avvenuto il sodalizio artistico con Michael Mann.

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I fan dovranno aspettare la fine dell'anno per vedere il film al cinema, ma i più appassionati guardano con particolare attenzione il red carpet della premiere mondiale che ospita la vera auto da corsa con cui la scuderia ha vinto la Mille Miglia. Quelle sul set sono tutte repliche meticolosissime, perché questo non è un blockbuster, ma un film fatto con contributi indipendenti e tra varie ristrettezze, motivo per cui rientra nelle eccezioni che permettono al cast di promuoverlo durante lo sciopero degli attori.

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Com'è stata la genesi dell'adattamento del romanzo e del casting? Driver risponde: «Ho incontrato il regista un anno prima che iniziassero le riprese e dopo aver letto la sceneggiaturaa ho detto di sì, anche se da tempo morivo dalla voglia di lavorare con lui. Mi piace l'umanità di questa storia, il fatto che si racconti il lutto e il rapporto con le donne in maniera profonda». Nel film sono interpretate da Penelope Cruz e Shailene Woodley.

Gli fa eco al festival Patrick Dempsey che interpreta Piero Taruffi: «Conoscevo la storia perchè sono un pilota e un appassionato e ho letto il copione dieci o dodici anni fa, è romantico e al tempo stesso letale l'amore per l'alta velocità ma è una forma di adrenalina di cui poi non puoi fare a meno».

«A me l'assicurazione ha severamente proibito di salire in un abitacolo - spiega ridendo Adam Driver - anche perchè nel Dopo Guerra il concetto di sicurezza in queste corse ma anche nella normalità non è comparabile al nostro. Prendiamo ad esempio la cintura di sicurezza: non era usata perché era più sicuro gettarsi fuori dall'abitacolo durante uno scontro. Ed è questo che ho cercato di fare, entrare nella mente di chi ama tanto i motori e si prende questo rischio. Enzo Ferrari ha visto morire due amici per un errore di calcolo e questo lo ha segnato, ancorandolo al presente ed escludendo tutto il resto. Per metà le corse sono fatte dell'incastro di una moltitudine di pezzi, ma per l'altra dipende tutto dall'intuizione umana».

Ormai sembra che l'Italia l'abbia adottato: «E io ne vado fiero perché mi piace una cultura diversa. D'altronde il compito dell'attore è sforzarsi di empatizzare con qualcuno diverso da lui e possibilmente non solo evitare di giudicarlo ma evitare ogni senso di prospettiva. Girare a Modena, visitare il Museo Ferrari ed essere immerso nell'ambiente reale di Enzo ha dato davvero una marcia in più anche se questa resta la nostra visione del racconto, pur curatissima in ogni dettaglio come solo Michael Mann sa fare».