Mentre tento di far scorrere le lancette nella direzione opposta, mi rendo conto di cercare qualcosa nel passato. Spesso immaginiamo una scena lontana, forziamo la memoria a trovare il pensiero o l’emozione di quel momento e, come quando ascoltiamo una canzone di dieci anni fa, ci stupiamo di ricordare tutte le parole. Se il ricordo è bello, nasce un sorriso spontaneo, senza grinze; se abbiamo sofferto, rimaniamo in silenzio nell’attesa di distrarci. Le volte in cui mi trovo in questa situazione, mi rivedo sfinita e arrabbiata, con pochi desideri e tanti rimpianti. Penso al perché decidevo di oltrepassare ogni mio limite, obbligandomi al successo.
Appena iscritta all’università, mi ero convinta che avrei fatto cose grandiose, che ero nel posto giusto per dare il meglio di me. Complice l’amara abitudine di svolgere tutto senza battere ciglio o chiedere aiuto a nessuno, ho sviluppato un atteggiamento di controllo totale sullo studio, lasciandomi poco spazio per altro. Il fallimento non era contemplato. Tutti si comportavano così, sembrava non ci fosse altra opzione. Uno accanto all’altro, nella maratona più lunga di sempre, senza stop per riprendere fiato e, soprattutto, veloci verso una strada che nessuno riusciva ancora a vedere. Sugli spalti, il mondo intero, per niente stupito dalla nostra fatica: a quanto pare, si è sempre fatto così e sempre sarà.
Mi obbligavo a ritmi insostenibili, cercando approvazione nella vita degli altri e aspettandomi chissà quale premio o riconoscimento. Speravo davvero che i miei sforzi aumentassero la mia possibilità di successo. D'altronde, mi avevano insegnato che l’impegno ripaga sempre.
Il problema nasce più tardi, quando, un passo dopo l’altro, nella corsa della vita, fra le due righe bianche della corsia, decidiamo di continuare a correre anche quando il percorso diventa un muro da arrampicata e abbiamo le scarpe sbagliate. Ci aspettiamo di mantenere lo stesso ritmo, ignorando il ribaltamento della superficie su cui ci troviamo: d’un tratto, la gravità appare come una forza da contrastare.
Quindi scaliamo la montagna, senza allenamento e senza protezioni, perché l’importante è arrivare in cima, guardare giù e proclamarci vincitori. Poi, quando raggiungiamo la vetta, ci accorgiamo di essere soli, di aver perso le nostre cose e di esserci rotti più di qualcosa. Ho raggiunto un nuovo livello, dovrei sentirmi bene, a prescindere da quanto gli altri riescano a vederlo, sono una persona migliore. Perché sto piangendo?
Eccomi di fronte a un’esperienza nauseante, alienata, poco cosciente della fatica spesa e con la sensazione di non aver capito niente. Valeva davvero la pena? Era davvero così importante arrivare lassù, ignorando qualsiasi segnale mi gridasse di smetterla? Mi chiedo come abbia fatto a scordare chi sono e di cosa ho bisogno.
Scrollando online, mi sono imbattuta nella narrazione di un valore che, in quel momento della mia vita, mi avrebbe restituito una pace profonda: la mediocrità. Restare fedeli alla nostra realtà senza massacrarci non è una mossa da deboli. Si possono vivere le cose profondamente, migliorarsi e immaginare in grande anche ammettendo di poter essere mediocri. Chi ci ha detto di affannarci sempre, rincorrere tutto e tutti, non accetterà queste parole. È molto meglio ottenere un risultato in linea con le nostre disponibilità e capacità anziché soffrire terribilmente per riuscire a raggiungere uno standard non adatto a noi.
Questo non significa non impegnarsi, tanto meno rinunciare in partenza. Vuol dire saper scegliere, comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, volersi più bene e avere meno paura.
Perché facciamo così fatica ad ammettere che è più bello vivere che sopravvivere? Quasi che sentirsi sopraffatti dallo studio o dal lavoro sia una condizione necessaria per esistere nella nostra contemporaneità. Così, ci sono titoli di giornali che esaltano risultati estremi accanto a notizie di suicidi di studenti, e tutto sembra normale.
È in questo tipo di contrasto che emerge il valore di essere mediocri. La mediocrità diventa l’opportunità di scalare la montagna al ritmo giusto, con le corde e le scarpe adatte, di fermarsi quando ci manca il fiato, di guardare giù e vedere quanta strada abbiamo già fatto, di voltarci e renderci conto che la vista non è mai stata così bella.








