Ce lo dicono i libri, ce lo raccontano le serie tv, ce lo spiegano gli esperti: le esperienze all'estero sono un momento di crescita fondamentale, utili a chiunque voglia uscire dalla propria zona di comfort o semplicemente attraversare confini inesplorati o inediti. Che sia per piacere o per motivi di studio e lavoro, gettarsi a capofitto in una nuova cultura è un modo per mettersi alla prova, ma anche per confrontarsi con il disagio, sensazione che spesso tendiamo a rifuggire insieme alla frustrazione generata dal fallimento o dalle difficoltà nel portare a termine un'impresa. Come quando siamo all'estero e dobbiamo lanciarci in una conversazione usando una lingua che non è la nostra: per tanti può diventare un muro psicologico che preclude il piacere della scoperta e del nuovo. Quel sentirsi inadeguati, il timore di non farsi capire o addirittura di essere derisi per la propria pronuncia tratteggiano i confini di un limite spesso invalicabile. Di quanto l'apprendimento di una nuova lingua sia invece un toccasana per l'autostima e il superamento di queste barriere si discute nella nuova puntata del video-podcast È normale firmato da Unobravo, in streaming dal 25 novembre su YouTube, Spotify e tutte le principali piattaforme: nell'episodio Danila De Stefano, psicologa e CEO dell'azienda dedicata al benessere mentale, intervista Norma Cerletti, co-founder della scuola d'inglese Norma's Teaching, che svela come l'apprendimento di una nuova lingua sia legato alla crescita personale e alla capacità di superare la paura di sbagliare.
Ne abbiamo discusso proprio con la dottoressa De Stefano, che ci ha spiegato quali skill mettere in campo per lanciarci nell'apprendimento di una nuova lingua, quali sono i benefici su di sé e i rapporti con il prossimo e perché uscire dalla zona di comfort è una buona idea (ma solo a determinate condizioni).
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Dottoressa, come si definisce e cosa influenza, sul piano psicologico, quel meccanismo che ci spinge a bloccarci quando siamo davanti a un’impresa che ci sembra impossibile?
«Quando percepiamo un compito come 'troppo difficile', il nostro sistema di protezione psicologica può spingerci a fermarci. Non reagiamo solo a un'eventuale minaccia all'autostima, ma anche alla possibilità di provare dolore: il dolore di fallire, di fare una brutta figura, di essere esposti allo sguardo degli altri o al nostro giudizio interno. Il cervello, per tutelarci, può portarci verso l’evitamento. A volte si attiva anche il perfezionismo: se non siamo certi di riuscire, o di riuscire bene, preferiamo non provarci affatto. Non è sempre mancanza di volontà, ma un tentativo di autoprotezione che però può limitarci quando diventa una regola rigida anche se involontaria».
Quali skill emotive dobbiamo mettere in campo per aggirare questo scoglio, non solo in viaggio ma nella vita di tutti i giorni?
«Parlare una lingua che non è la nostra può far emergere paure antiche: il timore di non essere capiti, di risultare goffi, o semplicemente di non sentirci all’altezza della situazione. Questo può spingerci a rimanere in silenzio anche quando desideriamo comunicare. Le competenze emotive che ci possono aiutarci a superare questa paura sono tre. La prima è l'autocompassione: offrirci la stessa gentilezza che daremmo a chi, davanti a noi, sta imparando. La seconda è la tolleranza dell’imperfezione: accettare che inciampare nelle parole è fisiologico, non un segnale di incompetenza. La terza è la regolazione dell'ansia attraverso piccole esposizioni graduali: provare una frase semplice, fare un tentativo in più, permetterci di non essere impeccabili. Ogni piccolo passo può spingerci a sentire meno vergogna e più libertà».
Uscire dalla zona di comfort, quando si impara una lingua o anche in altre situazioni, è sempre un bene? In che modo ci aiuta con l’autostima?
«Uscire dalla zona di comfort può farci bene, ma se lo facciamo nel modo giusto è meglio. Non serve forzarci oltre misura: basta una sfida proporzionata. Ogni volta che ci confrontiamo con qualcosa di nuovo e scopriamo che possiamo gestirlo, anche in minima parte, la nostra autostima si rafforza. Ci percepiamo più capaci, più adattabili, più coraggiosi. Quando però ci spingiamo troppo oltre, la sfida può diventare schiacciante e ottenere l'effetto opposto. La crescita avviene spesso in quello spazio intermedio e realistico, dove sperimentiamo il nuovo mantenendo però un senso di sicurezza interna».
Quali sono, dal suo punto di vista, i benefici dell’imparare una nuova lingua non solo sulla percezione di sé ma anche nei rapporti con gli altri?
«Imparare una nuova lingua non è solo acquisire uno strumento tecnico: può diventare un'esperienza identitaria che apre possibilità espressive diverse. Ci permette di sentirci più competenti nel mondo e di accedere a parti di noi che forse, nella nostra lingua madre, fatichiamo a esprimere. Sul piano relazionale ci offre un accesso più profondo agli altri: cogliamo sfumature culturali, capiamo meglio le intenzioni, sviluppiamo una forma di empatia più fine. In questo senso, una nuova lingua amplia il nostro modo di stare con noi stessi e con chi abbiamo davanti».
Sulla performance a scuola: in che modo l'idea di essere giudicati, di dover essere a tutti i costi i migliori e i più efficienti tra i banchi, stravolge l’esperienza dell'apprendimento di una lingua o in generale?
«Quando il focus diventa 'essere i migliori', l’apprendimento rischia di perdere la sua natura esplorativa e diventare una prova da superare. La paura del giudizio può spingerci a evitare l'errore, proprio in quei contesti dove sbagliare è indispensabile, perché mentre sbagliamo stiamo anche imparando. Questo spesso inibisce la curiosità, riduce la motivazione e aumenta l’ansia da prestazione, soprattutto nell’apprendimento delle lingue. I ragazzi imparano davvero quando si sentono liberi di provare, di sbagliare e di riprovare senza la sensazione di essere continuamente valutati. Il clima emotivo in cui si impara è uno dei fattori più determinanti per la qualità e la profondità dell’apprendimento».
Cosa fare se questi blocchi diventano troppo faticosi?
«Può essere utile considerare l'idea di rivolgersi a un professionista del benessere mentale, come uno psicologo o una psicoterapeuta. A volte i limiti che percepiamo come invalicabili sono in realtà schemi che ci auto-imponiamo, e un percorso psicologico può aiutarci a riconoscerli, comprenderli e superarli con maggiore serenità e consapevolezza».








