Sono state due donne, due giornaliste, Megan Twohey e Jodi Kantor, a pubblicare per prime sul New York Times l'inchiesta che ha aperto il caso Weinstein nel 2017 e dato inizio al #MeToo. È una storia di donne, solo dopo è arrivato Ronan Farrow sul New Yorker, ed è esattamente la storia che si propone di raccontare She Said, in Italiano Anche io, in uscita nelle sale il 19 gennaio.

La regista tedesca Maria Schrader, acclamata per la miniserie Netflix Unorthodox, ha scelto Carey Mulligan e Zoe Kazan come protagoniste per portare in scena l'omonimo libro dove le due giornaliste hanno raccontato le indagini dell'inchiesta. «Non è un film trionfante sull'ascesa del movimento #MeToo», scrive il The Atlantic, «ma piuttosto una rappresentazione lucida e misurata del motivo per cui quel primo articolo ha colpito un nervo scoperto».

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Annapurna Pictures, Plan B Entertainment
Una scena di Anche io con Patricia Clarkson, Carey Mulligan e Zoe Kazan

Secondo il magazine, è stata proprio la scelta di raccontare l'atmosfera antecedente alla nascita del MeToo e il processo che ha avviato lo scandalo a rendere il film «difficile da vendere al pubblico, come hanno dimostrato i miseri guadagni al botteghino» effettivamente molto inferiori alle aspettative. Eppure i commenti della critica sono buoni. Per l'Atlantic, She Said è «una voce preziosa nel genere giornalistico-cinematografico», per IndieWire è «astuto e incendiario». Secondo Variety, funziona bene soprattutto grazie a un elemento «che è sempre stato una parte essenziale della saga di Weinstein» ossia «la paura pervasiva e insondabile che governava le vittime». Il film, infatti, ripercorre la nascita dell'inchiesta, i dubbi delle giornaliste, le difficoltà nel convincere le vittime a parlare e soprattutto il senso di impotenza delle donne di fronte al potere di Weinstein e del sistema che lo proteggeva.

Come scrive il Guardian, «Sia Mulligan che Kazan sono eccellenti, ma ugualmente impressionanti sono una serie di personaggi di supporto come Samantha Morton, Jennifer Ehle e Ashley Judd che interpreta se stessa in una scena straziante». Il film ha scelto di dare molto spazio alle testimonianze delle donne, proprio come nel libro, ma, come sostiene il New York Times, non scade mai nel sensazionalismo. «Misurato e deliberato», scrive la critica Alexis Soloski, «il film evita di dare spettacolo, parlando a voce bassa dove un altro film potrebbe urlare. È un thriller, sì, ma reso con discrezione, in ambienti di lavoro sensati. La sua forza si accumula lentamente, persino furtivamente - pista dopo pista, fatto dopo fatto verificato - finché la tensione del clic di un cursore diventa un'agonia». Si tratta di un film forgiato sullo stampo di altri che seguono reportage investigativi, da Il caso Spotlight, a Tutti gli uomini del presidente. She Said, però, mostra un punto di vista femminile ed è questa, forse, la novità che aspettavamo.