Sono completamente ossessionata da una foto di una strana Big Bubble che ho visto su Instagram. Sono ossessionata in genere dalle gomme da masticare e dal rosa, dai profumi e da gusti dolci, dalla cultura p0p, quella teen e quella Y2K, dagli skater e dalle Etnies (le cicche non rosa non mi piacciono, non sono interessanti). La sintesi di tutto ciò è rappresentata da un'iconica Big Bubble: quando trovo questa durante una sessione di scrolling compusivo, ne rimango meravigliata.



È ancora più bella di una Big Bubble classica perché è una Big Bubble masticata. Adoro l'idea delle cicche rosa incollate sotto ai banchi di scuola. Di fianco c'è scritto che è realizzata con plio, acrilico, cotone, seta, poliestere, paraffina e cera; il tutto, su tela in lino. Non lo so ancora, ma si capisce già sa subito che in quella Big Bubble fatta con quegli ingredienti è rimasto impigliato qualcosa, più di una cosa. Quando scopro cos'è, che è parte di una serie pittorico-scultorea che si chiama Big Bubble di memorie, la mia meraviglia si trasforma e si eleva ancora di più, come se fosse possibile. Sono ossessionata da questa chewing gum e da tutti gli altri elementi colorati, sgargianti e in contrasto, e rosa che la circondano sul mio nuovo feed preferito.

elisa schiavinapinterest
Elisa Schiavina
Big Bubble di memorie (chi cerca trova), olio, acrilico, poliestere, seta, cera e paraffina su lino, 32x43, 2025

La sua creatrice si chiama Elisa Schiavina. Nata a Pavia nel 1992 da mamma di Alessandria e papà di Genova, è un'artista visiva sperimentale che attualmente vive e lavora a Milano. Dopo una formazione classica ad Alessandria e la laurea in Psicologia conseguita presso l'Università degli Studi di Pavia, si trasferisce nel capoluogo lombardo, dove intraprende il Biennio di Pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera, formandosi a fianco dell'artista Marco Cingolani. Schiavina svolge anche un lavoro educativo rivolto a diversi contesti e fasce di età, praticando una osservazione costante della realtà e del paesaggio umani, che ritornano anche nelle sue opere.

elisa schiavinapinterest
Irina Okoneshnikova
Ritratto di Elisa Schiavina in studio, 2024

Nel suo lavoro utilizza pittura, scultura e installazione come strumento di indagine della realtà fisica ed emotiva, con un focus particolare su tutto ciò che permane di infantile nell'età adulta e di ciò che, viceversa, durante l'infanzia ha a che vedere con il mondo adulto. Il suo stile è di certo peculiare, le cose che fa sono molto riconducibili al suo segno e al suo universo, tuttavia, pensa di avere alcuni "debiti" nei confronti dell'espressionismo – specialmente quello tedesco – dell'arte povera, del surrealismo, del kitsch. Quando le chiedo che persona si sente di essere, mi risponde di non averlo capito ancora del tutto: «Non amo categorizzare nulla e non sono certa che basterebbe una vita intera per comprenderlo o che davvero mi interessi farlo; – mi spiega – mi piace tuttavia pensare di essere una persona molto soggetta alle sensazioni di meraviglia e stupore, molto interessata all'Estetica e, al contempo, all'Altro. Forse sono un'umanista?». Qualsiasi cosa sia, un po' ce lo trasmette con la pittura, che a volte si fa installazione altre scultura, come si legge in questa puntata di A regola d'arte, la rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga i significati dell'arte del 2025 attraverso i suoi artisti emergenti più promettenti. Quando chiedo a Elisa Schiavina cosa c'è nella sua testa, mi dice che c'è tanta pittura, tanta poesia e c'è tanto di umano in generale: «Tutto ciò che osservo e che ho poi l'esigenza di tradurre in qualcosa che possa acquisire anche un nuovo sguardo attraverso l'incontro con l'Altro». Qui si scopre di più su quella gomma da masticare che ho screenshottato più volte e su di lei, ma anche sugli altri, su noi stessi, sui livelli sotterranei e i sottotesti dell'arte, specialmente la sua.

