Si parla di fine per oltre due ore, ma perché fine può essere nuovo inizio. È per questo che Paolo Genovese definisce il suo ultimo lavoro, il più complesso e rischioso, come «un film che dà speranza». Il primo giorno della mia vita, ora al cinema e tratto da un suo libro del 2018, racconta la vita attraverso la morte. Siamo a Roma, piove quasi sempre, e nella notte più buia, quella in cui hanno deciso di togliersi la vita, quattro persone incontrano un uomo (Toni Servillo), che gli chiede una settimana in più per fargli cambiare idea. Tutti e quattro acconsentono. C’è Emilia (Sara Serraiocco), ex sportiva ma eterna medaglia d’argento ora in sedia a rotelle; c’è Arianna (Margherita Buy), poliziotta che ha perso all’improvviso una figlia; c’è Daniele (Gabriele Cristini), un ragazzino bullizzato diventato star dei social e c’è Napoleone (Valerio Mastandrea), un motivatore che non riesce più a motivare sé stesso. «Il tema del suicidio è ancora un tabù, rappresenta qualcosa di scomodo con cui evitiamo di confrontarci», racconta il regista, «Ho voluto toccare quattro diversi mal di vivere che possono portare a decisioni estreme perché parlarne è il primo passo per affrontare il problema».
Come sei arrivato a questi personaggi?
«Tutti e quattro sono attraversati da sentimenti assoluti, profondamente legati alla nostra società. La depressione è figlia di ciò che viviamo, è il buco nero più profondo. Come spiega Napoleone, a differenza degli altri tre, lui sta male senza sapere il perché. Emilia, invece, vive l’ansia da competizione, dal dover essere la migliore. Tutti oggi cerchiamo di esserlo, di apparire nel miglior modo possibile. E oggi anche nel ragazzino alla triade famiglia-scuola-amici si aggiunge la mediaticità, un’altra cosa con cui fare i conti. E poi c’è il dolore ancestrale, quello della perdita di un figlio. Una cosa che questo film cerca di far fare ai quattro protagonisti è reagire, trovare sempre un punto di vista diverso, un motivo, un qualcosa per andare avanti».
Toni Servillo potrebbe essere un angelo, ma il film non lo spiega. Perché?
«Per ognuno di noi rappresenta qualcosa di diverso. È quel qualcosa che può salvarti quando si arriva veramente in fondo. Può essere qualcuno che ci tende una mano o ancora di più un qualcosa che sta dentro di noi».
Credi nelle seconde possibilità?
«Assolutamente sì. Purtroppo non sappiamo mai prima quali saranno, anche se a noi piacerebbe definirle. Nel film Daniele, il ragazzino, quando ha la possibilità di vedere un estratto del suo futuro chiede: “Le persone che incontrerò mi vorranno bene?”. Ma è una domanda a cui prima non si può rispondere. Deve bastare già il fatto di esserci, di avere la possibilità di sbagliare di nuovo. Di avere nuova speranza».
Da soli ci si può salvare?
«Salvarsi da soli, secondo me, è quasi fisiologico. Ma questa storia parte dal punto in cui da solo non puoi più farcela. È allora che scende in campo il nostro uomo, che può essere solo qualcuno con cui dividere il dolore».
Che cosa ti fa più paura?
«Ho paura dei momenti in cui perdiamo la capacità di reagire, quando qualcosa diventa inaffrontabile. Finché si continua ad agire, invece, va bene. C’è speranza».
Toni Servillo a un certo punto dice che «vedere la vita senza di noi è doloroso perché va avanti».
«È verissimo, ma è una frase che può essere letta anche sotto un’altra chiave. La vita va avanti e può riservare tantissime sorprese. Questo film non ha la pretesa di dare la ricetta per ricominciare, ma è un modo per dire che ognuno di noi può ritrovare un senso in certe situazioni».
La depressione è il peggiore dei mal di vivere?
«È il mal di vivere più buio e profondo. Tutti nella nostra vita prima o poi facciamo i conti con dei momenti di depressione. È un sentimento che può essere definito fisiologico, anch’io lo conosco bene. L’importante è che questi momenti rimangano tali, che si trovi la forza di reagire, che si riceva il giusto aiuto. Per questo film ho fatto tantissime ricerche, ho parlato con diversi psicologi, letto diversi studi. Ho capito che “hai mai pensato di ucciderti?” è una domanda che ci si fa più spesso di quanto potessi pensare, spesso solo come un pensiero che ci sfiora. Ma se si ha questo pensiero anche solo una volta andrebbe condiviso».
Ne Il primo giorno della mia vita un piatto di pasta alle vongole al mare è un motivo per rinnamorarsi della vita. Quali sono gli altri?
«Non viviamo in uno stato di felicità permanente, ma la vita è fatta di piccoli momenti. E quando tiri la somma di quei momenti di benessere devi fare attenzione a quanto tempo è passato dall’ultima volta. La nostalgia è un altro sentimento che amo molto. Si prova nostalgia solo per le cose belle che sono passate o per quelle che non abbiamo vissuto. Lo considero un sentimento molto propositivo, che ti fa venire voglia di riprovarci».
The Economist ha appena calcolato che sono 20 i remake internazionali di Perfetti sconosciuti. Che effetto fa?
«Diciamo che con i remake non ho un buon rapporto. Di solito faccio fatica a guardarli. Ho paura che possano aver tagliato delle scene che ci ho messo ore e ore a immaginare e viceversa. Ma devo dire che per quanto riguarda Perfetti sconosciuti mi divertono quelli con la cultura più distante dalla nostra. Sono impazzito quando ho ascoltato Giallini doppiato i coreano».
Hai appena finito di girare la serie tratta da I leoni di Sicilia. Un’altra prima volta.
«Mi piace raccontare storie nuove e qui c’è l’Ottocento siciliano da mettere in scena in costume. Una bella sfida».
De Il primo giorno della mia vita Valerio Mastandrea ha detto di odiare il suo personaggio, Napoleone. Sei d’accordo?
«Un ruolo che odi è un ruolo scomodo. Gli altri personaggi hanno un mal di vivere preciso, nel suo caso la depressione invece è atroce, è quel mostro con cui chiunque di noi può fare i conti. E scrivere questo tema vuol dire confrontarsi per forza con te stesso. E, per quanto mi riguarda, a volte semplicemente non hai voglia».
















