Ludovica Gugliotta, artista nata a Roma nel 1997, la cosa più importante me la dice subito, all'inizio della nostra intervista; o meglio, dopo un breve preambolo doveroso. La prima cosa che fa è infatti raccontarmi l'origine del suo nome: al Battesimo è Maria Ludovica, ma se la si chiama solo Maria, non si gira nemmeno facendo attenzione. Maria, però, era lo stesso nome della nonna paterna che, in articulo mortis, aveva espressamente richiesto alla nuora (cioé sua mamma, non tanto amata dalla suocera), di non chiamare la nipotina come lei; credo di aver capito, per superstizione. All'anagrafe, tanti anni fa, però, c'è andato il padre, che dalla superstizione ha sempre vissuto ben lontano (a Milano) e quindi eccola qui: Maria Ludovica. Che non ha conosciuto nessuno dei nonni paterni – né Maria, che era di un piccolo paese di nome Salento, nel Cilento, in Campania, né nonno Bruno, il nome del fratello maggiore di Ludovica, calabrese – e nemmeno nonno Pino, il padre della madre, siciliano. L'unica che ha avuto il piacere di conoscere e che è attualmente in vita è la moglie di Pino, Luciana (Teresita): «Non l'ho mai capito bene di dove sia; è nata a Genova ma ha origini spagnole», mi spiega Gugliotta. Tutto questo per dire che «di romano in me c'è molto poco» e che «Nella confusione delle origini, la mia pace è nelle persone che animano la mia vita, uniche vere fondamenta di quella che è la mia pratica artistica».

Sono i legami con le persone, con la sua famiglia, e molto spesso anche con gli animali, ad animare le sue sculture, prevalentemente dipinte. Anche quando si parla di cibo, infatti, – uno dei suoi grandi macrotemi figurativi –, si parla infondo di rapporti, di connessioni. Di pasti. Di loro, delle sue sculture dipinte, non spiega sempre le storie, non ce n'è sempre bisogno: «Non sono sempre necessarie nei momenti di condivisione come questo», mi dice, ma a me interessano troppo e qualcuna me la racconta. Storie che prendono vita sottoforma di enormi conchiglie coloratissime, chihuahua addormentati, picnic, pagnotte, grissini, bruschette, taralli, ravioli, topi, pire per bruciare fiori di campo.

In questo episodio di A regola d'arte, la rubrica di Cosmopolitan Italia che indaga i significati dell'arte nel 2025 attraverso i suoi artisti emergenti, Ludovica Gugliotta ci guida alla scoperta delle storie che tesse, delle sue relazioni e delle emozioni che da queste derivano; talvolta dolorosissime, talvolta salvifiche. Con un approccio alla vita (e all'arte) che fa più o meno così : «Mi piace rivedere mille volte le cose che so già di amare, ma mi piace anche scoprire di poter amare cose nuove».

ludovica gugliottapinterest
Alessandro Vanossi
Ludovica Gugliotta scattata da Alessandro Vanossi

Come hai mosso i primi passi nel mondo dell'arte?

«Ho iniziato a dipingere da bambina, mia nonna Luciana ha sempre dipinto ed è stata lei ad introdurmi alla disciplina. Dopo il liceo ho intrapreso una strada cugina a quella in cui passeggio ora; grazie ad una persona cara, che al tempo si dilettava nel restauro e nella compravendita di oggetti d'antiquariato, mi sono iscritta ad un triennio di Restauro, che mi ha dato l'occasione di frequentare dei luoghi che, altrimenti, mai avrei potuto conoscere. Ma il restauro è una pratica di cura che non lascia spazio ad altro. Nel 2019 mi sono trasferita a Milano per frequentare l'Accademia di Brera, onestamente non avevo idea di cosa fosse l'arte contemporanea e, a parte le dinamiche ovvie, molte cose restano per me un mistero, anche a distanza di sei anni. A Milano ho avuta l'incredibile fortuna di conoscere persone diverse da me che mi hanno regalato la loro amicizia e il loro punto di vista (senza il quale, forse, mi sarebbe bastato riprendere la mano con la pittura – cosa assurda considerando che ad oggi dipingere è ciò che più di lontano c'è dalla mia lista dei piaceri). Con alcune di loro ho condiviso progetti e spazi e, nonostante la distanza, sono attivamente partecipi anche al mio presente. Nel 2024, infatti, sono tornata definitivamente nella periferia romana, dove vivo e lavoro».

In che cosa consiste la tua arte? Che tecnica e materiali utilizzi?

ludovica gugliotta
Viola Taddei
Conchiglie, al momento senza titolo, serie in progress, foto di Viola Taddei scattate in occasione del progetto Mercati in Mostra in collaborazione con Operativa Arte, Roma 2025.
ludovica gugliotta
Viola Taddei
Conchiglie, al momento senza titolo, serie in progress, foto di Viola Taddei scattate in occasione del progetto Mercati in Mostra in collaborazione con Operativa Arte, Roma 2025.