L'arte e i suoi significati nel 2025: l'intervista alla pittrice emergente Elisa Schiavina

Il tuo medium principale è la pittura? Ti cimenti in altre discipline però, come scultura, installazione e disegno

«Attraverso la pittura osservo il mondo e, anche quando uso la scultura o l'installazione, credo sia sempre un modo per fare pittura, in un certo senso. Il disegno è parte della mia quotidianità. L'installazione ha a che vedere con la voglia di ricreare una sorta di "mondo" che consti di più elementi e che riporti il soggetto che la osserva, vive o abita (me per prima) in un qualche ambiente, in una qualche memoria, sensazione. Ma per me l'installazione è sempre anche pittorica. È fare pittura nello spazio. La stessa cosa vale per la scultura, che contiene ed è una sorta di pittura, però, fredda e fragile da maneggiare».

Come muovi i tuoi primi passi in questo mondo?

«Mi sono approcciata all'arte attraverso le opere che ho visto da bambina e grazie ad una maestra avuta alle elementari, che ancora ben ricordo come "La Maestra Anna". Lei era amica di una pittrice genovese, Loredana Cerveglieri, e spesso la invitava a condurre laboratori di pittura con la nostra classe portandoci veri e propri telai e tele sciolte da intelaiare e sulle quali lavorare in maniera libera ma controllata. Una di queste tele è ancora esposta all'ospedale infantile di Alessandria. Ho sempre avuto una importante urgenza nei riguardi della pittura e della scultura, unitamente ad uno sguardo interessato nei confronti della forma e del colore, quasi a voler studiare la realtà che osservavo proprio da quel punto di vista. Osservavo mia mamma lavorare a maglia, usando colori sgargianti a contrasto, spesso complementari tra loro, senza che a quel tempo ne avessi percezione chiara o comprendessi il perché di quella attrattiva anche emotiva verso di loro, ma ne ero affascinata e coinvolta. Anche gli esseri umani e gli animali in generale, con i loro colori e forme così diverse tra loro, e il loro modo di interagire con l'ambiente, la loro necessità di esprimersi in qualche modo, mi hanno sempre incuriosito. Non ho mai pensato di poter "fare l'artista", ho sempre usato molto parola, forma e colore come traduzione della realtà, come un diario visivo della mia vita e di quella che degli altri osservavo, tradotte dal mio sguardo. Credo che l'arte per me è sia stata e sia anche un esercizio di esorcismo nei confronti della morte e delle fini in generale, del dolore, della violenza».

elisa schiavinapinterest
Davide D'Ambra
Durante l’allestimento dell’opera Tenzone Plurale 2000, 2022

Quali sono le esperienze che ti segnano di più artisticamente e perché?

«Sicuramente l'incontro con l'artista Silvia Argiolas di una decina di anni fa è stato per me di fondamentale importanza. Lei mi ha generosamente insegnato tantissimo, in un momento in cui io ero molto insicura e osservavo la pittura con grande pudore e soggezione, non sentendomi pienamente all'altezza del segno e del colore. Effettivamente sapevo pochissimo su come trattare la materia pittorica per avere controllo su di essa; lei mi ha molto formato nel suo studio, a livello molto pratico, e abbiamo nel tempo instaurato un rapporto di amicizia molto significativo. A volte lo sguardo dell'altro su di noi ci permette di diventare ciò che siamo e che altrimenti non avremmo il coraggio di essere, e per me l'incontro con lei ha significato questo. Successivamente, dopo aver studiato e sperimentato moltissimo, aver formalizzato i primi lavori – una serie di collage e poesie visive – e fatto le prime piccole mostre, sicuramente l'essermi iscritta al biennio all'accademia di Brera, sotto la guida di Marco Cingolani, è stato un altro passo per me molto importante».

elisa schiavinapinterest
Elisa Schiavina
Bang-bang, olio su lino, 30x40, 2024, collezione privata

Nelle tue opere che tecniche utilizzi? Perché le scegli?

