Tra le mode più sorprendenti emerse negli ultimi anni, una in particolare sta attirando l’attenzione dei media e dei sociologi: quella dell’«adult pacifier», ovvero l’utilizzo del ciuccio da parte di giovani adulti vent'enni, soprattutto appartenenti alla Generazione Z. Ciò che un tempo era un oggetto esclusivamente infantile, simbolo di tenerezza e dipendenza, oggi riaffiora dal cassetto dei ricordi come strumento di comfort, autoironia e ribellione culturale. Ma cosa spinge ventenni e trentenni a tornare al ciuccio?



Dalle culle ai social: la Gen Z lancia un trend

Il ciuccio è sempre stato (ed è tutt'oggi) un accessorio indispensabile nella crescita di un bambino. Al tempo stesso resta un oggetto incredibilmente pop, tant'è che alcune caramelle gommose riproducono la stessa forma. Per questo motivo la diffusione dell’adult pacifier non nasce dal nulla. Tutto comincia sui social media, in particolare su TikTok e Instagram, piattaforme dove la Gen Z costruisce e reinventa costantemente la propria identità visiva. Negli ultimi anni sempre più creator hanno iniziato a pubblicare video in cui si mostrano con un ciuccio in bocca, spesso abbinato a look ispirati alla cultura «kawaii», agli anni 2000 o a estetiche come il «babycore» (estetica basata sui colori pastello) e il «soft girl» (ragazze che preferiscono serenità e benessere rispetto ad ambizione e fama sul posto di lavoro). Un segnale forte, per esprimere fragilità, vulnerabilità e bisogno di conforto.

Un simbolo di regressione consapevole

Molti osservatori interpretano l’«adult pacifier» come un vero e proprio esempio di regressione volontaria. In un contesto segnato da precarietà economica, crisi climatica e ansia sociale, la Gen Z cerca spesso spazi di sicurezza e leggerezza. E il ciuccio, in questo senso, rappresenta un ritorno temporaneo all’infanzia, quando tutto appariva più semplice e privo di responsabilità. Gli esperti di cultura giovanile parlano di una vera e propria comfort culture globale, in cui oggetti dell’infanzia vengono riscoperti come strumenti per affrontare lo stress e la solitudine contemporanea. Non si tratta dunque di infantilismo patologico (anche se tutto farebbe pensare a quello), ma di una reazione culturale. In un mondo in cui la produttività e l’apparenza dominano, l’«adult pacifier» è di fatto una piccola ribellione contro la serietà imposta dagli adulti.

La Gen Z (tanto per cambiare) fa discutere

Naturalmente, la tendenza non è priva di critiche. Molti adulti ed esperti la considerano un segno di immaturità o di alienazione digitale, accusando la Gen Z di fuggire dalle responsabilità della vita reale. Altri la liquidano come l’ennesima provocazione social destinata a durare pochi mesi. Eppure, come accade spesso con le mode giovanili, dietro l’apparente superficialità si nasconde un messaggio più profondo. Diciamocelo: in un’epoca in cui tutto è visibile e costantemente giudicato anche sui social, mostrarsi infantili diventa paradossalmente un atto di coraggio.

La mercificazione della nostalgia

Non poteva mancare, ovviamente, la risposta del mercato. Il business dell’«adult pacifier» è esploso in rete: su Etsy, Temu, Amazon e TikTok Shop si trovano migliaia di modelli personalizzati, spesso venduti come «stress relief accessories» o «fashion pacifiers». Alcuni influencer hanno persino lanciato linee proprie, unendo estetica e design di lusso.

Dal ciuccio ai Labubu: la nostalgia globale della Gen Z, da Pechino a Mosca

Dopo aver spopolato a Pechino, la tendenza dell’«adult pacifier» è approdata anche a Mosca. Sempre più giovani russi pubblicano video in cui indossano il ciuccio contro le aspettative adulte. Parallelamente il successo dei Labubu, i celebri pupazzi-mostro creati dalla cinese Pop Mart, racconta la stessa esigenza. Un linguaggio emotivo comune con cui la Gen Z pare chiedere tenerezza e autenticità in un mondo sempre più incerto.

Perché in fondo, forse, l'«adult pacifier» non è nient'altro che un modo per dirci senza tanti giri di parole che anche i grandi hanno bisogno di sentirsi, ogni tanto, bambini.