«Dell'arte mi interessa relativamente, non sono nemmeno una buona fruitrice, in testa mi rimane poco e niente. La mia pratica è legata al mio vissuto e le immagini che creo sono una traduzione facile dei momenti salienti del mio passato e del mio presente. La maggior parte dei miei lavori sono in terracotta dipinta ad olio o trattata con bitume, da poco lavoro con gli smalti e occasionalmente mi è capitato di commissionare a terzi partendo da bozzetti. Credo che la scultura sia un mezzo come un altro, la scelgo spesso perché mi risulta facile, non mi piace addentrarmi in tecniche che non conosco; ho grande rispetto per le maestranze e quando mi cimento in tecniche inesplorate difficilmente le produzioni che le riguardano arrivano a vedere la luce».

Come funziona il tuo processo creativo?

ludovica gugliotta
Viola Taddei
Conchiglie, al momento senza titolo, serie in progress, foto di Viola Taddei scattate in occasione del progetto Mercati in Mostra in collaborazione con Operativa Arte, Roma 2025.
ludovica gugliotta
Viola Taddeo
Conchiglie, al momento senza titolo, serie in progress, foto di Viola Taddei scattate in occasione del progetto Mercati in Mostra in collaborazione con Operativa Arte, Roma 2025.

«Per me non esiste un vero momento epifanico, ogni lavoro è l'addizione di dettagli dissonanti o ricorrenti della mia vita che, arrivati ad un certo punto, hanno una forma unica ben precisa; a me non resta che ultimare il lavoro con la produzione. Ho però imparato a conoscere il mio processo nel tempo: qualche anno fa, le immagini arrivavano e io correvo in studio per dargli tridimensionalità, poi ho capito che avrei dovuto stare più attenta alle cose che mi succedono nel momento in cui le vivo. Ho invertito il processo. Mi spaventa molto uscire dai miei luoghi e allontanarmi dalle mie persone, perché è proprio la loro addizione a creare il microclima in cui nascono le mie immagini».

Gli animali sono ovunque nella tua produzione e nel tuo feed Instagram. Chi o che cosa scegli come soggetti e perché?

ludovica gugliottapinterest
Matthis Dupont Artinian
Appeler un rat un chat foto di Matthis Dupont Artinian in occasione della collettiva Même si les statues meurent a cura di Elisabetta Pagella, Parigi 2025.

«Gli animali e il cibo (e tutti gli accessori che vivono attorno a questi) sono gli unici soggetti che mi interessa utilizzare per veicolare le mie storie. Ogni mio lavoro si porta dietro una narrazione – non sempre necessaria poi nel momento della condivisione –, e ogni soggetto è metafora di qualcosa o di qualcuno. Lo si è sempre fatto con gli animali, protagonisti delle favole volte ad impartire lezioni morali, vittime eterne costrette ad incarnare vizi e virtù umane di cui a loro frega davvero poco. Maschere perfette dietro le quali nascondersi per rivelarsi quando manca il coraggio. Recentemente sto lavorando anche con altri soggetti tra cui il volto di un putto ricavato da un negativo fatto ad un angioletto in terracotta che avevo sopra il letto da bambina e che ho ritrovato mentre sistemavo la cantina di mia madre, attualmente il mio studio. Il cibo è invece per me un soggetto più difficile e controverso, che uso quando le mie storie sono intrecciate, non solo mie. Più che il cibo, infatti, è il pasto, un momento intimissimo che, quando condiviso, tesse intrecci variabili, senza il quale si muore».

Come vivi il rapporto tra animali e cibo?

ludovica gugliottapinterest
Ludovica Gugliotta
I have begun to rent my time to human interactions and relationships in order to build something different than killing boredom and finding validations in my own very personal bulimia—now I’m blessing my actions and my decisions with patience. In the name of love I ended up hating myself, in the name of hope I am present. What I made still might become crumbs for wildlife to eat. Progetto di tesi di Ludovica Gugliotta, crediti titolo/testo: Alessandro Vanossi

«Non sono propriamente vegano o vegetariana, anche se raramente mangio carne in casa e difficilmente compro uova o latte, ma ammetto essere una cosa che comunque capita e sulla quale, con ipocrisia, scelgo di non soffermarmi sempre. Nonostante sarebbe per me abbastanza semplice eliminare i derivati animali sono anche pigra e abitudinaria con il cibo e ci sono poche cose per le quali impazzisco, alle quali non sono e probabilmente non sarò mai pronta a rinunciare. Mangiare è una necessità primaria, scegliere cosa mangiare credo sia un privilegio e un piacere, quanto accendersi una sigaretta. Posso smettere di fumare e posso decidere di non mangiare animali, se scelgo il contrario devo essere disposta a pagarne il prezzo in salute e in onestà intellettuale. Non si sa mai, comunque: chissà che in futuro magari sbatto la testa e faccio qualcosa di sensato».

