Corsetti stretti, gonne larghe, schiena dritta, ingressi maestosi. L’aria aristocratica di fine Ottocento è tornata a invadere Sky con un nuovo period drama targato HBO. Si chiama The Gilded Age, se ne parla da tempo ed è l’ultimo lavoro del padre di questo genere: Julian Fellowes, già acclamato da tutti per Downton Abbey (2010) e Belgravia (2020). Il tradizionalismo di Sky, che si ostina a far uscire due episodi alla volta (o forse è solo Netflix che ci ha abituati male), non ci permette di conoscere già le sorti della protagonista Marian Brook, interpretata da Louisa Jacobson Gummer, figlia di Maryl Streep, ma sono bastati i primi episodi per inquadrare la nuova serie. Adorarla, ma uscirne già leggermente confusi.

Siamo a New York, negli anni Ottanta del 1800. Tutto in città sta cambiando. L’aristocrazia più tradizionale fa spazio ai nuovi ricchi, con la loro lista infinita di nomi citati fin troppo rapidamente, quasi come parole randomiche. Non ci sono duchi né visconti, titoli familiari né latifondisti, per diventare potenti bisogna puntare sull’attività giusta. Come quella ferroviaria. Il mondo si sta espandendo, c’è aria di cambiamento. E questo Julian Fellowes lo ha espresso bene, sia nella storia che nella sceneggiatura, nei dialoghi e nella splendida fotografia.

The Gilded Age prende in prestito le buone maniere di Downton Abbey, mescolandole a quella sottotrama a tratti comica tipica di Bridgerton. Manca il sesso, mancano anche le promesse spose che scoprono il brivido dell’eros dopo il matrimonio, ma a volte basta il seme della provocazione, come lo sguardo desideroso di una cameriera nei confronti del proprio padrone già sposato. O quello di un giovane spasimante che non si riesce a smettere di guardare. C'è un unico problema: quel grande, enorme buco nero nella nostra memoria che si apre ogni volta che proviamo a ricordare un nome o una vicenda specifica. A ogni episodio infatti fa il suo ingresso una nuova famiglia, nuovi titoli e cognomi, al punto che ricordarli tutti risulta impossibile. Anche le personalità più aristocratiche – e dunque importanti – restano nell’ombra e quelle volte che vengono citate non riusciamo ad abbinare il nome al volto. Ma è una cosa su cui possiamo anche soprassedere, perché nelle serie di Julia Fellowes c’è una vera garanzia: nulla è detto o fatto a caso.

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The Gilded Age, su Sky

Ogni episodio ha gli elementi adatti per attirare un pubblico che forse dieci anni fa non esisteva. Ci sono gli amanti, le vicine rivali, la sete di potere e quella di vendetta. nessuna differenza tra eroe e antagonista - proprio quando credi di aver inserito quel personaggio nella casellina dei cattivi, la situazione si capovolge e anche lui mostra tratti di umanità - frutto di un decennio di evoluzione seriale che ha portato i personaggi a uscire dal loro rango di soggetti per diventare persone complesse a tutti gli effetti.

Le scenografie sono curatissime, evidenziate da una fotografia impeccabile. Le case sono ancora più sfarzose di quelle a cui Fellowes aveva abituato il suo pubblico e ad alzare ancora di più l’asticella è il cast. Al primo posto il personaggio di zia Agnes, interpretata da Christine Baranski. Il suo ruolo è forse il più genuino di tutta la serie. Complicata sì, ma anche reale e completa, non è semplice per lei mostrare affetto, dato che ne ha ricevuto poco in cambio perfino dal marito, ma il muro che ha alzato non le vieta di provare empatia e affetto per la nuova nipote. Accanto a lei un’irriconoscibile Cynthia Nixon, che abbandonati i panni costosi di Miranda ha indossato quelli dell’altra zia, Ada Brook, quella buona. E infine un’eccellente Carrie Coon (accanto a Jude Law nel film The Nest - L'ingannodel 2020) nel ruolo dalla rivale, vicina e “nuova ricca” Bertha Russell, supportata da un marito (Morgan Spector) che sa di essere ricco e non ha paura ha difendere la moglie dall’invia altrui.

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The Gilded Age è la dimostrazione che in questi anni, dopo Bridgerton e Downton Abbey, il genere di costume è cambiato. Che non bastano più il linguaggio alto e i corsetti ben stretti per mettere in scena un nuovo capolavoro artistico. Il pubblico vuole sapere tutto, ma non troppo, vuole il gossip, ma anche la riservatezza, vuole sentire dialoghi colti ma non troppo distanti dalle reazioni quotidiane. Vuole entrare nel 1880 restando nel 2022. E questo, The Gilded Age glielo permette.