Fino a qualche anno fa la principale causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 29 anni erano gli incidenti stradali. Poi, nel 2021, in Europa si è invertita la tendenza ed è avvenuto, a livello numerico, il sorpasso: secondo i dati dell'agenzia Eurofund, oggi la prima causa di morte tra i giovani è il suicidio, rappresentando la ragione del 18,9% dei decessi tra gli under 30.
Sempre più ragazzi si tolgono la vita. Di recente si è parlato molto del caso di Paolo Mendico che si è ucciso a soli quattordici anni dopo essere stato vittima di bullismo a scuola. In Italia, secondo l'Istat, i decessi per incidenti stradali sono ancora al primo posto, ma parliamo comunque di 11 ragazzi che muoiono per suicidio ogni giorno nel nostro Paese. «Alle istituzioni chiediamo di intervenire subito, al primo segnale di allarme, coinvolgendo tutti gli esperti competenti», hanno sottolineato i genitori del ragazzo, «Non è nascondendo i fatti che si affronta il problema, ma analizzando l'anomalia che ha generato quel fenomeno».
- Dieci consigli per migliorare la salute mentale
- Ricomincio da me: bellezza e salute mentale
- Sick Luke racconta DOPAMINA
Sempre più ragazzi si tolgono la vita
Per quanto il tasso di suicidi a livello mondiale sia in diminuzione, le persone giovani sono particolarmente a rischio. Negli Stati Uniti, ad esempio, secondo uno studio statunitense del National Center for Health Statistics, i decessi per suicidio tra i 10 e i 24 anni sono aumentati del 62% dal 2007 al 2021. Un'altra ricerca ha rilevato che il suicidio sta aumentando drasticamente anche tra i preadolescenti di appena 8 anni, con un aumento dell'8,2% dal 2008 al 2022. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio suicidi della fondazione Brf, negli ultimi due anni, si è registrato un aumento del 75% dei casi e l’80% dei tentativi di suicidio è messo in atto da bambini e ragazzi dell’età media di 15 anni.
A essere più esposti al rischio suicidario sono soprattutto gli uomini (hanno una probabilità 3,7 volte maggiore di morire per suicidio) ma anche, sempre secondo Eurofund, le persone con redditi più bassi o con un livello di istruzione inferiore, le famiglie monogenitoriali e i gruppi sociali che subiscono discriminazioni. Anche le donne che vivono situazioni di violenza così come le persone con disabilità sono particolarmente colpite, anche a causa della minore probabilità di trovare un impiego. C'è poi, appunto, la componente legata all'età che apre un dibattito a sé stante.
Come ha spiegato al Sole24Ore Elisa Fazzi, professoressa ordinaria di Neuropsichiatria infantile dell’Università di Brescia e direttrice Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza persso Asst Spedali Civili di Brescia, «Dietro ogni adolescente che pensa di non avere alternative, dietro ogni giovane che immagina di interrompere la sua vita o sente di essere un peso, c’è una domanda inespressa, un bisogno di essere visto e ascoltato. Dare una risposta a quella domanda è la nostra responsabilità più grande». Da tempo ci si interroga sulla crisi di salute mentale che, complice la pandemia, ha colpito le nuove generazioni. Secondo il recente report dell’OMS, World mental health today nel 2021, circa il 7% dei bambini piccoli (di età compresa tra 5 e 9 anni) e il 14% degli adolescenti (di età compresa tra 10 e 19 anni) hanno vissuto con un disturbo mentale. Nel complesso, circa un terzo dei disturbi mentali presenti in età adulta si è sviluppato entro i 14 anni, la metà si manifesta entro i 18 anni e quasi due terzi si manifestano entro i 25 anni.
Ma quanto spendiamo per la salute mentale?
Secondo l'OMS con l’attuale andamento non sarà possibile raggiungere l’obiettivo dell’Agenda Onu 2030 di ridurre di un terzo i tassi di suicidio. È necessario quindi triplicare gli sforzi di prevenzione, ma la spesa per la salute mentale a livello mondiale è ancora molto bassa. Il Mental health atlas 2024 mostra come la spesa pubblica per la salute mentale sia ferma al 2% dei bilanci sanitari dal 2017 con differenze evidenti tra Paesi ad alto e basso reddito. Meno del 10% dei Paesi nel mondo ha compiuto una transizione completa verso modelli di assistenza comunitaria e gran parte dei ricoveri psichiatrici continua a essere involontaria e di lunga durata.
Come spiega Il Post, oggi circa 28 Paesi si sono dotati di una strategia nazionale per la prevenzione del suicidio, anche con successo come in Australia, Finlandia, Norvegia e Svezia. In Italia, invece, non esiste, e la prevenzione al suicidio risulta quindi frammentata e scarsamente finanziata. Per questo il grosso del lavoro è lasciato a d associazioni di volontari come Telefono Amico Italia che da anni chiede un piano nazionale integrato per la prevenzione e l’istituzione di un numero pubblico attivo h24. «La prevenzione è possibile e doverosa», ha spiegato qualche tempo fa Cristina Rigon, presidente Telefono Amico Italia, «Per renderla reale dobbiamo, innanzitutto, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di azioni strutturate e coordinate per contrastare il fenomeno. Noi, grazie al supporto di 600 volontari, al momento riusciamo a garantire 14 ore di supporto telefonico al giorno attraverso la nostra helpline, ma le richieste di aiuto continuano ad aumentare e da soli non riusciamo a gestire questa emergenza, abbiamo bisogno di sostegno».