«Utilizzo molto l'olio su tela di lino o cotone. L'acrilico mi piace usarlo sulla carta per via della sua immediatezza (asciuga molto velocemente) e per i fondi di alcuni lavori che voglio risultino più materici. In tal caso uso acrilico mescolato a gesso in più strati leggeri e poi procedo con il colore ad olio, altre volte utilizzo l'olio con sotto una sola preparazione leggera di gesso acrilico. Ultimamente uso spesso le tavole in legno di abete: sto lavorando a piccoli formati con soggetti che si prestano ad una superficie così liscia e compatta. Lo immaginavo e infatti mi trovo bene. Poi uso molto anche le stoffe, sia come inserti nella ultima serie pittorico-scultorea, Big Bubble di memorie, che vado ad unire alla tela oppure a delle pietre che trovo per strada, i sampietrini, tramite stratificazioni di cera d'api. Il sampietrino contiene già in sé molti elementi che mi interessano, a partire dalla sua forma così essenziale: il parallelepipedo. Poi ha un certo peso: è un elemento di costruzione, ma anche di distruzione. Ora sono concentrata su questo, perché dopo aver lavorato per tanto tempo sulla forma solida esagonale della giostra, con i suoi tessuti svolazzanti nel paesaggio, avevo bisogno di qualcosa che mi riportasse ad una dimensione più pesante, più dura. Procedo spesso per serie nel mio lavoro, quindi faccio magari 20 lavori a inchiostro su carta e poi mi stanco e cambio, ma la matrice di tutti è riconducibile alle tematiche di gioco, memoria, infanzia, percezione, soggettività».

elisa schiavina
Elisa Schiavina
Alcune opere nello studio dell’artista, 2025
elisa schiavina
Elisa Schiavina
Alcune opere nel vecchio studio dell’artista a Milano in zona Vigentino, che ora non esiste più, Milano, 2022

Come funziona il tuo processo creativo?

«Non so se funzioni in realtà (ride, nda). Solitamente osservo moltissimo ciò che mi circonda nei dettagli e scatto spesso fotografie, sia con il cellulare che con delle macchinette istantanee, poi penso a come tradurre più sinteticamente le cose e poi di solito una forma o un soggetto mi iniziano a essere molto familiari e quasi mi ritornano nel pensiero, sempre osservando la realtà, come se le ritrovassi per una sorta di bias della disponibilità. Quindi le inizio ad abbozzare disegnando mille volte lo stesso soggetto e poi faccio dei disegni veri e propri e poi delle pitture, che richiedono più tempo. È un processo lirico quello pittorico per me».

elisa schiavinapinterest
Carola Provenzano
Elisa Schiavina, dicembre 2025

Da cosa prendi ispirazione e come ti muovi poi?

«Osservo la realtà, incamero tantissime immagini, concetti e sensazioni. Poi, quando un'immagine o la sintesi di essa è matura in me, la provo a tradurre. Alcune opere rimangono soltanto bozze, studi, molte le butto, le ricopro con altro. L'opera finita e che tengo invece è quella che ho consapevolezza che sia finita».

Che cosa rappresenti?

«Non mi piace rappresentare qualcosa ma presentare quella che è la forma più simile a quello che mi riporta a un dato interessante sulla realtà, che sia fisica – che mi circonda – o emotiva – che mi abita o abita i miei simili. Lavoro molto nel mio quotidiano con esseri umani di diverse fasce di età, svolgendo laboratori e attività educative dove uso quasi sempre anche il veicolo dell'arte. Osservo dunque molto quotidianamente sia una realtà fisica come, soprattutto, paesaggi urbani, che una realtà emotiva – sensazioni, relazione tra individui».

elisa schiavinapinterest
Elisa Schiavina
Selfportrait as a Temu toy shitting himself, olio su lino, 50x70cm, 2023

Quali sono i tuoi soggetti?

«Utilizzo spesso nel mio lavoro figure di animali come espedienti formali per parlare di ciclicità, intesa come forma che assume per me il gioco predatorio, ad esempio, ma anche la vita stessa. E poi figure prese da un immaginario piuttosto infantile/adolescenziale, spesso partendo da una mia ossessione visiva di un dato periodo. Ad esempio, ho realizzato una serie di lavori pittorici, Happy Meal con sorpresa 2023/2024, in cui l'Happy Meal, con la sua forma a casetta, era il fulcro di tutto: conteneva il gatto, il topo e il serpente, che spesso uso per parlare di gioco predatorio e di gioco di ruoli, ma conteneva anche una parte relativa alla trasformazione della materia organica. Gli Happy Meal che ho dipinto, infatti, volevo avessero l'aspetto di pezzi di carne non fresca ma in putrefazione, eppure volevo fossero inseriti in un ambiente quasi di sogno giocoso».

Che ruolo ha il colore all'interno della tua produzione? Il rosa?

