La trap è morta e a decretarne il decesso è il nuovo e provocatorio singolo di Margherita Vicario, Abaué / Morte di un Trap Boy. La cantante (anche attrice e musicista) romana è infatti tornata sulla scena musicale giusto in tempo per celebrare il funerale del genere più amato e discusso del momento e risvegliarci dal torpore dei nostri ultimi ascolti, forse un po' troppo simili tra di loro. E lo fa mettendo sul tavolo francesismi, melodie ipnotiche e ripetitive rubate giocosamente alla stessa trap e un punto di vista marcatamente femminile, che in questo caso non ha nulla a che vedere con il romanticismo e la delicatezza, ma con la capacità di ribaltare i ruoli senza dover incarnare necessariamente uno stereotipo.
In questo pezzo, infatti, Margherita non né una cantautrice né una rapper e si muove liberamente tra i due generi dando vita a una hit magnetica (con già 33mila ascolti su Spotify e più di 100mila visualizzazioni su Youtube) che, tra racconti di piccoli cliché e grandi drammi, ti riempie la testa e la bocca di quella parolina strana che è Abaué: “E’ la trascrizione fonetica d “Ah..bah…ouais” che in francese significa, “Ma sì, certo”, ma che per me si è trasformato in un suono positivo che vuol dire “Va tutto bene!” oppure “È andata come è andata, adesso forza!”. Nella canzone mi ispiro a un fatto di cronaca per raccontare il suicidio di un Trap Boy, una questione privatissima e delicatissima. Una tragedia, ovviamente, ma anche il punto di arrivo di una giostra nichilista, nonsense e autolesionista. Il messaggio, però, è nel ritornello, nel cambio drastico di atmosfera. Servono facce nuove, culture diverse, vitalità”.
Ma parliamo del video: tra personaggi alla Gomorra e riferimenti alla cultura afroamericana. C'è un legame tra la narrazione del tuo video clip e lo scenario che stiamo vivendo in Italia?
“Sì. Ed è proprio perché un genere come la trap insiste su tematiche autoreferenziali e, a mio parere, abbastanza ripetitive e vuote, che abbiamo deciso di farcire il video di significati. Francesco Coppola, che è il regista, mi ha detto: “Voglio sottolineare ogni frase con un’immagine che provi ad essere più forte della frase stessa”. E si è messo a pensarle tutte. Ne abbiamo parlato tanto e abbiamo sviscerato il brano in lungo e in largo. Poi io non saprei spiegarti perché ho scritto una canzone così, cioè le canzoni (almeno le mie) eruttano un po’ da sole, anche nel giro di venti minuti. Evidentemente questo mondo africano francofono che resiste a tutto, ed è in grado di festeggiare anche la morte col sorriso è mutuato da uno scenario socio-politico quotidiano alla skytg24. C’è, sta lì nei miei pensieri, e in questa canzone fa da contraltare a un mondo musicale viziato e molto maschilista che conosco perché è vicino di casa dell’indie e mi sfila tra le mani e sotto il naso ogni giorno su Instagram”.
La canzone è piena di sonorità trap, ma tu vieni dal cantautorato. Come hai vissuto questo avvicinamento? Troveremo altre canzoni trap nel tuo nuovo album?
“In realtà il brano ha delle sonorità trap perché è ambientato in quel mondo: diciamo che l’arrangiamento è una specie di espediente teatrale. Il demo che ho mandato al produttore Dade aveva due tracce: la voce che faceva questa cantilena ipnotica e un tappeto di violoncello con 4 note. Gli ho chiesto se poteva renderlo un pezzo trap tragico orchestrale, Io ascolto un po’ la trap e mi piace pure, ma preferisco quella francese o americana. Nel resto del disco non ci saranno altre canzoni trap, ma sicuramente continuerò sulla strada di un sound più contemporaneo, molto meno cantautorale”.
In Abaué fai riferimento a diverse situazioni legate a tematiche femminili: la percezione del proprio corpo (Guarda allo specchio che sederone / C’è a chi piace e chi fa No), il parto come fine ultimo di una donna, una certa resilienza nell'amore (Io abbozzo ma non mollo). La trap è notoriamente un genere maschilista, spesso legittimato in questo aspetto per via del suo carattere provocatorio. Come si schiera il tuo testo rispetto al panorama trap circostante?
“Io non mi schiero rispetto al panorama trap. Mi schiero rispetto al pubblico, perché è a quello che voglio arrivare e lo farò sempre di più nei prossimi pezzi. Di autrici e cantanti donne ce ne son poche, bisogna insistere, reinventarsi, mettersi a fuoco, affidarsi e affiancarsi a persone che credono nel cambiamento. Il pubblico è troppo abituato a un pensiero maschile, bisogna levigarlo! Lentamente, ma a martellate!”.
Perché la trap è morta? Che succede ora?
“Ma sì dai è morta o almeno per me, perché la droga, la moda, gli amici i soldi e le puttane mi hanno nauseato, il mondo fuori è più interessante. Basta emulazione! Ora c’è la contaminazione!”.