Vuoi comunicare qualcosa con la tua arte?

ludovica gugliottapinterest
Giorgio Benni
La saliva degli altri foto di Giorgio Benni, scattate in occasione della collettiva Corse via su piedi di porcellana a cura di Sebastiano Bottaro, Roma 2023.

«No, non mi piacciono le cose con uno scopo, mi interessa raccontare delle storie, ma nemmeno così tanto… Mi piace quando quello che faccio mi avvicina a persone nuove che mi stimolano nuove narrazioni».

Che storie racconti?

ludovica gugliottapinterest
Eleonora Cerri Pecorella
Ti prego sveglia il can che dorme foto di Eleonora Cerri Pecorella, scattate in occasione della collettiva Tra corpi animali e corpi celesti, a cura di Niccolò Giacomazzi e Martina Macchia presso il Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, 2024.

«Sono storie che invento e che servono a me per far girare le ruote, possono non aggiungere nulla al lavoro o possono essere essenziali. Può fregare o meno. C'è un mio lavoro al quale tengo moltissimo che si chiama Ti prego sveglia il can che dorme. Sono due gruppi scultorei composti ognuno da 6 chihuahua, per un totale di 12, come le ore del giorno sull'orologio. Un gruppo dorme su un cuscino color crema – richiamo all'alba – e l'altro gruppo su un cuscino blu notte – richiamo al tramonto – (entrambi i cuscini in seta realizzati da Andrea Gengarelli); il primo è posizionato dove il sole orientativamente cala a marzo e il secondo dove sorge, c'è quindi un'inversione. Marzo è il mese che si è portato via una delle persone più importanti della mia vita e questo orologio di cani che dormono è un tentativo di inversione dell'asse di rotazione terrestre, per tornare indietro nel tempo e resuscitare i morti. Anche il titolo è parte ovviamente di questa storia: non si può svegliare un cane morto e allora bisogno sperare stia dormendo o bisogna inventarsi qualcosa di incredibile. Io l'ho risolta così. Il mio lavoro è un pezzo di terracotta e non si può svegliare ne tantomeno definire morto, allora io posso rimanere appesa in un luogo in cui ancora qualcosa c'è. Non sono storie con inizio-svolgimento-morale e fine, sono storie legate alla mia intimità, e in questo caso i chihuahua sono gli attori che mi prestano le loro code e i loro musi».

Ci sono altri progetti a cui sei legata?

«Ho realizzato una piccola pira modulare in terracotta rossa. Sono una serie di cilindri sovrapponibili che si stringono fino quasi a creare un cono che anziché una punta; ha una piccola cupola in cima. Sui cilindri ci sono degli oblò, dai quali spuntano dei volti di putti. Sto conservando alcuni fiori di campo che raccolgo e faccio seccare, per poi metterli nella pira e dargli fuoco. Ha a che fare con la decima piaga d'Egitto, la morte dei primogeniti maschi. Quando mi è capitata sotto mano la lista delle piaghe e ho letto questa, mi è venuto da ridere: qualche anno fa, più che una piaga, quella sarebbe stata una benedizione e, in quel momento, ho sentito la necessità di bruciare quel pensiero. Mio fratello è un primogenito maschio e non è (forse mai stato) così male! Mi piacerebbe trovare il luogo e il momento giusti per accendere questa pira che però vorrei fare più grande, alta come lui, e guardarla bruciare».

Cos'è che vuoi bruciare davvero?

«L'aver anche solo pensato potesse essere una speranza lecita la morte di mio fratello, ma, alla fine, brucerò i fiori che raccolgo durante le mie passeggiate. Oggi ho un bel rapporto con tutti i membri della mia famiglia e le problematiche del passato restano lì; ho anche una sorella che adoro ed è il mio opposto, a rotazione siamo complici e nemici. Anche i miei genitori ovviamente fanno parte di questa giostra. Come dice (attenzione, non Tolstoj ma Gossip Girl), "Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo"; credo sia un po' vero e un po' falso, perché in famiglia non si può essere pienamente felici o infelici».

Che cosa vuol dire, secondo te, essere un'artista donna?

ludovica gugliottapinterest
Eleonora Cerri Pecorella
Ti prego sveglia il can che dorme foto di Eleonora Cerri Pecorella scattate in occasione della collettiva Tra corpi animali e corpi celesti a cura di Niccolò Giacomazzi e Martina Macchia presso il Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, 2024.

«Essere un'artista donna».

Che significa per te arte nel 2025? A che punto siamo? Cosa c'è, cosa manca e cosa serve secondo te?

«Una mia cara amica, Ray Formilli, ha girato Cos'è l'arte, un documentario chiedendo a diverse persone cosa fosse per loro l'arte e, oltre i luoghi comuni. Non sono uscite due risposte che si somigliano: hanno ragione tutti e nessuno ha capito nulla. Posso dirti che tutte le volte in cui me lo sono chiesta mi è passata la voglia di andare in studio».