«Un ruolo centrale. Come dicevo, osservo il mondo attraverso la pittura e attraverso le campiture cromatiche che mi circondano. La realtà attuale, in riferimento al paesaggio urbano che osservo, soprattutto a Milano, la trovo acida, piena di schermi luminosi e semafori posticci, soprattutto ora nel periodo delle opere pubbliche in vista delle prossime Olimpiadi. Quindi uso molti colori forti, imitando questi aspetti del reale che mi circonda. Come dicevo, lavoro procedendo per serie e in questo momento sto utilizzando moltissimo il colore rosa (in realtà è un quinacridone mescolato al bianco di zinco), perché nel realizzare le sculture di Big Bubble di memorie, banalmente, volevo che la scultura apparisse come un chewing-gum fuori scala masticato e calpestato per la strada, fintanto che potesse raccogliere tutte le memorie delle persone e del paesaggio stesso».

elisa schiavinapinterest
Elisa Schiavina
Polaroid, inchiostri su carta, 20x30, 2024/2025

E la materia, la texture delle tue sculture?
«Quella della Big Bubble la sto ottenendo attaverso la cera che sciolgo a bagnomaria e poi verso, per strati, sulla superficie o del sampietrino o della tela».

Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte?

«Vorrei che le mie opere fossero il più Aperte possibile, proprio nel senso descritto da Umberto Eco nel suo saggio Opera Aperta. L'opera è un campo di possibilità dove chi ne fruisce è invitato a partecipare con la sua propria percezione, storia e memorie alla creazione di significato, che dunque non è unico ma plurimo».

Ci sono dei progetti a cui sei particolarmente legata o dei progetti futuri di cui vuoi parlarci?

«Di grande stimolo è stato per me lavorare qualche anno fa con Osservatorio Futura, uno spazio torinese ideato da due giovani curatori visionari, che mi hanno permesso di realizzare la prima versione dell'opera Tenzone Plurale 2000. Ancora oggi quell'opera mi accompagna moltissimo: ha visto diversi sviluppi tutt'ora in corso. Attualmente ho una mostra collettiva in corso presso la galleria Room Gallery di Milano e a febbraio parteciperò a due mostre in Lombardia, una presso il museo di Villa Giulia a Pallanza e l'altra presso Palazzo Arese Borromeo. Farò anche una mostra collettiva a NY e sono molto felice del fatto che il mio lavoro arrivi oltreoceano prima di me, che non sono mai stata da quelle parti. Nel 2026 prenderà il via un progetto. che ho sviluppato grazie a Giulia Restifo di Casa degli Artisti, che mi porterà a lavorare dentro l'ospedale di Alessandria, insieme ai caregiver di persone che si trovano lì ricoverate».

elisa schiavinapinterest
Eleonora Federico
Elisa Schiavina per il progetto Insite Milano, 2023

Come funziona il processo di assegnamento dei titoli alle opere? In base a cosa li stabilisci? Che rapporto ha la tua arte con la parola?

«Sono molto legata alla parola intesa in senso ampio. Le mie prime opere sono nate a partire da lì. I titoli mi vengono in mente in maniera molto spontanea, e dopo il giusto "labor limae" capisco che sono corretti e li utilizzo».

Quali sono le sfide che affronta un'artista emergente donna al giorno d'oggi? Le soddisfazioni?

«Mi risulta molto difficile parlare in generale, essendo molto consapevole del fatto che la percezione del singolo crei il suo mondo e i suoi riferimenti. Posso dire che per me la sfida grande è rapportarmi alla praticità della vita di tutti i giorni, con tutte le incombenze e gli stimoli non sempre positivi, anzi tutt'altro (mi fa paura lo smarrimento che avverto nei giovanissimi ad esempio, e lo comprendo) e la soddisfazione è riuscire a farlo senza soccombere».

elisa schiavinapinterest
Davide D'Ambra
Tenzone Plurale 2000, San Benedetto Belbo per Osservatorio Futura e Lunetta 11, still da video, 2022

Che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?
«Per me arte significa immaginare altro rispetto allo status quo e da lì partire per immaginare ancora altro e poi altro ancora. Significa prendersi la responsabilità di operare nel mondo con un pensiero libero, consapevoli del fatto che questa libertà sia condizionata da una percezione che la influenza e che ne è influenzata a sua volta. Significa possibilità di un contatto con l'Altro che travalichi censure e distanze culturali, avvicinando anziché allontanare. In Italia servirebbero più strumenti pratici per consentire agli artisti di vivere del loro lavoro».